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Proprietà Taumaturgiche del Badile

Scritto da Savino Stella.

Distruggere una creazione umana è vandalismo, farlo con la natura è progresso. Perché?

Se lo è chiesto un po’ di tempo fa il premio Oscar statunitense Edward James Begley Jr, e ne andavo ripassando a mente il concetto vangando una aiuola del giardino. Mestiere poco intellettuale, di cui può interessare anche meno, contesterà qualche lettore. Sono d’accordo ma viole, gerani e ciclamini hanno bisogno di cure e d’una serie d’attenzioni che possono agevolare più aspetti della vita. Potrei salvarmi con il poeta, con il Baudelaire di «ho toccato l’autunno delle idee/è ora di ricorrere al badile e al rastrello/per rimetter a nuovo le terre inondate/dove l’acqua ha aperto buchi larghi come tombe» ma sarei incompleto, perché insieme alla lirica c’è l’esercizio fisico (la saggezza rurale vuole che nulla rimetta a nuovo la schiena come la pala) e quello della riflessione.

Una alluvione di sudore (a)scende de claritate in claritatem senza speculazioni cosmiche, ben lontana dallo snobismo determinista, dalla sfera effervescente delle domande di cui si conosce la risposta ma si gioca a nascondino con le ovvietà.
Non a caso, il vicino osserva che potrei affidare il compito alla motozappa. Resto dell’opinione che invece di trasformare gli uomini in macchine si dovrebbe fare il percorso inverso. 
E insisto a rovesciare le zolle facendo pressione con il piede sinistro sulla parte superiore della lama, e il badile affonda nel terreno umido del mattino, più morbido e permeabile. Non gioverà certo ai miei muscoli addominali, condannati a restare fra le parentesi tonde della pancia; avrà effetti benefici sull’aspetto spirituale del gesto. Un aspetto kantiano che costringe a rallentare, a dosare le forze fisiche per liberare quelle mentali, che rifiutano la disoccupazione. 
È così che di Kant mi sovviene la concezione di “contenuto”, ossia una logica vista come proprietà del reale. 
È così che, metro dopo metro, guardo intorno e noto il verde dei campi assediato da centinaia di automobili: sono più degli umani, più delle case, dei nidi di rondine, delle farfalle e delle api ormai rare. 

È così che il vicino si fa sotto di nuovo, e in compagnia di una donna comincia a pungolare quella che dovrebbe essere la mia italianità, l’attitudine al lamento. Partendo da una battuta amichevole, sciorina un enorme corollario di frasi fatte e comportamenti convenzionali ai quali dovrei essere assuefatto. Non manca la nota sulla scomparsa delle mezze stagioni, né quella sul governo ladro, di cui sinceramente sono stufo marcio. Tra un colpo di pala e l’altro penso che per ogni forma di attività umana non sia possibile porre alcun problema di natura o di origine senza aver prima identificato e analizzato il fenomeno che l’ha creato, ossia l’uomo stesso. 
Farlo sarebbe come pensare di discutere di un oggetto, ricostruirne la vicenda storica e gli usi più comuni, senza sapere cosa esso sia davvero. 
È il rischio del paradosso: la nozione è vissuta come concetto generalista, buona perché ci è stata data per tale. In realtà ce l’hanno assegnata senz’asta, con il favore delle funzioni differenziali, quelle per cui agevolare la vita corrisponderebbe a pensare meno. Vade retro. 

Scienze, linguaggi, diritto, arti, statismo, religioni, e dunque cultura, sono proiezioni del sociale: non ha senso assorbire un’espressione quasi fosse un’istanza privilegiata, dove rappresenta invece un inganno di grana grossa spalmato su piani diversi. Quindi, anche largheggiando in presunzione. 
È la tecnica mediatica, che risento nel parlato dei miei dirimpettai, mentre continuo a sudare. Penso ai coltivatori di un tempo, ai quali il rovesciamento analitico del mondo attuale sarebbe sembrato un evento di portata enorme, perché un mondo che colloca la scienza umana a metà strada fra l’aforisma di massa e la profezia non saprà mai spiegare le ragioni del proprio esistere a nessuno. No, le accetta come valide, restando incapace di biforcarsi sia in direzione pratica, sia in quella teorica, assorbendo un minimo dosaggio di entrambe per intima solidarietà. Una virtù improduttiva. 
I fatti, qui, sono subordinati alla parola, allo slogan. 
Un pericolo acutissimo, poiché rende i primi equivocabili a seconda del potere dei secondi. 

Fare cultura, però, significa analizzare quei fatti, ragionarci sopra grazie alle conoscenze di cui siamo in possesso e grazie al proprio spirito critico. 
Questa professione di fede non deve sorprendere, anzi. Ci rimproveriamo ogni giorno di essere chiusi alla storia, di non imparare nulla da essa, riservandole un posto trascurabile. Nulla di più vero. Il governo ladro, i guai con le tasse e con un numero di leggi demenziale di cui vanno cianciando i due signori, e un roccolo di altri che in poco tempo si aggrumano attorno sono esempi già visti, forse triti, ma di un trito che non basta mai, perché nella comunità esistono il sordo e colui che non vuole sentire. 
Quest’ultimo è direttamente responsabile della sofferenza in cui versa larga parte della popolazione, lo è della crisi e della caduta dei valori, poiché confonde i compiti e mescola i ruoli con un eclettismo inconcludente. Non cerca la trasparenza ma favorisce il torbido, il laissez-faire, l’interesse privato di chi il pubblico lo vede solo come un buon affare. Perciò fare cultura è lavorare di vanga dove tutti ricorrono alla meccanica, dire le cose come stanno, schiettamente, farsi operai di verità.