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Ciò che Stiamo Perdendo

Scritto da Stefano Losi.

Il progresso è quella cosa per cui serve sempre meno tempo, e sempre più denaro.

Ricordo di avere sentito quella frase in bocca a Frank Sinatra, uno che vantava lontane origini italiane. Liguri, da parte di madre. Per uno di quei paradossi curiosi dell’uomo, di pari passo all’avanzata delle costruzioni, sempre più orbe, inutili e d’insulto all’estetica, cammina lo spirito di conservazione, che cerca spiragli incontaminati di un tempo che non può più tornare, quei pochi scampati alla fame demenziale del progresso. Un progresso che, nella sua furia bulimica, inghiotte boschi, sentieri, architetture spontanee, terre e scorci dove l’uomo – un uomo più umile e in accordo con gli elementi – si era insediato in armonia, e poi vomita il peggio di sé, in una scia desolante di cemento e veleni. Nei luoghi risparmiati dagli altari dell’idiozia, in genere privi di un interesse di lucro che del paesaggio o delle norme di sicurezza se ne frega, ha ancora voce il silenzio della serenità. Certo, gli attivisti dello sviluppo li chiamano paesi o valli fantasma, ma nulla è più solido e concreto. Un tour nella Graveglia, una valletta che si apre allo sguardo dei visitatori con un pudore schivo molto ligure, proprio come la madre di the Voice, può dare il senso di ciò. Secoli di storia agra e difficile hanno dato forma alle frazioni sparse sui crinali, quasi tutte arroccate negli spacchi al riparo dai venti, lontane pure dal nastro di fondovalle, e spesso isolate le une dalle altre.

A scavare nella vita della gente, specie degli ultimi anziani, si rischia di dare un ritratto falsamente mitico, forse troppo oleografico e del tutto ingiusto, perché non è facile conciliare l’interesse estemporaneo di chi passa di lì per caso o per un desiderio di respirare aria diversa, meno impregnata di rabbia, di stress e di stupidi riti della città, con la realtà cadenzata dei ritmi arcaici di chi ha vissuto fino a tre/quattro decenni fa in un mondo a parte, duro ma soave. Non ci sono più gli spacci, i coltivi sono rari e malmessi, tranne dove possono arare i trattori. Le braccia di oggi non sanno più cos’è la fatica, dice uno che regge ancora bene, a Botasi, uno che ha in mente il pensiero fisso di aiutare il figlio ormai sceso in città per usura di forze spese e mai recuperate. Lui se la cava con l’orto ed una pensione appena dignitosa, e narra che una volta, lassù, farina di castagna se ne faceva tanta, così come le patate, che uscivano a quintali da una terra per niente generosa, e le greggi salivano vaste verso lo Zatta e il monte Biscia. Ora non c’è più nessuno. I giovani di un tempo sono dei vecchi scesi a lavorare nelle industrie o negli uffici nei centri sul mare, dove gira più gente e quindi più affari, e i campi vanno in malora. Ma non è un lamento che lascia spazio a malinconie bucoliche, anzi, è un discorso di realismo istintivo: la civiltà dell’auto – dice l’uomo – ha solo accelerato il fenomeno.

Per un poco i giovani, anche suo figlio, sono venuti su a trovare i “végi”. Poi, sospira, hanno capito che si faceva fatica anche lì, e allora si fermano a Chiavari, a Carasco, a Lavagna, e tornano quando la voglia è tale da spegnere la pigrizia.
Dietro a quel quadro, tracciato con uno spontaneo ed ironico verismo, non c’è alcun rimpianto ma la filosofia dei locali, adusi alla rassegnata misura delle terre di cui sono figli. La valle, splendida nella sua complessa orografia, si apre agli occhi del turista con una ricchezza inusuale in Liguria, perseguitata dalla malignità che la sorte può riservare solo a ciò che è bello e prezioso, quasi ad espiare. La mano degli uomini ha contribuito al tradimento infido ma qua e là, tra i ciuffi e le macchie rade che coprono picchi e rilievi ossuti, o pianori più dolci e declivi, si intuisce ancora l’incanto di quello che è stato un grande passato. Fertile, tenero nei muschi e negli argini di ciottoli a fare da camminamenti, o per deviare le acque, e di contro le ferite laceranti delle cave aperte nei fianchi dei colli nei quali già i Romani avevano scoperto le vaste riserve di minerali come il manganese. Loro, però, avevano scavato senza sgretolare le coste, senza volere aprire piccoli porti in cui mettere barche in affitto “perché rende, e gli italiani sono un popolo di poveri a pancia piena”.

