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Photovoice from Khanke Camp

Scritto da Anita Dognini.

La fotografia è l’incontro fra l’arte e la scienza, dove entrambe dialogano con la luce.

La collettiva fotografica Photographs of life in Khanke Camp, nasce insieme al progetto dell’Unicef “Corso di Tecniche fotografiche destinato a ragazze yazide”, che si realizza con l’obiettivo di dotare un gruppo di giovani vittime di guerra e sopravvissute ad atti di violenza di genere di uno strumento espressivo. Il progetto è parte di un programma di intervento più ampio, denominato The Research and Development Organization in Kurdistan, e condotto dall’Unicef a partire dal 2015 in collaborazione con partner locali, volto a favorire l’istruzione delle ragazze yazide. Tutte le fotografie esposte alla mostra sono organizzate in sette aree tematiche: riti, assenze, attimi, confessioni, silenzi, sguardi, abbracci. 
La mostra si pone come un chiaro esempio di photovoice. Il photovoice è uno strumento che permette ai membri di una comunità di delineare le caratteristiche della comunità stessa attraverso immagini: le risorse in essa presenti, i problemi maggiormente sentiti, ma anche i riti, le tradizioni, le attività svolte ogni giorno, diventano soggetto dei nuovi fotografi. Dietro un’apparente semplicità, le testimonianze vanno a delineare un quadro complesso e unico nel suo genere. Grazie all’immediatezza e alla sintesi del linguaggio fotografico è possibile per chi guarda entrare subito in stretto contatto con una realtà nuova e sconosciuta e capire come essa viene vissuta ed esperita dall’interno. L’obiettivo finale nel caso delle comunità in difficoltà è quello di sottoporre i problemi che esse vivono sia all’attenzione pubblica, ma anche alle autorità competenti, in modo che queste possano familiarizzare con la questione e tentare di porvi rimedio velocemente. 

Le fotografie scattate dalle ragazze yazide mostrano ora uomini e donne, ora madri che si occupano dei figli, che lavano e cucinano, e padri di famiglia, ragazzi e ragazze intenti a giocare o ad accendere un fuoco, celebrazioni religiose. Per capire il profondo significato e l’importanza di questi gesti è necessario fare un passo indietro, chiarendo anzitutto chi sono gli yazidi. 
Il termine indica un gruppo di popolazioni ordinate a tribù, di origine e lingua curda. Essi vivono per lo più nel nord dell’ Iraq nel Kurdistan iracheno, un territorio facente parte della regione di Sinjar. Altre comunità più ristrette sono presenti in Siria (50 mila persone circa); Germania (40.000 circa); Russia (40.586); Armenia (35.272); Georgia (20.843).
Ciò che contraddistingue gli yazidi è la loro religione, lo yazidismo. Il culto yazida ha origini antichissime e contiene in sé elementi di giudaismo, cristianesimo e islam. In quanto monoteisti gli yazidi credono in un unico Dio, in relazione con il mondo attraverso sette angeli creatori. Il più importante di questi è Melek Taus, l’Angelo Pavone, padrone del mondo ed origine del Bene e del Male e per questo figura predominante nello yazidismo. Come in ogni religione sono presenti dei rituali e dei precisi dogmi da seguire: la preghiera va celebrata due volte al giorno sempre in direzione del Sole e non può essere recitata in presenza di persone estranee al culto di Melek Taus. Le sacre scritture dello yazidismo sono il Kitab al-Jilwa (Libro della Manifestazione) e il Mishefa Res (Libro Nero).

