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Come Alcune Donne Alimentano il Sessismo

Scritto da Chiara Solerio.

Recentemente sono stata colpita da due notizie di cronaca, entrambe riportanti episodi di sessismo.

La prima parlava di un settantenne, all’ospedale di Savona, che ha rifiutato di farsi trattare da un’anestesista donna, e in assenza di un vero medico (parole sue, testuali), s’è tenuto la propria ernia inguinale. La seconda invece raccontava di un convegno a Sulmona, e mostrava una fila di balde giovincelle reggere gli ombrelli per riparare i relatori PD durante un acquazzone. Le ragazze, intervistate da una testata locale, hanno dichiarato di non essersi sentite per nulla umiliate nel ruolo di bambole mute. Penso che questi episodi mostrino due lati della stessa medaglia. Abbiamo infatti un uomo che non riesce ad accettare la professionalità di una donna al punto da penalizzare la propria salute, e abbiamo delle ragazze, le ombrelline abruzzesi, che con le loro azioni legittimano e perpetrano l’esistenza di una cultura che mantiene sempre la donna in una posizione di inferiorità.
Nella lotta contro la discriminazione di genere, ci siamo illuse che gli uomini fossero i soli a dover cambiare mentalità.
No, molte di noi sono complici e vittime dei retaggi psicologici voluti dal sistema patriarcale, nonché inconsapevoli degli automatismi che mettono in campo nella vita quotidiana, con i quali continuamente ribadiscono il proprio asservimento.
Esempi quotidiani vengono dalle relazioni interpersonali. Pagare da bere alla compagna è un atto di galanteria che può essere apprezzabile quando il rapporto è ancora in una fase di conoscenza. Ma se la frequentazione diventa abituale, si crea una ridondanza a mio avviso umiliante. La mania di pagare i conti è figlia di una mentalità che non è ancora stata superata, e che vede la donna come mantenuta, o come escort. L’uomo, per contro, tirando fuori il portafoglio, esercita impunemente il proprio potere economico, ribadendo una supremazia che è tale solo sulla carta. O meglio: che è data dalla carta. Possibilmente a più zeri.

Contribuire ai conti fin dalle prime uscite è fondamentale ai fini d’un futuro domestico paritario. Diversamente si creerà nel cervello femminile un’abitudine alla dipendenza che sarà in futuro molto difficile da estirpare. Se non metti subito le mani avanti, quando andrai a convivere lui terrà la contabilità, e tu farai da serva.
Ci sono uomini, non più giovanissimi, e di condizione sociale elevata, che si rifiutano di aiutare la propria compagna in cucina e nelle pulizie, perché lo considerano inadatto al loro status. Altri, nati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, e cresciuti con una madre casalinga che gli ha rimboccato premurosa le coperte fino ai trent’anni, non sanno preparare nemmeno un caffè. Non per altro, la mia è definita la generazione dei bamboccioni. Per fortuna, qualcuno riesce a non morire di fame se la moglie deve fare uno straordinario in ufficio. Sono gli ex studenti fuori sede, o chi in passato è stato obbligato a viaggiare per lavoro. Il loro è puro istinto di sopravvivenza legato a necessità momentanee, non una tendenza spontanea alla collaborazione. Ma in un mondo che obbliga le donne a lavorare è necessario rimboccarsi le maniche e unire le forze, anziché alimentare una logica da filmino di Checco Zalone in cui lei sta in cucina a preparare sughi e lui elabora volgari stratagemmi per poter usufruire della legge 104. L’autonomia deve essere conquistata a tutti i livelli. La mentalità del lavoro dipendente non può, ne deve invadere come un virus interazioni sociali che dovrebbero avere altri obiettivi, quali la condivisione e la suddivisione paritaria dei compiti. 

