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Il Paese dei Cinquantatre Patrimoni

Scritto da Daniel Di Chiara.

Nell’Italia contemporanea si può parlare d’istruzione solamente senza apostrofo.

Questo perché noi, figli dello stivale, possediamo un talento naturale nel mandare in frantumi tutto ciò che tocchiamo. Abbiamo, sul territorio, cinquantatre patrimoni dell’umanità. Si tratta di un record mondiale, ma pochi italiani lo sanno. E ancora meno saprebbero indicare quali voci facciano parte di questo elenco. Qualcuno potrebbe balbettare il Colosseo, qualcun altro la Gioconda, ignaro che si trovi in Francia. La maggior parte non conosce l’infinita ricchezza che abbiamo a disposizione. Nella lista dell’UNESCO compaiono, tra le varie voci, risorse naturali quali le Langhe, le cime di Lavaredo, le faggete del Parco Nazionale d’Abruzzo, la Costiera Amalfitana, i centri storici di Roma e Napoli, ma anche i monumenti paleocristiani di Ravenna, la Reggia di Caserta e altri capolavori di architettura, i siti palafitticoli preistorici intorno alle Alpi, le zone archeologiche di Pompei e di Ercolano, le cittadine di Assisi e Portovenere, i Sassi di Matera e buona parte della Sicilia. Mezza Italia, quindi, si trova sotto tutela. E lo ripeto: è al primo posto nella classifica mondiale dei territori da salvaguardare. Potremmo raddoppiare il PIL in pochi mesi, promuovendo e valorizzando in turismo in queste zone.
Ma le istituzioni preferiscono dormire sonni tranquilli, e non si tratta di una metafora. Ci si dà un gran da fare, a livello nazionale, per tirare fuori le banche da un buco nero generato da privati e da chiudere con soldi pubblici, ma sull’altare dell’inerzia si sacrifica tutto ciò che potrebbe allontanarci da ogni voragine.

Del resto, non si può pretendere che chi ci amministra comprenda l’importanza del patrimonio che si trova sotto le sue natiche, perché proviene dalla nostra stessa scuola. Ed è una scuola che non dà alcun valore al proprio Paese. Sui libri delle scuole elementari l’Italia ricopriva lo stesso peso – in termini di pagine e di impegno – degli Stati Uniti e di altri Paesi senza storia, o dal passato minimo. Si studiavano brevi trafiletti di geografia, le province dell’Umbria e del Friuli, le catene montuose, il Po, il Tevere, la foce a delta, la foce a estuario. Un ripasso un po’ più approfondito alle scuole medie. A chi è andata bene, ancora qualche lezioncina a memoria i primi anni del liceo. Poi, più nulla. Perfino negli atenei la geografia è una materia emarginata. La conoscenza del territorio si limita alle targhe delle auto che si vedono durante i viaggi (“PE... cos’è? Pesaro o Pescara?”), e quando seguiamo in silenzio un fiume di cemento, ci accorgiamo di essere nei pressi di una località turistica solo perché la precede un cartello marrone. 
Ma cos’è il turismo nell’Italia di oggi, quella per cui il dato è in attivo e le spiagge sono più piene che mai? È presto detto: puro svago. Riviera romagnola, Sardegna, la maremma, bed & breakfast ed un cocktail ben dosato in discoteca. Musica elettronica per dimenticarsi di sé, delle noie quotidiane e della propria storia. Tutto ciò che vuole la gente è assuefarsi al suo eterno presente. Si punta a fare esperienze, non a perdersi nel puro incanto di un panorama mozzafiato, o di quelle che agli occhi dei più sono soltanto quattro pietre, ma hanno duemilacinquecento anni. Tra un Cuba Libre e i Sassi di Matera, noi scegliamo la bevanda dolciastra con la Coca Cola dentro perché ci tiene svegli e attivi, ci aiuta a sopravvivere a una dimensione che crediamo senza tempo, mentre senza tempo è tutto ciò che ci circonda. Non è un caso che tra le mete turistiche più visitate del nostro Paese compaiano quattro parchi divertimenti. Gardaland supera il mausoleo di Galla Placidia di quasi diecimila unità. La basilica di San Pietro è al 25° posto. Nella piazza, i promoter parlano tutte le lingue del mondo tranne l’italiano, perché italiani non ce ne sono, o si contano sulle dita di una mano. A chiedere le guide sono soprattutto americani e tedeschi, e non dobbiamo lamentarci di questo, né sorprenderci. È stata una nostra scelta, una decisione presa nel momento in cui abbiamo iniziato a diffondere l’idea che studiare non serve a nulla, ma servono solo competenze, perché sono quelle a riempirci le tasche. 