Facendo sempre riferimento alla mostra fotografica in oggetto risulta fondamentale comprendere come in quel contesto la religione non rappresenti solamente un potente mezzo di coesione sociale ed aggregazione, come spesso succede nelle piccole comunità – numerose foto mostrano infatti uomini e donne yazidi intenti in funzioni religiose, cimiteri e templi costruiti nei pressi del campo profughi –, ma anche il principale fattore scatenante delle persecuzioni nei confronti della comunità yazida. Gli yazidi sono da sempre perseguitati da chi li considera infedeli e adoratori del diavolo a causa di un malinteso che riguarda il loro nome e per via della centralità nel loro culto dell’Angelo Pavone. È proprio questa divinità ad avere risvegliato le ire e la violenza dei militanti dell’Isis, che vedono in Melek Taus la personificazione di Satana. Si parla dello stesso Isis, acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, che di recente abbiamo tristemente imparato a conoscere a causa dei numerosi attacchi terroristici perpetrati nelle maggiori città europee da due anni a questa parte allo scopo di espandere il proprio controllo e ridefinire i confini del Medio Oriente. Dopo un primo momento in cui i militanti di Daesh (sinonimo di Isis, dedotto dall’acronimo adattato direttamente dall’arabo) si sono fatti conoscere attraverso la diffusione online di video in cui i loro ostaggi venivano decapitati, ha preso avvio una seconda fase, quella degli attacchi diretti ai cittadini europei. Francia, Germania, Regno Unito e Turchia sono i Paesi dove gli attacchi si sono ripetuti più volte e si ripetono ancora oggi con intensità crescente, lasciando dietro di sé ogni volta morti e feriti, cittadini comuni, e un’ Europa ancora oggi ferita, allarmata, arrabbiata.

Nel caso degli yazidi, l’Isis ha colpito quando era ancora agli inizi della sua attività. Il 3 agosto 2014 a Sinjar le milizie di Daesh si sono scagliate indistintamente contro uomini, donne e bambini della comunità, in nome di qualche presunta superiorità religiosa. Le conseguenze di questo atto terroristico sono state devastanti, ed hanno coinvolto da vicino ogni membro della comunità yazida, che da quel giorno è stata sistematicamente presa di mira. Migliaia di yazidi sono stati catturati, centinaia di ragazzi e uomini adulti sono stati brutalmente uccisi e tanti altri sono stati minacciati di morte se non si fossero convertiti all’Islam.  
Le ragazze e le donne yazide catturate sono state divise dai loro parenti e regalate o vendute ad altri combattenti in Iraq e in Siria. Spesso sono state oggetto di scambi tra gli jihadisti, ripetutamente picchiate e sottoposte a ulteriori violenze, in pratica trattate come schiave. La loro liberazione poteva avvenire sotto richiesta di un riscatto, o in alternativa attraverso la fuga. Diverse donne una volta libere hanno testimoniato di aver provato a fuggire più volte dai loro aguzzini e quanto compiere un atto simile fosse difficile e pericoloso. Tutte riportano serie conseguenze a livello fisico e psicologico.

Così nasce il Khanke Camp, un’isola che ad oggi accoglie circa 17.400 persone e 2.900 famiglie.
Le giovani yazide, nelle vesti di fotografe, non hanno mancato di rappresentare con una attenzione particolare l’aspetto della convivialità e delle interazioni umane presenti e vive all’interno della loro comunità, come a testimoniare che, anche a fronte delle maggiori difficoltà, sia possibile per la persona e per il gruppo, continuare a condurre la propria esistenza all’insegna della speranza e della dinamicità. È quanto viene detto resilienza, cioè la capacità di far fronte ai problemi in modo adattivo, traendo forza proprio dalle avversità incontrate e investendo su aspetti come i legami sociali, il senso di appartenenza, le risorse disponibili. 

Il massacro del 3 agosto 2014 a Sinjar è ricordato dalla comunità yazida come il settantaquattresimo genocidio subito nel corso della storia. Questo stesso genocidio è ancora in corso.
La campagna di violenza contro questa minoranza è stata recentemente riconosciuta dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea. Secondo il report della Commissione Internazionale Indipendente d’inchiesta sulla Siria, più di 3.200 donne e bambini yazidi sono ancora ostaggio dell’Isis. Sul lato pratico diverse sono le posizioni rispetto alla vicenda che coinvolge gli yazidi. Da una parte, Amnesty International, in un rapporto risalente all’ottobre del 2016, denuncia la mancanza di intervento e aiuto da parte della comunità internazionale, sostenendo che le donne yazide e le loro famiglie non abbiano ricevuto il
sostegno adeguato e ribadisce la necessità di una maggiore presenza sul territorio a favore della comunità.
Dall’altra, indagando sul web, è possibile scoprire diverse realtà che hanno preso avvio proprio a seguito dei fatti avvenuti in Iraq.
Nell’agosto del 2014 negli Stati Uniti viene fondata Yazda, a global yazidi organization, un’organizzazione no profit con lo scopo primario di divulgare messaggi in tutto il mondo affinché il genocidio non passasse inosservato.

