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Carmelo Samonà e l’Inquieto Vivere

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Vi sono momenti, nella vita di ognuno, in cui appare chiaro quanto la realtà dei fatti sia cruda e logora.

Solo grazie a una giusta distanza da tutte le cose, e a una calma ritrovata, si riesce a cogliere una visione aggiunta che è personale, elastica, un minimo sorprendente. Non si può dire che sia facile riuscire a resistere e insistere lì dove nulla è come si vorrebbe, e tutto deve andare al proprio posto, pena uno squilibrio in grado di condizionare una vita intera.
Eppure il difficile, a volte, risiede nel solo atto della rinuncia. Non si può stare bene credendo immutabile un qualunque privilegio, o stare male e pensare che ogni sforzo e valore non abbiano alcuna rilevanza. Gli esempi da seguire, quelli che ispirano l’affetto e la più consolidata vicinanza, vengono spesso da chi non sa di essere un punto di raccolta di sguardi e di attenzioni. Gli appunti vanno presi in silenzio: è importante che ciò che si ritiene necessario non sfugga alla memoria. Del resto, a forza di tentare una soluzione, più che un disegno divino ne trapela uno umano che viene con la dedizione, con la fiducia. 
Mi trovo a sbandare troppe volte; eppure resto qui, con i miei occhi grandi e l’aria di chi si lascia sfuggire tante cose. Su tutto, la certezza di essere sensibile a stimoli che vengono anche dall’esterno: nel bene, nel male e nell’indifferenza che taluni fabbricano come fosse un ormone, o una moda, mi muovo ferita o felice, grata, o segretamente stanca, lasciando che tutto arrivi nei modi che so, a chi scelgo. Spesso chiamo ingordigia uno dei mali più astuti e caparbi del nostro tempo: si vuole tanto, di tutto, e con il minimo sforzo. Si teme qualsiasi cosa, perfino i libri, che in effetti sono assai pericolosi: insegnano la consapevolezza. E chi la vuole mai quella cosa scomoda che mette davanti alle evidenze, e poi tocca scegliere se è buona o cattiva, se ribaltare una insoddisfazione o tenersela stretta per restare comodi e scontenti a vita. 

Carmelo Samonà ha la risposta a un reticolo di incognite spuntate durante la lettura di un racconto intenso, fortissimo, spietato per la sincerità, la tenerezza, per l’orrore di sapersi indifesi di fronte a un nemico sottile, strisciante, concreto e astratto nel contempo. Un nemico contro cui non si può nulla: né rassegnarsi, né lottare. È importante riconoscersi in qualcuno, in qualcosa, fosse anche a grandi linee, perché alla fine si capisce di non essere soli, di non essere un’eccezione neppure in negativo: stesse difficoltà, uguali dolori, coniugati in tutti i modi e i tempi possibili. E volti, volti su mani, su esperienze e ricordi, che alla fine ci accomunano a gruppi oppure in fila per due, come quando a scuola tentavano di far entrare l’idea di disciplina in un ordine imbastito. In due è più bello. In due, se proprio non sei timido e chiuso a doppia mandata, puoi sempre stringere una mano per una specie di accordo silenzioso, un germoglio di alleanza. 
Si intitola Fratelli, il romanzo. È dolce perché racconta di un affetto ricambiato, rimbalzato tra due, come fosse un gioco lanciato in corsa su un campo: uno a uno, palla al centro. Non resta che veder chi segna il punto successivo. Ma si scorda presto l’idea del conflitto, che si delinea per la sola difficoltà di dover unire due esistenze così diverse da avere bisogno di un linguaggio comune, mosso su un piano neutro: non la sola realtà, non i soli voli pindarici che confondono il vero con la fantasia e ne fanno un calcolo tra ciò che può andare bene, ciò che è appena accaduto, e tutto ciò che non è avvenuto mai. Realtà e fantasia hanno confini labili e i due fratelli non hanno nome. Hanno soltanto due corpi ben distinti e uno di essi malattia che non viene resa coi toni cupi della desolazione: è invece una lotta senza armi, che ha braccia salde per sostenere e storie da narrare, perché nessuno si perda lungo strade invisibili. Uno dei due infatti è sano, e in quanto tale ha una visione lucida, spietata del giorno e della notte. Anche di quelli dello spirito. E non c’è una cura, ma un trascorso. Una malattia senza nome, come i due protagonisti, che si presenta in un equilibrio precario, pronto ad essere spezzato al primo soffio di vento.

Un micro-mondo, specchio del nostro, a suo modo magnifico e terrificante, che tutto accoglie e tutto lascia fuori, che si muove su due piani: un ambiente esterno ed una casa. Ogni stanza è un perimetro finito che divide i ruoli, separa due esistenze ma le lascia lì, vicine, pronte ad origliare. Una serie di codici segnala le invasioni di uno nello spazio altrui: le nocche di una mano battono tre volte sulla porta come una parola d’ordine e chi dorme non ha più tempo per il sonno. Si sveglia ricordando il peso che le proprie spalle dovranno tenere e segue quel richiamo, stropiccia gli occhi ancora stanchi, corre verso quei rumori attutiti, la presenza viva e sfuggente del fratello, di cui non trova mai subito le tracce. Eppure lo sa che esiste, ha il suo stesso sangue, e sono solo in due: un intero smezzato che è famiglia a tutti gli effetti, e si nutre di giochi improbabili, briciole di pane nascoste nelle tasche, specchi e colori. La mappa è la mente. Il tesoro varia, di volta in volta, ed è spesso un dettaglio che molti troverebbero irrilevante: un albero dalla corteccia ricurva, dai rami sgraziati, dalle fronde che piovono e spettegolano al vento; e narrano di vite con voci troppo fini, udibili solo dai bimbi e da coloro che – per una scelta avventata o di utopia –
osano ascoltare il battito di chi vive davvero. 

Un libro simile ha un inizio ma non una fine. Il suo è un andare fluido per quanto stretto, complicato. La diagnosi viene taciuta, e ciò che invece viene rivelato ha le movenze impacciate di chi vacilla nell’accorgersi di quanto difficile sia amare d’un amore smodato qualcuno che pur non volendo, rende ogni cosa ardua. Anche il più piccolo atto di spensieratezza va colto tra mille rifiuti spinosi. Non c’è spazio per la resa. Ancora meno si affaccia un’idea di missione capitata e non scelta, senza alcuna medaglia al valore. Il fardello è quello di chi soffre nel patire un male che non conosce; e accanto a lui quello di chi affianca un amore senza avere la possibilità di veder mutato quel destino inclemente. E fermarsi ripetutamente non aiuta. Fermarsi col fiatone, con un nodo in gola, mille promesse andate in frantumi e una sola certezza: nessuno capisce, né capirà.
Il dolore è personale, e forse ha a malapena delle cause; tutto il resto è aiuto, è conforto, ma raramente è decisivo.
Tutto il resto siamo noi che con la carezza degli affetti e gli artigli della determinazione, cadiamo e ci risolleviamo senza sosta, mentre il tempo avanza e muta, e porta con sé istanti da non lasciarsi sfuggire per niente al mondo.