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Laboratorio di Rottura Creativa

Scritto da Ambra Dominici.

Mi sono rotto. Quante volte lo diciamo nell’arco di una giornata?

Cosa poi ci si rompa è un altro discorso: le metafore e le allusioni si sprecano. Si passa dalle scatole alle uova nel paniere, o più comunemente ai cosiddetti.
Una scenetta abusata, un modo di dire tra i più comuni e improbabili, forse per questo tanto riproposto. E tutto si rompe, ma nulla si distrugge, perché di fatto ancora siamo qui a frantumarci ogni giorno in tanti pezzettini, maestri ormai nel raccattare i cocci. Vero è che non è più questa l’epoca storica che rimette a posto le cose: di solito si usa buttar via oggetti a malapena scalfiti, tante volte non si aspetta nemmeno che si rompano, perché una rottura è sinonimo di rovina, di un cambiamento irreversibile e inesorabile. Nessuno vuole le cose rotte perché ci ricordano la fragilità, il destino di tutte le cose.
Noi compresi, il cui punto di rottura è proprio la caduta del corpo, il crollo del suo impianto così perfetto e così caduco. Meglio un diamante che è per sempre, anche se le relazioni non sono come i diamanti, ma piuttosto cristalli, altamente frangibili, e per questo da tenere in grande cura quando si maneggiano.  

Eppure passeggiando come equilibristi sulla crepa aperta dal vocabolo rottura, ci imbattiamo pure in un altro termine di frizione positiva che le si oppone: apertura. Essa è tanto più grande e fa capolino come uno spaccato, uno spiraglio, un nuovo punto da cui vedere le cose. “There is a crack in everything – that’s how the light gets in”, dice Leonard Cohen: è una ferita presente in ogni corpo, in ogni sostanza da cui l’acqua, l’aria e la luce entrano e si disperdono, le biglie cadono in terra, il sole filtra, il germoglio si fa strada. 
C’è una poesia nella linea irregolare di ogni rottura che ci disegna in una forma: non siamo il vaso intero semmai la sua fragilità, lo spazio tra le parti, l’impatto nella caduta, il taglio sulle dita. Non esiste dentro o fuori, e lo spazio dell’oggetto si espande, esce dalla sua forma e diventa altro. Dietro ogni cambiamento c’è una rottura e da lì si comincia. 

Per questo ho scelto un laboratorio di Rottura Creativa alla festa Oh che bel castello a Fratte Rosa, perché mi si chiedeva qualcosa da fare nella patria della terracotta, nel paese dei cocci, dove coccio sta per intero e per il pezzo singolo, e se il tutto non è la somma delle singole parti ma la nostra percezione delle cose, è bene riprendere la Crisi (che ha nella sua radice greca il significato di separazione) e stabilire il senso della rottura generale e ricomporla in un nuovo intero. L’arte parte dalla distruzione, scompone prima di ricomporre l’atto creativo per eccellenza, raccoglie i pezzi e ne fa altro. Ogni atto di creazione è – prima di tutto – un atto di distruzione, parola di Picasso. Che a rifletterci bene, il concetto è prima di Giotto, e più a ritroso ancora nel tempo di Plauto: tutta gente di gran peso tra i mortali. Gente che di arte ne sapeva più di qualcosa.  
Quando ci si rompe è allora che si dice basta, si agisce, magari pure ci si arrabbia, ma è in quel momento di rottura che esce tutto ciò che stava nel vaso e nasce la speranza che le cose cambino in meglio; si prende posizione, si decide, si fa.  
Esiste una legge di sostanza per cui non vi è nulla che si rifaccia e ritorni ad essa con l’identica forma, ma sempre con la medesima verità. Ciò che ha un principio, infatti, è preceduto da un tempo o una durata di un certo tipo, e quindi una sostanza che è forma, che è uso, che è identità. E l’identità non si rompe, non se ne va come fosse un alone di nebbia soffiato via dal vento che la disperde in tanti banchi, del tutto simili ai cocci.

Non c’è alcun prodotto umano che sia preceduto da un’esistenza vuota, o quella cosa non è mai esistita. È concreta anche un’idea, che può rompersi in migliaia di schegge senza per questo andare in cocci reali, perché la funzione dei pezzi è scomporre un concetto globale in tante sottoparti, ognuna di esse pronta ad essere plasmata in un nuovo intero. Una nuova idea, fresca e del tutto indipendente da quella originale, ma la cui parentela è evidente. Del resto, il vuoto è una chimera. Ciò che si rompe non ha spazi di vuoto tra i cocci, bensì nuove forme, possibilità alternative date con una chiara evidenza o solo suggerite. È un esercizio di fantasia, uno stimolo, poiché ciò che si rompe, che si spacca per caso o per intenzione, prevede sia una presa di coscienza che una fase di studio delle parti, un angolo di veduta da cui misurare l’esperienza che serve – eventualmente – a rimettere insieme i pezzi, o a dargli un corpo e una sostanza diversi. In breve: quando (ci) si rompe, si fa! E allora rompete le righe, il ghiaccio, gli schemi e prendete ciò che ne resta e fatene altro. Le cose non sono fatte solo in un modo, e quando la nostra vita scricchiolerà tanto da andare in frantumi vedrete quanto sarà vasta la vostra forma. In fondo, anche l’universo non è un ammasso di pianeti, ma tutto quello in cui navigano, lo spazio di un’enorme rottura. 

Aliquid inconcussum 
non è solo un nome antico 
di ritmo e di esperienza. È un mezzo 
necessario 
a tutti gli altri 
che muovono alla scoperta 
della coscienza, la base 
di tutto il sapere.




*Potsherds photo by David Stanley (2016)