Quest’organizzazione si occupa di fornire aiuti umanitari, cure mediche, educazione per i componenti più giovani della comunità, ed in generale sostegno alle famiglie. Yazda è riuscita a fare appello alla Corte Penale Internazionale e alle Nazioni Unite, attraverso la sua portavoce Nadia Murad, ventunenne yazida. La stessa Nadia Murad è stata, in seguito, insignita del Premio Sakharov 2016 assieme a Lamiya Aji Bachar da parte del parlamento europeo. Entrambe sono tra le donne che hanno subito violenza da parte dei militanti dell’Isis.
Inoltre, sul sito www.yazidi.it si legge di un progetto di crowdfunding del Servizio Civile Internazionale (SCI) denominato Yazidi’s Voice: English for Refugees che nasce con l’obiettivo di partecipare alla creazione di una scuola di inglese per supportare le bambine e i bambini yazidi rifugiati nel campo AFAD di Midyat nel Kurdistan turco. Alle origini di questo progetto vi è una solida collaborazione tra SCI Italia e la Youth and Change Association di Diyarbakir. Le due organizzazioni hanno proposto numerosi campi di volontariato internazionale tra dicembre 2015 e l’ottobre del 2016, nella città di Diyarbakir, e nel vicino campo profughi allestiti nel 2014 con l’obiettivo comune di coinvolgere le bambine e i bambini presenti nella comunità in attività ricreative, manuali e lezioni di inglese. Nel luglio del 2016 il Consiglio delle Donne Yazide di Shengai e diversi suoi sostenitori hanno lanciato un appello per chiedere direttamente all’ Onu il riconoscimento di una Giornata Internazionale contro il Femminicidio e Genocidio, cosa che poi è effettivamente avvenuta. Parte degli aiuti provengono anche dalla realtà italiana: la Fondazione Lucchetta di Trieste ha collaborato con l’IRCCS Burlo Garofolo affinché diversi bambini provenienti dal campo profughi di Khanke potessero ricevere cure sanitarie adeguate. 

La vicenda del popolo yazida illustra bene come alcuni, o forse sarebbe meglio dire quasi tutti i fenomeni che viviamo, siano frutto di un contesto sociale. A un primo livello narrativo la vicenda potrebbe essere riportata da qualsiasi membro della comunità e ogni storia avrebbe dei fatti in comune con le altre e delle particolarità proprie. L’ essere degli individui unici e distinti fa sì che l’esperienza personale sia qualcosa di estremamente intimo, e noto solo a chi lo vive in prima persona. Attraverso il dialogo le esperienze possono essere messe in comune. A volte ciò non è necessario perché alcuni accadimenti sono necessariamente vissuti insieme, come è successo per gli yazidi. Viene perciò a delinearsi un vissuto collettivo, che si situa a un livello diverso rispetto a quello individuale, proponendosi come uno specchio delle comunità nel quale ognuno riflette se stesso e allo stesso tempo rivede gli altri. Questo permette alla comunità di consolidarsi e ritrovarsi ogni volta nel ricordo di quanto è accaduto e prospettare un possibile futuro. Esiste poi un altro livello ancora da tenere in considerazione che molto spesso viene avvertito come distante dai singoli e spesso anche dalle comunità, e può essere definito “macrolivello”. Esso rappresenta tutti i risvolti che avvengono a livello nazionale e internazionale, allo stesso tempo causa e conseguenza di quanto avviene ai livelli sottostanti, e comprende le credenze, le leggi, le politiche sociali ed economiche in grado di influenzare la vita quotidiana delle persone. Una seconda prospettiva tra le tante che è possibile considerare è quella del potere. I differenti aspetti che coinvolgono il potere sono presenti nella dicotomia che coinvolge Isis e popolo yazida. Molto spesso questo termine viene inteso come la capacità di far fare agli altri ciò che si vuole, in un’ottica di costrizione e prevaricazione. Esso si associa a caratteristiche negative di disparità, ineguaglianza e sottomissione. Questo è il tipo di potere per cui l’Isis (ma non solo!) agisce, al quale tende continuamente, e che vuole mantenere. Un’accezione alternativa del termine lo descrive come la possibilità di fare, il “sentirsi in grado di”. È un tipo di “potere positivo” detto empowerment, che è posseduto dal singolo, ma allo stesso tempo viene messo a disposizione della comunità e ognuno può potenzialmente conquistarlo.
Questo potere nasce, si amplifica e si rafforza grazie alla partecipazione attiva al contesto in cui si vive.
Dalla partecipazione derivano quindi senso di appartenenza, condivisione delle responsabilità, azione collettiva. È facile intuire come, questo tipo di potere, sia stato sperimentato dalla ragazze yazide intente a fotografare la loro comunità e come, attraverso questi gesti, esse siano divenute per tutti gli altri membri della comunità anche un mezzo per sentirsi protagonisti e oggetto di attenzioni. In un mondo in cui l’empowerment e tutti gli altri valori della psicologia di comunità possono essere adottati in un’ottica multilivello, non bisognerebbe mai smettere di impegnarsi affinché ciò accada.



