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Epica Fallimentare dello Share

Scritto da Luigi Massari.

Signore e signori è una formula abusata, ma una volta tanto si può usare.

Vorrei poterlo fare con tono satirico, invece no. Motivo? Semplicissimo: è il tardo pomeriggio del giorno 19 luglio, ed ho appena acceso la tivù. Che nessuno si allarmi per l’incursione sia della scatola magica sulla pagine virtuali del magazine, sia per il tema sportivo che andrò a trattare. Non è di sport, né di tivù, infatti, che voglio discutere. È di finzioni.
Lungi da me fare parodia di un’opera celebre; piuttosto, vorrei fare una breve analisi di un fenomeno assai comune – e molto fastidioso – come l’illusione catodica a scopo di share. Tant’è, su Rai 3 scorrono le immagini di una tappa del Tour De France. Non so quale sia in sequenza, ma so che precede quella che tanti definiscono, con enfasi fuori luogo, la tappa regina della Grande Boucle. Sulla strada, ad una cinquantina di km dal traguardo, c’è la truppa dei migliori, quella della maillot jaune, che zompa più o meno compatta, e le voci dei cronisti elogiano la pedalata dell’unico portacolori italiano, Fabio Aru. Danza sui pedali, dicono. Ha una grande condizione, ripetono. A me invece, pare stanchino. Non dico bollito, attenzione; ma stanchino sì. Infatti dopo due scatti in testa al gruppo, da parte di un corridore bravo ma incompiuto – e destinato a restarlo – come Bardet, al terzo arranca, sbuffa, si alza e spinge con tutto fuorché con le gambe.

Difficoltà prevedibile: si vede che la pedalata non è affatto brillante, eppure tutti fingono una sorpresa che le immagini smentiscono. Che cuore, il nostro Aru! Sono d’accordo, ma in bici servono le gambe. Scollina con venti secondi, e nella discesa, anziché riprendere il gruppo della maglia gialla, perde un’altra manciata di secondi. Pochi, una decina in tutto, ma quanti bastano per scalzarlo dal podio. E qui scatta la commedia. Tra una scena in cui Macron si complimenta con Bardet, che domani non saprà fare altro che un paio di scatti negli ultimi metri, ai quali Froome darebbe risposta anche sulla mitica Graziella, tutti, in studio, parlano di scampato pericolo, d’una defaillance per fortuna superata, e via con le interviste, un po’ di highlights e grandi bla bla, perché domani o mai più. Ecco, mai più. Perché il portacolori sardo, per quanto encomiabile, non si riprenderà. E non è mia intenzione gufare, tutt’altro. Sto ragionando sui motivi d’una brutta attitudine tricolore, cioè quella di negare l’evidenza dei fatti in maniera strumentale, alimentando speranze vane.
Aru è arrivato al Tour con una gamba superiore a tutti; poi, è andato in calando. Di giorno in giorno è meno pimpante, però – a detta dei cronisti – può recuperare. Speriamo nel domani, ma intanto oggi, il suo quarto posto, balla come un filo d’erba nel vento. Perché, allora, contar favole?
Non avete mai messo i piedi sui pedali? Mi sembra che a commentare ci siano ciclisti dal grande passato e validi tecnici.

Aru non ha le gambe per difendersi, che ci vuole a dirlo? Avete paura di perdere gli spettatori? E qualcuno, nel team, dirà al bravo atleta che domani non ha alcuna speranza e, se vuole non vincere o arrivare sul podio, ma almeno difendere il suo quarto posto, dovrà attaccare da lontano, infilandosi in una fuga? Se resta con i migliori ha soltanto da perdere. La condizione non torna in una notte. Quel tipo di recupero non ce l’ha manco una dinamo, e siamo tutti uomini: i polpacci non sono pistoni. Tolto Froome, che è radioattivo – e destinato a fare la fine di Armstrong non appena l’antidoping avrà raggiunto la scienza del doping (è una rincorsa a senso unico, con la seconda che vince per distacco), e domani di certo sarà gonfio come un dirigibile –, gli altri sono costretti ai limiti noti.

Serve forse un guru per fare una previsione? No. Domani Aru, se aspetta l’ultima salita, si prende un minuto dal primo degli uomini da podio. Dico un minuto perché è ancora in forma, anche se in fase calante. Però in tivù il dibattito è tutto sulla resa della maglia gialla, a quanto pare inferiore agli altri anni. Solo che vince lui, che di parole ne fa poche. Sono pronto a scommettere, perché non invento nulla, io. Osservo, osservo ciò che i filmati fanno vedere, e non sono né cieco né fesso. Quindi mi chiedo: a chi giovano le frottole della tivù? Per quale ragione nessuno parla di Uran, che domani se ne starà cuccio cuccio in attesa della crono, in cui proverà a scavalcare l’incompiuto Bardet? Sulla salita finale partiranno lui, Froome, il velleitario francese e forse Landa, che è il più forte ma deve stare agli ordini di scuderia. Ora, l’omino a pois farà un paio di scatti, senza scrollare dalla ruota neppure le mosche, perché non è di certo Pantani. Pantani era furbo e sapeva osare, rischiando di suo. Partiva a otto, dieci km dalla vetta, e prendeva a pedate la salita finché non la spianava un poco. Gli altri, rimbalzavano indietro. Ciò che li destabilizzava era quel suo scattare così lontano dal traguardo, e sto parlando di tempi in cui la fantasia aveva ancora un minimo ruolo nei grandi giri. Anche oggi c’è chi potrebbe farlo, ma la tattica anzitutto. Begli strateghi, dico io.

Bardet quindi partirà, è obbligato a farlo; hanno disegnato il Tour per lui, ma lo terranno a bada come la balia tiene a bada il bimbo nella culla. Partirà negli ultimi metri, e tutto rimarrà uguale. E il nostro Aru? Non gli verrà permesso di tentare la fuga da lontano, che creerebbe uno scompiglio epico nel gruppo. Nessuno ci capirebbe nulla, e pur non avendo una gamba eccelsa potrebbe andare via, dal momento che il padrone, Chris Froome, metterebbe davanti i suoi a tirare, ma senza un ritmo assurdo, perché sa che di salita ce n’è un’altra in agguato, e la iella, le forature (o le cadute) sono un rischio di cui tener conto. Aru, davanti da solo, ma preceduto da qualche compagno di squadra fuggito a sua volta ben prima, potrebbe rischiare di andare a mettere in difficoltà l’intero plotone di atleti, perché per quanto in calo, ha una condizione migliore di chi troverebbe in fuga. E di attaccanti ce ne saranno, anche qui non serve uno sciamano per vedere il futuro. Il rischio, insomma, sarebbe inferiore al guadagno. Però c’è un però grosso come una casa, anzi, grosso come la carovana del Tour: sarebbe un atto di ribellione. Non alla squadra, bensì alla logica dello show, che deve andare in modo prevedibile. A questo punto torno alla domanda iniziale: cui prodest? A che serve mentire, ragionando su ipotesi e gesti impossibili? Solamente a garantire lo share del giorno dopo, oppure è proprio un mood della tivù, il cui occhio filtra le immagini in funzione di uno spettacolo che in realtà non esiste?