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Il Grande Fratello Di Dio

Scritto da Riccardo De Rosa.

Siamo in onda su tutti i canali: caratteristi, comparse, o attori involontari.

Facciamo notizia come carne da YouTube o da talk show, e perché no da dibattito, tribuna politica. Ogni età è buona per essere strumentalizzata.
Leggo un quotidiano, qualsiasi quotidiano, e trovo inammissibile l'abbandono tranquillo all'idea che il mondo supererà senza guai la crisi che sta attraversando. Lo sviluppo facilitato dalla tecnica e dall'economia ha conseguenze funeste per la sensibilità dei singoli, e come in altre epoche della storia il Potere, che in principio sembrava il miglior alleato, si prepara a gettare una bella palata di terra sulla tomba del suo impero.
Da secoli, ogni generazione si crede destinata a ricostruire la Terra. Eppure la missione è ancora più grande, cioè impedire al pianeta di distruggersi. Erede di una storia corrotta in cui si mescolano rivoluzioni fallite, fiacche ideologie e il cataclisma della banalità, l’uomo di oggi umilia l'intelligenza mettendola al servizio della "mediocritas", quella che terrorizzava Cicerone e Camus, quella di Saul Bellow, dei Reality e di Facebook.

La Storia non progredisce.
Era stato Giambattista Vico a parlare di corsi e ricorsi, ossia un movimento di andata & ritorno, un concetto ripreso prima da Nietzsche e poi dal buon Schopenhauer. La matematica di Archimede è superiore a quella di Einstein, perché la parte più importante inizia nella corteccia cerebrale e scende verso il basso. E il suo centro è il cuore. Esso è l'organo che accusa più degli altri il mistero, l'esclusione, la stitichezza emozionale e la superficialità - l'uomo non progredisce perché la sua anima resta sempre la stessa.
I poeti intuiscono la dissacrazione e vengono calunniati, ignorati o spinti all'esilio come Shelley, che in un verso ricorda: "un popolo muore di fame nei campi non coltivati", dove i campi sono le distese della retorica. Quanta ci invade, quanta ci assale ogni giorno.
Un amico pubblicitario ironizza, sostenendo che "sì, sono io che vendo tutta quella merda, ma qualcuno deve pur farlo, e se mi gonfio le tasche coi soldi dei fessi me ne compiaccio". Per contro, la tirchieria è il più lussuoso manifesto dell'impoverimento interiore. Non ci si spreca più neppure a comunicare, a parlarsi, a dedicarsi, attenti l'uno ai minuti dell'altro. I rapporti si consumano alla svelta: inizio, fine, e poco di mezzo, perché in fondo abbiamo già chi ci serve. E se non ce l'abbiamo andiamo a cercarlo, sostituendo chi c'era con chi ci sarà: "sono fatto così, prendere o lasciare".

La verità non ci piace oggettiva, naturale, delicata, la vogliamo poco impegnativa.
Nei massimi sistemi si riflette il termometro di ciò: incuria globale e buchi nell'ozono, scioglimento dei ghiacci, terrorismo, guerre & dittature, conflitti (in)civili e quelle ferite sulla carne del mondo che sono le strade di Calcutta, i genocidi nel Darfur, l'ignorarsi a vicenda delle persone.
Si parla dei traguardi di questo sistema, il cui unico miracolo è stato concentrare in un quarto della popolazione l'ottantadue per cento delle ricchezze, mentre il resto tira la cinghia o muore di fame. Bisognerebbe domandarsi cosa si intende per neoliberalismo, perché a rigor di logica non ha niente a che fare con la libertà.
Anzi, il nostro fare spallucce dinanzi a qualsiasi cosa, in prima istanza verso i simili - anche quelli che non conosciamo, o che leggono casualmente queste righe - e il loro spazio, dimostra che la cancrena parte dalla radice attiva più sottile, quella pilifera. Come negli alberi. Quelle grandi servono meno, portano alla chioma e ai piani più alti il lavoro fatto nei sotterranei. Ossia da tutti noi.

Siamo figli della natura, non le possiamo sfuggire.
Ogni mattina, milioni di persone ripartono con la disperata ricerca di un lavoro, una destinazione, un valore, un amico. Sono gli esclusi, una categoria che sa tanto di esplosione demografica, della vana incidenza di manovre e manovrine di banditi mascherati da onorevoli, dell'inutilità di quest'economia per cui l'unica cosa che non conta è l'essere umano. Specie se ne sta ai margini e non produce.
Questi individui, che ogni giorno vengono fatti saltare fuoribordo come sulla tavoletta dei pirati, sono l'immensa maggioranza. Il mondo è dunque in pericolo, pur essendo un luogo meraviglioso. Io stesso lo ammiro, lo gusto, lo vivo di carnesanguespirito, e fa male vederlo consegnare le armi dell'idillio alla mediocrità.

Se ne esiste uno, siamo il Grande Fratello di Dio. Chissà le risate quando si collega.
La serenità non è prevista nel piano di globalizzazione e allora forza, corriamo addietro a psicofarmaci, tecniche di rilassamento, lamentele cicliche e inusitate. Abbiamo stress, perversioni, e un teatro digitale in display. Furbi, vero? Ma come si fa a chiudere gli occhi e tapparsi il naso di fronte all'ego senza spernacchiarlo, smascherarlo, sbugiardarlo?
Non voglio contribuire a coltivare un orto in rovina, dove si diffonde il si salvi chi può, il chissenefrega, la pigra inazione. Mi salverò prendendo a prestito il pensiero di un altro? Forse mi accontenterò, forse ci sono già riuscito. Forse sì. Con la libertà di rivedere l’intelligenza altrui. E mentre i più sfortunati soccombono nel profondo del mare, in qualche angolo estraneo alla catastrofe, nel pieno di una festa, di una costa di sabbia elegante, nell'ipnosi della Tv o nel sudore canino di una discoteca, i potenti continuano a ballare, assordati dalle loro buffonate.