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Nothin' But the Blues

Scritto da Alberto P. Nicolini.

Sto ascoltando un artista in grado di smentire in poche mosse, il freddo che il suo nome promette a un primo assaggio.

È Johnny Winter: un fenomeno, lui, e non certo atmosferico né di stagione. Se nella musica e in tante attività artistiche esistono le meteore è solo per dimostrare quanto chi resiste al tempo non solo brilla di luce propria, ma dona ai pensieri e alle voglie altrui un fulgore durevole e accattivante, una ragione per esistere e per rinnovarsi con vigore. Siamo in piena estate, ed è questo il clima che si addice al talento di un uomo che ha fatto della sua vita un canto necessario e magnifico. La musica di Johnny Winter è calore pieno, senza alcun effetto collaterale. È sudore e carne, carezza sospirata e puntuale che non si sa smettere di volere. Le impressioni arrivano già ad un primo ascolto e sono forti, positive.
Approcciarsi alla sua arte è una mossa che non conosce precauzioni, poiché l’effetto non contempla alcun rischio se non quello di invaghirsi di un brano e ascoltarlo ad oltranza, per poi passare a quello successivo e ripetersi ancora.
Vi sono note buone come un senso di sollievo e riempimento che non sa tracimare, e anzi incoraggia ad allentare le difese e si fa contagio. Quelle note portano la personalità di chi le canta, e il gioco che si può fare è quello di abbinare il risultato finale al viso e alle movenze dell’artista che si presta ad esse, diventando vere ben oltre un’idea, uno studio, una collaborazione di più mani e talenti. La voce nera, calda, vibrante di Johnny Winter crea stupore quando per la prima volta ci si ritrova a sbirciare da chi provenga. Spunta così un uomo minuto, albino e a tratti un po’ perplesso, con la pelle troppo chiara e l’aria di chi si trova in un posto e non sa come ci è finito. L’ho adorato immediatamente: il contrasto è forte e diverte, poiché l’aspetto che si immagina nell’ascoltare la sua voce è totalmente diverso. Eppure eccolo: un uomo che fa musica perché lui stesso la diventa, e non perde il suo valore, la forza comunicativa pure se non risponde a precisi canoni estetici.

Oggi passa sempre più di frequente il messaggio d’un mondo musicale che cura l’immagine della star ancora prima che i contenuti. Non a caso quel che resta, forse, è a malapena la sopresa di un istante che coinvolge la vista e non sente nulla, oltre: la superficie a scapito della sensazione. Il sensazionalismo batte l’energia – e la validità di un prodotto artistico – con una facilità imbarazzante. Allora mi difendo alzando il volume, che regala atti di bellezza in un luogo privato. Quella è la condivisione, con il suono che placa solo gli ardori inutili. E Johnny Winter è un amuleto che scandisce con forza una promessa:
You’re Gonna Miss Me When I’m Gone. E intanto penso chissà dove sarò, quando sarò; ma intanto me la godo. Le note sono fatte per toccare le giuste corde: quelle di chi usa il tempo che scorre come una rincorsa per cambiare traiettoria in scivolata: misurare il cambiamento del resto, non è sempre possibile; non è sempre consigliato.
Il rischio è quello di restare schiacciati dal timore di dover uscire da un guscio che protegge, e per tutta risposta restare immobili, lasciarsi vivere senza troppo partecipare. Muoversi a passo di musica, aiuta. Aiuta persino lasciarsi distrarre e incoraggiare, all’occorrenza. Vi sono brani che sono notte pura, diluita e fragrante, e preparano un giaciglio buono per i sogni:
I’ll Drown In My Own Tears è una dichiarazione di resa, una tra le più lancinanti che si possa mai pensare di ricevere. Si è umani a dispetto di tutto, e non si può negarlo a lungo. Ai supereroi vanno le pagine dei fumetti, non la carne di chi è fallibile e presto o tardi impara a non farsene una colpa. I’m so blue, canta ad un tratto Johnny Winter. La voce è rauca e lunga, non stenta mai: non può spezzarsi perché deve dire tutto forte e chiaro. Chi potrebbe piegarsi sotto il peso di un sentimento così vasto, è forse solo chi avverte un simile destino sulle spalle.