Ma non si tratta solo di questo: a guardare i paesini e i grappoli di case seminati mai in base a un capriccio, bensì a furbi scopi difensivi oggi diluiti in epica da libri di storia, l’idea che si fa avanti è perché zone come Tolceto, Reppia, Arzeno, Cassagna, Zerli e su, fino al valico del monte Biscia, debbano morire così, prive di una chance, di qualcuno che tenti non dico un restauro, ma almeno una minima cura. La geologia ha esaltato questi bricchi, pieni di tracce giurassiche e rocce che costituiscono il pavimento dei grandi sedimenti oceanici; il turismo le ha invece violentate, cavallo di Troia della speculazione callida degli anni ’70, quella tutta indulti e condoni. Eppure il patrimonio storico è enorme: tra il verde e la roccia, in poco più di una ventina di chilometri, di tesori ce n’è tanti.
Dai mulini antichi delle aree basse che dicono le vicende dei Fieschi tra torri e vestigia rupestri, alle incursioni piratesche e le lotte tra famiglie del XV e XVI secolo, tristemente manomesse da uno o più rimpasti speculativi, c’è una letteratura della resistenza di rara presa emotiva. E quelle case rustiche, piccole e addossate tra loro, strappate via al terreno come in una levitazione che ha del miracoloso, e appese a picchi erti e scarni, avari di spazi ma densi di fascinosa durezza, sono così da trecento anni, con le murature di pietre cavate nei dintorni e i grossi monoliti d’ingresso, con la base ampia e una data consunta sopra il portale, il più delle volte vicina a una nicchia con una madonna o una testa apotropaica. E poi un complesso di logge e portichetti per il deposito della legna, e gli acciottolati geniali delle viuzze che hanno affrontato intemperie terribili senza fare una piega, i quali spariscono sotto gli archivolti medievali e riappaiono su spiazzi minimi e sorprendenti, che catturano la luce e fanno respirare i muschi che decorano quasi tutto senza nascondere nulla.

Sono soprattutto le case di Botasi, di Reppia e di Arzeno da una parte, di Nascio, di Cassana e Statale dall’altra ad offrire occasioni estetiche e storiche uniche in loco, coi loro gruppi di tetti vicini come a ripararsi assieme, e le
ciappe di sopra a fissarne il moto di sotto. È tutto lì, affidato alla pietà del tempo, e alla fiducia eroica di qualche decina di superstiti, e purtroppo al cattivo gusto di chi ha innovato con orrendi scempi architettonici un luogo che andava bene com’era. Il nome della valle deriva, a detta delle ricerche di Luigi Tiscornia, che ne ha scritto a lungo, dai Garruli, i primi abitatori locali (garrulo è un uccello migratore), di cui scrive anche Strabone, per cui vivevano vicatim, in villaggi sparsi, per lo più nelle gole dei monti e campavano di pastorizia, caccia, pesca, insofferenti a ogni giogo straniero.
La valle custodiva, fino a quando il vezzo di fare i borghesi non ha iniziato a spegnerne una dopo l’altra le sorgenti, un dialetto antico, preservato da infiltrazioni, ricco di forme che non si ritrovano più. Hugo Plomteux, un linguista belga, lo studiò e lo spiegò in 7 (sette!) volumi di una tesi di laurea, quando anche le lauree erano una cosa seria. L’uomo aveva soggiornato da Custelin, una delle poche strutture alberghiere di Reppia per oltre 14 mesi, dal 1966 al 1968, e non si era stancato di girare case e frazioni della vallata scandagliando, con l’aiuto del titolare del Custelin, ogni angolo lessicale di una lingua ricca com’era povera la gente che la parlava. Gente che non va dimenticata, come quella valle costretta a vivere di ricordi che emergono a fatica nella mente degli anziani, ma che regge con dignità un pudore che non la fa corteggiare, e più che il retaggio di una miseria antica può essere l’orgoglio di una ambizione nuova.

1. Photo released by Fabio Ivan Pigola, Kultural archive, Milano, 2015
2. Taken from
Graveglia, una valle incontaminata, di Piero Oneto, La Casana anno XIX, n. 1 (1977)