È dunque colpa della scuola? In parte sì. Le riforme scolastiche degli ultimi trent’anni sono andate via via a semplificare ciò che era un sistema spesso rivolto a pochi eletti, ma comunque funzionante. Il latino e il greco sono diventate lingue morte. Per il senso comune, in realtà, lo erano anche prima, però vi era una sorta di timore riverenziale che portava i professori a considerarle intoccabili. Ora c’è il Liceo Classico senza il greco, perché quell’aggettivo, con il passare degli anni, è andato a inglobare dentro di sé l’illusione di una presunta mancanza di utilità pratica. Anche il fare e il sapere sono stati trascinati nell’eterna dicotomia che è alla base di un senso comune italiota che non punta all’integrazione degli opposti, ma innesca un gioco di esclusione.
Tant’è: tutto ciò che impariamo deve avere una applicazione immediata, altrimenti non serve a nulla.
La geografia? La storia dell’arte? Fandonie. I rudimenti, quelli okay. Poi meglio dare spazio all’informatica, alle lingue, o a quell’infernale artificio ammazza-conoscenza che è l’alternanza scuola-lavoro. I nostri figli, i nostri studenti, imparano molto più a fare fotocopie gratis, anziché a visitare, con i loro docenti, i patrimoni U
NESCO più vicini a casa, magari dopo averli studiati su un libro, prima di scrivere un resoconto a mano (magari in italiano corretto). Siamo vittime sacrificali di convinzioni limitanti che ci hanno portato a epurare le discipline umanistiche a vantaggio di altre che consentono un riscontro rapido, siamo ridotti a non conoscere e a non capire l’immenso valore del territorio che ci circonda. Questo è ciò che hanno voluto, e noi l’abbiamo accettato in colpevole silenzio. Nessuno si è battuto in difesa degli scavi di Pompei, quando i lavori sono stati bloccati e il sito archeologico ha iniziato a cadere a pezzi.

Noi, che non abbiamo cura nemmeno dei nostri marciapiedi in tufo e ci ostiniamo a buttare cartacce per terra, diamo la colpa agli altri, ai sindaci, ai governi, e non a un senso civico mai entrato nel nostro modo di essere.
Ci lamentiamo perché i nuovi sistemi di raccolta differenziata funzionano male, e perché le nostre strade sono piene di sporcizia; auspichiamo il ritorno al vecchio minestrone di rifiuti, ma poi ce ne freghiamo se la carta va buttata il martedì: la portiamo il giovedì. E il giorno dopo, il nostro sacchetto ne ha attirati altri dieci. Lo guardiamo, storciamo il naso, diciamo «guarda lì, che massa di incivili» e tiriamo dritto, tra un mugugno e l’altro contro la politica, che per adeguarsi alle norme europee ha deciso di tutelare l’ambiente. L’idea di seguire le direttive non ci sfiora nemmeno, ci si sveglia solo quando la punizione è dietro l’angolo. Chi decide di rinunciare a bere perché deve mettersi a guidare, nella maggior parte dei casi lo fa perché rischia la patente, non perché potrebbe ammazzare qualcuno. Se volessimo spingere l’italiano medio a tutelare il proprio ambiente dovremmo inasprire le pene per il reato di vandalismo, rendere le multe ancora più salate, perché nemmeno quelle servono a dare il peso del valore dei tesori che abbiamo attorno. Non sorprendiamoci, quindi, se le palafitte di Viverone sono usate come ormeggi per le barche: siamo ignoranti, e lo siamo per scelta. Possiamo accusare i professori, lo stato, gli dei dell’olimpo, il karma e l’energia dell’universo, ma tra
sapere e non sapere l’ultima decisione spetta a noi. Viviamo in un mondo in cui molti contenuti culturali sono disponibili gratuitamente. In alcuni casi, basta entrare in una biblioteca per vedere le porte della conoscenza spalancate; in altri, basta un click. Ma noi su Wikipedia cerchiamo le biografie dei rapper, non la storia delle grandi opere culturali. Anche perché – e questo è allarmante – sarebbe fatica sprecata: alcune di esse non hanno neppure una pagina dedicata. E l’abbiamo deciso noi. L’abbiamo deciso quando, invece di passeggiare tra i vigneti del Barolo, siamo entrati in una cantina per ubriacarci. Potremmo salvarci, se il rifiuto della bellezza fosse circoscritto al nostro microcosmo.

Tuttavia, chi ha il potere di decidere come gestire i cinquantatre siti, ha la nostra medesima mentalità. Non dobbiamo sorprenderci dunque se gli enti locali e nazionali non investono nella promozione turistica, non hanno cura di cotanta bellezza, né si adoperano per la sua tutela. Né dobbiamo indignarci se i corsi di laurea in Archeologia e Conservazione di Beni Culturali sono considerati oggi facoltà senza sbocchi: chi esce da lì, è destinato a diventare un cervello in fuga. E tutti gli altri si affidano a Trip Advisor, anziché alla Storia, per stabilire quale meta vacanziera meriti la sua attenzione. In fondo, la riproduzione in serie delle opere d’arte ci ha fatto perdere di vista il valore dell’unicità. Non è più importante quanto un oggetto sia antico, non è più importante la creatività di chi gli ha dato forma, né quanto tempo ha passato Michelangelo appiccicato al soffitto della Cappella Sistina. No, meglio appendere alla parete la riproduzione della
Notte stellata di Van Gogh, e che barba La grande bellezza che non regala una sola botta di adrenalina in tutto il film.
Cerchiamo brividi, non risposte esistenziali. Cerchiamo esperienze, non emozioni. Intensità, invece di profondità. Perché la profondità ci fa paura in quanto ha il potere di estirpare dallo spirito tutte le ombre. Molto meglio il vuoto, la pochezza. Un vagabondaggio privo di meta e senza scopo, perché questo è l’effetto latente del nostro sistema distruzione.