Amo ripetermi, nell’ascolto: una manciata di minuti non basta.
Serve di più, per non lasciare sfuggire nemmeno una nota. La memoria, dopo molti ascolti, aiuta a raccogliere i suoni, ad accarezzarli, a trovare una conca accogliente nella loro collocazione e rannicchiarsi lì, non lasciarsi trovare; lo stupore è sempre alto quando ci si accorge del modo in cui ciascun frammento incide, forma e cambia un insieme. Gli accostamenti possono essere semplici per scelta, ma mai banali. La voce accompagna gli strumenti, ed è insieme che delineano senso ed emozione. Insieme liberano dalle catene: la prigionia non sempre confina dietro sbarre dure, visibili; non sempre ha una colpa oggettiva: siamo i giudici più severi quando affidiamo a noi stessi il compito di punire il tempo che sprechiamo, le azioni prese per il verso sbagliato o rimandate più volte, forzate, inutili. L’assoluzione, in alcuni momenti, sta tutta in una canzone che è dono e dedica, un brano per raccontare trame e intrecciarne altre.
Nothin’ But The Blues, a evidenziare come tutto ciò che conta sappia restare compreso nella grandezza dei piccoli gesti: sono una gemma che darà il suo frutto, e avrà cura di rivelarsi nelle premure degli affetti più cari, e nel buonumore che alleggerisce e che si apprende un po’ dalle note di Sweet Love & Evil Woman. La musica è generosa, dona riflessioni, sorrisi, amori carnali o platonici ma non troppo, e se ammicca bisogna assecondarla – se possibile – con passione sempre rinnovata, da toccare con mano. Una evil woman che si rispetti, in fondo, non può certo stare a guardare. Se poi ad un giorno d’estate è data la tregua di una brezza fresca e gentile, se nel cielo restano appese nuvole gonfie e pesanti di un grigio cupo e l’intera vista, aperta su un fondo di mare striato d’argento appare a dir poco suggestiva, è il caso di fermarsi e lasciarsi raccontare una storia. It Was Rainin’, dice Johnny Winter, e se mentre lui canta si trattiene il respiro è solo per fare piano, sfidare la corsa e il rumore, farsi leggeri prima che tutto svanisca. L’intensità di un brano simile è tutt’altro che gracile. È lenta, sinuosa, occorre non inquinarla e farsi nobili, tacendo.

Si parla al passato, ma è il presente che conta. E se all’improvviso piove per davvero, si può prendere l’evento come un tributo a una simile alchimia: non è mai da sottovalutare, il blues; specie quando prende così, sotto pelle. Sembra quasi una preghiera, una carezza, un pizzicore e un tocco impudico, dove con
osceno si intende solo ciò che resta di intentato. Se è per voglia, non è giusto né sbagliato; non è sporco, perché basta volere per sentirsi puliti: al netto di ipocrisie e giudizi, l’utile è stringere ciò che occorre per farsi vivi, spettinati e felici, fosse anche per un solo momento. Insegna anche questo, il blues: ad essere folli o quieti, alti o bassi, belli o brutti, pure insoddisfatti; ma pienamente, e con inquietudine buona, di quella che niente basta mai, e cercare non è un’attività che può spegnersi. Senza questa fame, saremmo poco meno che l’ombra di noi stessi.
Non è un rimedio contro ogni male, la musica. Ma è sempre un sollievo, e talvolta decisivo: la disillusione è un dolore strisciante, però bastano poche note per stanarlo, e rivelare la sua natura del tutto inefficace per chi ancora si emoziona per un brano, un accordo, un significato da cantare e imprimere dentro senza smettere di esserci, pure barcollando.

Basta un brano per rimettere tutto in disordine.
Che poi l’ordine non appartiene al blues: sarebbe troppo controllato, prevedibile, difetterebbe dell’impeto delle cose che sfuggono di mano e sono bellissime proprio per questo. Serve ben altro che l’ordine, per meritare l’entusiasmo: serve un caos incontenibile e istintivo, una voce che sappia fare il punto, lì dove il corpo è un viaggio e le note sono coordinate a dirci vivi e presenti.
Si impara così il coraggio di una interiorità piena ed ammessa, in sinergia con un
fuori che risponde e non rinnega. E tutto questo, una nota alla volta; mentre il blues avanza e stuzzica, e il tempo gocciola via con lui.

Source photo: Bob Sanderson, Johnny Winter ’79 (2007)