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Viaggio Nella Natura Delle Impressioni

Scritto da Debora Mancini.

Wordsworth parla di Inward eye in uno dei suoi sonetti più delicatamente coinvolgenti: “I wandered lonely as a cloud”.

In questa meravigliosa composizione le emozioni descritte si agglomerano e colpiscono come un’onda carica di gaudio, di purezza, di freschezza.
L’autore rievoca una passeggiata in solitudine nella terra natia, vagando nei sentieri della patria. Assorto, si imbatte improvvisamente in “a host of golden daffodils”. Un mare di giunchiglie dorate illuminano i suoi occhi sospinte dalla brezza. Il campo sterminato di petali gialli lo porta a compiere un volo in cui si stacca dalla Terra e approda sulla Via Lattea.
Percorrendo la strada dell’analogia, egli associa i fiori alle stelle che punteggiano la volta celeste. La lucentezza dello scorcio si staglia imponente davanti agli occhi del poeta, gli toglie il fiato per la sua bellezza, gli suscita il sentimento del Sublime.
Un animo sensibile non può sottrarsi al piacere tremendo che sanno dare gli spettacoli naturali, e reagisce con uno spaesamento languido che non induce alla fuga, ma alla contemplazione. La Natura è l’unica entità che può destare in noi il senso di infinito: è lo specchio dell’animo umano.
Lasciando che il nous tocchi le corde dello spirito, ascoltando la melodia che compone sfiorando le stesse, possiamo sentirci vicini alla conoscenza, che si manifesta in percezioni effimere e bagliori fugaci. Gli stessi che illuminarono Wordsworth nella visione delle giunchiglie.

Allo stesso modo operò un poeta delle immagini,
Oscar-Claude Monet.
Nato nel 1840 da famiglia modesta, mostrò fin da piccolo una particolare vocazione nel disegno. Grazie all’aiuto economico di una zia a lui teneramente affezionata, a diciannove anni si recò a Parigi, capitale della vita artistica e culturale europea, per frequentare una scuola d’arte.
In realtà, era dissidente ai precetti accademici che venivano impartiti a ogni neoiscritto; così, pur garantendo ai familiari la frequenza ai corsi, vi prendeva parte solo di rado. Scalpitava invece per inserirsi nella vita parigina, specie quella fiorita intorno a Manet, nonostante questi fosse piagato dalle critiche dell’Accademia ed estromesso a più riprese dai Salons.
Monet prestò servizio militare, e per un breve periodo si trasferì ad Algeri, dove i colori e la luce africani gli trasmisero uno sconfinato amore per la natura, che al ritorno in Francia cominciò a coniugare al senso artistico. Nonostante le digressioni sull’arte condotte ogni sera con gli amici pittori al Café Guerbois, gli studi non portarono i risultati sperati.
Il suo capolavoro, Impression, Soleil Levant, che nel 1872 battezza l’emergente movimento impressionista, viene definito dal critico Louis Leroy una “carta da parati”. Lo stesso Monet riconosce uno scollamento fra i precetti dell’Accademia e le sue opere: non a caso è detto “il più impressionista fra gli impressionisti”.

Nonostante i continui rifiuti da parte delle mostre ufficiali, Monet e i pittori affini non lottarono per imporre le proprie idee, piuttosto per farle conoscere. Organizzarono perciò una mostra alternativa nello studio di un fotografo, Felix Nadar, che da sempre riconosceva e apprezzava il loro talento.
Quando chiesero a Monet di dare un nome al suo dipinto più famoso, lui capì che nessuno avrebbe scorto nel quadro una vista di Le Havre. Tant’è, optò per Impression, Soleil Levant.
Di qui, i partecipanti all’esposizione ufficiosa vennero definiti, ancora da Leroy, Impressionisti, in senso assolutamente spregiativo. Le difficoltà economiche del loro caposcuola si risolsero quando si trasferì ad Argenteuil, dove immerso nella natura perfezionò gli studi su di essa.
Per poterla osservare meglio prese una casa a Giverny, nella quiete della campagna, e fece costruire un giardino stupendo con un laghetto di ninfee, realizzato mediante una deviazione di un canale vicino. L’artista voleva disporre di uno scorcio incantevole ad ogni ora del giorno.