Sources:
• Università degli Studi di Milano – Bicocca.
Photographs of life in Khanke Camp. Retrieved May 2, 2017, from http://www.unimib.it/open/eventi/Photographs-of-life-in-Khanke-Camp/7442648152718156896
• Amnesty International. Iraq: dimenticate dalla comunità internazionale le yazide sopravvissute alle terribili violenze dello Stato islamico.
Retrieved May 29, 2017, from https://www.amnesty.it/iraq-dimenticate-dalla-comunita-internazionale-le-yazide-sopravvissute-alle-terribiliviolenze-dello-stato-islamico/
• Lettera 43. Yazidi, chi sono e dove vivono. Retrieved May 29, 2017, from http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2014/10/18/yazidi-chi-sono-e-dove-vivono/128854/
• Enciclopedia Treccani. Curdi: una storia geopolitica. Retrieved May 29, 2017, from http://www.treccani.it/magazine/geopolitica/Curdi_una_storia_geopolitica.html
• Centro Studi Islam Contemporaneo. La complessità della questione curda e le relazioni con la Turchia.
Retrieved May 30, 2017, from http://www.islamcontemporaneo.it/turchia-questione-curda/
• The Post Internazionale. L’Isis spiegato. Retrieved May 30, 2017, from http://www.tpi.it/mondo/iraq/l-isis-spiegato
• Osservatore Libero. Europa 2017 nel mirino del terrorismo: l’elenco aggiornato degli attentati.
Retrieved May 30,2017, from http://www.osservatorelibero.it/2017/03/24/europa-2017-nel-mirino-del-terrorismo-elencoaggiornato-degli-attentati/
• Il Giornale. Due donne yazide ex schiave dell'Isis vincono il premio Sakharov.
Retrieved May 31, 2017, from http://www.ilgiornale.it/news/mondo/due-donne-yazide-ex-schiave-dellisis-vincono-premio-sacharov-1324192.html
• Rete Kurdistan Italia. Appello per una Giornata Internazionale d’Azione contro il femminicidio delle donne Yazide.
Retrieved May 31, 2017, from https://www.retekurdistan.it/2016/07/29/appello-per-una-giornata-internazionaledazione-contro-il-femminicidio-delle-donne-yazide/
• Yazidi’s Voice. Progetto: ridare voce al popolo iniziando dai più fragili. Retrieved June 1, 2017, fromhttps://www.yazidi.it/visit-us
• Fondazione Lucchetta. Un corridoio umanitario per i bambini yazidi. Retrieved June 1, 2017, fromhttp://fondazioneluchetta.eu/news/2016/un-corridoio-umanitario-bambini-yazidi/
• The Submarine. Un’associazione contro il genocidio yazida. Retrieved June 1, 2017, fromhttp://thesubmarine.it/2016/07/07/unassociazione-contro-il-genocidio-yazida/ 

Photo by Kurdishstruggle. PKK Guerilla in Shingal (2015)