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Esercizio di Insolita Obiezione

Scritto da Alessio Riva.

Secondo i sociologi da tastiera siamo la società dell’apertura mentale.

Lo siamo anche secondo i promotori della competizione, i positivisti, quelli che tutto è più facile perché è il risultato del sedimento civile, con la cultura alla portata di tutti. Contribuisce a tutto ciò la rivoluzione informatica, che ha portato nelle case le usanze e le esperienze del mondo, e permette di poterle porre su un piano di confronto che è all’origine della crescita. Mica male il discorso, vero?
Se poi fosse vero sul serio, e vero nel senso di realistico, non saremmo invece la società del conflitto e delle divisioni. La rivoluzione di cui tanto si parla e si tende a magnificare ha sì portato nuove opportunità, ma ha anche aumentato il costo sociale dei mezzi, dei fini, dei sogni e dei gesti quotidiani. Infatti per essere “connessi col mondo” oggi non serve più un buon giornale, a prezzo più o meno accessibile, né basta la tivù con il tubo catodico, che si comprava ad un prezzo meno accessibile ma non andava sostituita con la frequenza di un apparecchio fatto per durare poco, per non dire dei decoder. Il costo pagato da chi ha la possibilità di entrare nel mondo delle news, del business, e addirittura del lavoro da casa, ha azzerato la gran parte degli intermediari e fatto perdere qualità al mercato, senza nessun risparmio di tempo. Perché si passano ore a fare ricerche al computer, sui tablet o sui telefoni, per compiere ciò che prima era fatto dai produttori e offerto al pubblico nel modo più semplice: ne andava della credibilità del marchio e dei promotori di esso. Non a caso oggi, in quasi tutti i Paesi sviluppati, la stanchezza del consumatore è un guaio reale e severo.

Costui si comporta come la cicala della fiaba e non tiene in tasca più nulla, poiché spende come prima ma in un numero maggiore di beni, di cui pochi davvero necessari. Quella che pareva una facilitazione nel trovare il bene, nello sceglierlo senza fare un passo fuori di casa non ha portato via solo del tempo – passato a navigare tra un sito che rimanda a un link che a sua volta porta in un’altra pagina, o in un link del link del link – ma anche denaro, umore, serenità. Per ciò che riguarda le notizie è anche peggio. Se il cittadino si illude di avere preso l’auto o la polizza assicurativa migliore grazie a chissà quali scorciatoie del web, ora, sul web, vede pure che allo stesso costo di prima può andare a fare un viaggio più lontano: magie del low cost! C’è un aereo per tutte le tasche, e poiché l’utente capisce che può farlo, nella società dei limiti infranti e delle imitazioni, ecco che deve farlo. Scava ancora più nei meandri della rete e compra un pacchetto vacanze che non di rado si rivela tossico, un bidone, e quando non si rivela tale lo costringe, per godere dell’offerta, a lasciare il gatto al gattile, il nonno in un pensionato, pagando il prezzo dei sensi di colpa al ritorno, finché quel senso sarà annullato da nuove favolose occasioni. È la prassi per chi ha perduto la facoltà di decidere da sé, guidato da altri canali, fattori, sirene. La cultura, da un simile processo, ne esce a pezzi. Le sole notizie, che prima arrivavano col metro della qualità di cui si è descritto il meccanismo (che vale per tutti i settori distrutti dall’urto col digitale), al posto di essere più libere di arrivare in ogni luogo, tese a una vera crescita civile, adesso si fanno la guerra a colpi di “tituli” via via prossimi allo zero mourinhano, ai quali ha sono appesi messaggi ora frivoli, ora tremendi, ma in ogni caso negativi.

Del resto, la paura muove le masse meglio di tutti gli sport: la paura del lavoro che manca o che può venire a mancare, la paura del vicino, dello sconosciuto, la paura della paura stessa.
È un tiro al bersaglio, e il bersaglio siamo noi. Nella società della mente aperta ho visto cose che nessuno, fino a qualche tempo fa, avrebbe immaginato mai. Ho visto una donna che entrava in un cancello a fatica, col bimbo in braccio, ed un uomo avvicinarla per darle un aiuto, una mano, respinto come se volesse rapirla; quasi minacciato. Stai lontano da me recitava, negli anni in cui la mente era più chiusa, una celebre canzone. Ho visto gente piangere come vitelli in treno, in tram, su una panchina in un parco e non uno che desse a costoro uno sguardo, un istante di attenzione: sono fatti altrui.

Ho visto un uomo che si era offerto di portare due donne – madre e figlia – con l’auto in panne dal più vicino meccanico, guardato come il maniaco di turno, e respinto in malo modo. Vada a farsi un giro, che noi non ci imbarchiamo con gli sconosciuti: coi tempi che corrono ogni mossa è un rischio. Dopo vedo i social, nati per facilitare i legami da creare o da tenere, pieni di profili privati che «CIA arrenditi, non violerai mai». Apertura? Ho pensato a mio nonno, che faceva la spola da un paese tra i bricchi e la città di Massa, e talvolta sulla strada caricava chi saliva a fatica; a mia zia che stava in una cascina sulla via che portava ai passi duri della val d’Aveto, e un giorno sì e uno anche aveva gente a bussare per un piatto, un bicchiere di acqua dal pozzo, una sosta nel cortile con i polli e i gatti e il mais a seccare, e un frutto non l’ha mai negato a nessuno. Ho visto gente lasciare i bimbi sul sedile di un auto chiusa, e 40 gradi d’estate a fare dell’auto un forno mortale, ma quello che a forza di braccia provava ad aprire la porta dopo avere chiamato aiuto passava per ladro, e non era facile stare due ore in caserma a spiegare ai militari che in oltre venti persone, nel parcheggio, avevamo compreso il dramma e le intenzioni del fermato. Non ci fossimo stati, l’occhio privato di una telecamera l’avrebbe messo nei guai, e vatti a fidare della tecnologia.

Mica ti entra nella testa, la tecnologia. O meglio, ci entra per darti la certezza di essere imparziale, per indurre, suggerire, ma non compie lo scatto deduttivo. Se a bordo strada si investe un animale e se ne incontra lo sguardo mentre muore, o si è duri come pietre o è impossibile levare dalla mente quella scena. In assenza di codici e di parole, lo sguardo compie lo sforzo di entrare nel piano altrui ed usare lo stesso linguaggio.
È il bisogno che ci ha portati a inventare la lingua: per capire ciò che rivela uno sguardo. Ma come l’animale intuisce che l’uomo comprende, e soffre a sua volta, l’agonia del morente è resa più ancora più acuta da quegli occhi che non sanno spiegarsi il perché. Uno dei tanti che funestano il tempo delle aperture mentali, in cui tutto si chiude a riccio per la paura di ciò che genera paura: l’essere umano che al posto di restare uomo si fa gregge, e rinuncia a quelle piccole ma enormi obiezioni quotidiane.