Anche la vita aziendale non è esente da tutto ciò. La logica patriarcale s’insinua come un virus negli ambienti di lavoro e assegna alle donne gli stessi ruoli che, secondo il pensiero del maschio over cinquanta, a loro spetterebbero tra le mura domestiche. Non importa quindi quante lauree e quanti master tu abbia nel cassetto: prima o poi troverai un dirigente incartapecorito che, sollevando il dito indice, ti ordinerà un caffè. Oppure, ti chiederà di riordinare la sala riunioni.
Perché questo è il ruolo che, secondo lui, spetta alle segretarie. E tu lo sei ragazza mia; lo sei, anche se sotto il tuo nome, sulla targhetta della porta, c’è scritto capo-ufficio. Nessuno riconoscerà il tuo ruolo. Si domanderanno da chi dipendi in realtà, chi muove i tuoi fili. Ti chiameranno
signorina, anche se hai quaranta primavere alla spalle, due matrimoni e dieci figli. E soprattutto si chiederanno come tu sia giunta a quell’incarico. Faranno insinuazioni sul tuo conto. Se avrai dei sottoposti maschi, cercheranno di non obbedirti. Si rivolgeranno ad un loro pari-grado con la barba, piuttosto che riconoscere il tuo ruolo. Ma tu non dovrai cedere, perché nessuno ti ha fatto un regalo. Non sei una miracolata, ma una persona che mette a disposizione le proprie competenze in cambio di uno stipendio, quindi meriti rispetto. E quando sei nell’ufficio di un dirigente non comportarti come una cameriera in attesa di un’ordinazione. Ci sono sempre delle sedie, lì: mettiti comoda, come fanno i colleghi uomini, a prescindere dalla loro posizione nella scala gerarchica. Lo devi fare, senza temere di mancare di rispetto al tuo superiore. Ricorda che il disagio fisico è un mezzo per generare sudditanza psicologica, alimentare le pieghe macabre del gas-lighting, e tu non hai nessun bisogno di questo. Puoi guardare negli occhi chi ti parla, senza paura. Non vali meno della persona che hai di fronte. Se sei laureata, aggrappati al tuo titolo di studi come se da esso dipendessero la salvezza e la dannazione eterna. Reagisci se qualche kapò gentilmente ti consiglia di un usarlo, nella firma delle e-mail, e non credergli quando ti dirà che per prassi aziendale solo i dirigenti hanno diritto di essere chiamati con un titolo abbreviato prima del nome.
In parecchi contesti professionali, qualunque individuo di genere maschile che ricopre un ruolo di spicco ha diritto a un titolo honoris causa. Le donne possono essere anche Direttrici Generali, ma le chiameranno sempre e soltanto
signore. Oppure neanche. Per cognome, come a scuola. È evidente che al maschio alfa rode dover accettare che una donna ha una qualifica pari alla sua, quindi cerca di sminuirla, attentando alla sua dignità professionale. Se una donna sa il fatto suo, si dice che porta i pantaloni. L’unico modo per essere accettate dal sistema patriarcale sembra quindi assumere su di sé modelli di comportamento ed energie proprie del maschile. Ma noi possiamo valorizzare le qualità che abbiamo, essere empatiche e creative anziché predatrici in eterna competizione. Possiamo entrare in sinergia con tutto ciò che ci circonda, senza trasformarci in maschi con le tette. Possiamo creare un mondo del lavoro diverso da quello che esiste, una realtà pervasa da nuovi valori.

In attesa che il cambiamento si concretizzi, tutto resterà come prima. Se indosseremo una minigonna e un paio di tacchi alti, gli uomini crederanno che vogliamo metterci in mostra e si sentiranno liberi di rivolgerci apprezzamenti volgari. Se siamo in jeans e scarpe da ginnastica, ma di bella presenza, anche. Dovremo accettarli, quegli apprezzamenti. Perché se ci mostreremo offese, ci accuseranno di essere arroganti. Ci guarderanno, con i loro occhi da orso Yogi. Ci diranno: «Ma come? Io ti ho fatto un complimento...» e non si accorgeranno di quanto sia labile il confine con la molestia. Perché se una di noi esce dal supermercato carica di sacchetti della spesa e lì vicino c’è un bar, con un gruppo di uomini che gioca a carte, loro dovrebbero aiutarla (non per inferiorità sessuale o per convenzione, ma per un discorso di debolezza fisica, o sgravio di fatica, come se vedessero nella medesima situazione un omino gracile), anziché fischiare all’indirizzo delle sue chiappe. Pochi, però, lo faranno. E questi pochi ci daranno del “tu”. È fisiologico, quando hai a che fare con determinate mentalità. Perché la donna è un oggetto. E agli oggetti non si dà del “lei”. A una sedia, a un soprammobile, vi pare?
«Signor elefantino di Swarovski, adesso la spolvero». No, non esiste. Elefantino di Swarovski chiamiamo
quel coso, e lo lasciamo lì sulla mensola tutto il giorno. Lo rimiriamo estatici, consapevoli che non dirà una parola. Facciamo in modo che sia sempre tirato a lucido. E, se cadendo per terra si rompe, ne compriamo un altro. Così, l’uomo, verso la donna. Come dimostrato dalle ombrelline di Sulmona.

* Photo: Anti-sexist Stickers, by Jonathan McIntosh (2008)