Naufragando nei flutti della natura, Monet inizia ad analizzarla meticolosamente. È stupito dalla varietà dei fenomeni che da essa scaturiscono, proprio come il fanciullino pascoliano, che sa trasecolare osservando le linee di una foglia, gli andamenti che assumono le nuvole, lo spettro di colori creato da un tramonto o uno scenario lunare.
Monet parte da un concetto preciso: la natura non ha confini. Non si può cercare di racchiudere entro limiti precisi l’indefinito. L’esatto contrario di Michelangelo, che riproduce la natura come si presenta ai suoi occhi, perché fatta a immagine e somiglianza di Dio.
Negli oggetti naturali si può dunque trovare lo spirito del Creatore, a cui l’uomo tende. Ma se Michelangelo incarna ante litteram il panteismo romantico, Monet lo supera. Egli non vuole riproporre le cose filtrate dallo sguardo dell’uomo, bensì cogliere il riflesso soggettivo della realtà, quella componente che va oltre il dato oggettivo. Si scopre così un mondo, quello delle percezioni interiori, fino allora ignorato nell’arte. Ciò fa sì che Monet abolisca quasi totalmente la prospettiva. La visione continua di fatto al di là del nostro campo visivo.
Non si può imprigionare ciò che è libero e naturale. È con questo principio che l’artista rifiuta di realizzare i suoi dipinti in studio attraverso un disegno meticoloso: sarebbe creare un qualcosa di irreale e lontano dalla natura.

Monet rende proprio il concetto filosofico del panta rei di Eraclito: tutto cambia in natura, dove continuamente, per variazioni di luce, l’oggetto studiato si modifica, quasi a diventare altro ogni secondo.
Mutamento e luce diventano un sinolo. La luce è l’unico mezzo che ci permette di vedere le cose e percepire il loro colore. Nella realtà, tutto è incolore. È grazie alla luce che invece diversifichiamo, distinguiamo le tonalità secondo l’illuminazione che gli oggetti ricevono e delle lunghezze d’onda che essi riflettono. La pittura di Monet vuol farci rendere conto della variabilità dei colori in modo più immediato possibile.
Egli cerca di cogliere l’attimo fuggente, e di riproporre sulla tela la sensazione che un istante ha lasciato, con la coscienza che il momento seguente genererà sensazioni nuove e diverse: per questo egli ha fretta di raccontare. Arriva così a cogliere direttamente l’essenza di un oggetto, di uno scorcio naturale; elimina il superfluo, cercando di riprodurre l’immagine che resta dentro l’anima.
La mente umana, entrando in contatto con la natura, viene inevitabilmente colpita dai cromatismi, dalle vedute complete più che dai particolari. Ecco allora le pennellate veloci, le picchiettature, le giustapposizioni di colori puri senza ricercare la tonalità esatta sulla tavolozza.
L’ambiente stesso è un susseguirsi di attimi in costante evoluzione, si può quindi raccontare uno di essi con un dipinto realizzato in rapidità, riproponendo l’idillio che possiede una piccola frazione di tempo, senza sopprimere nessuna delle vite che porta con sé.
Cambiando punto di osservazione, modificando l’oggetto a seconda delle stagioni e adattandolo ai diversi lucori, l’effetto cambia non solo da una stagione all’altra, ma persino in qualunque istante. Inizia così la riproduzione della serie delle Cattedrali di Rouen, che vediamo dipinte in pieno sole, durante la pioggia, avvolte nel mistero della nebbia, allo zenit, di sera, in estate, autunno o inverno. E se prendiamo come soggetto qualcosa che galleggia, il mutamento è ancora maggiore, perché lo specchio d’acqua varia a ciclo continuo per come “brandelli di cielo vi si riflettono conferendogli vita e movimento. Cogliere l’attimo fuggente, o almeno la sensazione che lascia, è già sufficientemente difficile quando il gioco di luce e colore di concentra su un punto fisso, ma l’acqua, essendo un soggetto così mobile e in continuo mutamento, è un vero problema”.

Monet afferma che un uomo può dedicare una vita intera allo studio di un unico soggetto, ancor di più se è immerso nell’acqua. Spinto da questo proposito, si dedica fino alla morte, avvenuta nel 1926, alla realizzazione di un numero elevatissimo di ninfee, i fiori acquatici, che studia e riproduce su tela direttamente nel giardino privato a Giverny.
Alla base del carpe diem proposto dall’artista vi è un ragionamento filosofico molto sottile, prodromo del soggettivismo che esploderà nel 1900 con la pubblicazione de L’Interpretazione Dei Sogni di Sigmund Freud, e che troverà la sua massima espressione nelle opere di Pirandello. Prima fra tutte Uno, Nessuno e Centomila, pubblicata proprio nell’anno della scomparsa di Monet.
“Si può dire che gli uomini si stiano abituando a considerare ogni conoscenza come transitoria, ogni stadio della loro attività e delle loro relazioni come provvisorio. È un fenomeno nuovo. L’ordine della vita in generale deve sempre più tener conto dell’imprevisto. Il reale non ha più un confine preciso. Il luogo, il tempo e la materia ammettono libertà fino a poco tempo addietro inimmaginabili”.
Le riflessioni condotte dal pittore sulla realtà esterna si applicano anche all’animo umano e ai suoi moti. E per la prima volta si sdogana il concetto di realtà interiore, anzi, tante realtà interiori dalle infinite sfaccettature, che non possono più essere ignorate. Da quel giorno, più che mai, la volontà di imprimere colore al bianco destino dell’esistenza accompagna l’uomo dalla nascita alla morte.