Stampa
PDF

Una Più del Diavolo

Scritto da Filippo Lancietto.

Cuore d’estate, tempo che scorre, lento e luminoso; stoffe che giocano a lasciarsi muovere da pochi tocchi di vento.

Immagini familiari, ricordi ammucchiati dietro l’angolo, leggeri. L’ingrediente segreto sta in un riff di chitarra bollente, accattivante: seduzione da non poter rimandare come l’acqua fresca che scorre e consola il corpo per le fatiche del giorno. Tempo di viaggi lontani e vicini: pochi eletti conquistano gli orizzonti più esotici, e per chi non può è tutta un’altra storia. Fuori porta è la gita agognata, la strada che intercorre tra quelle solite abitudini e i piccoli gesti inconsueti. La fantasia nutre distanze ed aspettative, e conduce ovunque, specie se trova nutrimento nelle pagine di un libro lasciato cadere in borsa in mezzo a un gran disordine di chiavi, elastici per capelli, conchiglie raccolte sovrappensiero, e in sottofondo un coro di risate di bambini. Pure leggere è viaggiare; ed è un viaggio tra i migliori quello che, partendo dalla carta stampata, si premura di usare chi legge come fosse un itinerario: uno rimane fermo mentre le pagine scorrono, e intanto accade il prodigio di chi finalmente abbandona il display del cellulare e sorride alla carta, alle storie che porta, sorride e attinge agli odori di un libro che parla per accenti divertiti e divertenti, e cattura nelle spire di un racconto che fa girare la testa a tratti. Ma è solo un’ebbrezza, un essere grati a un autore che con poche idee ben congegnate conferma un’idea a dir poco sfiziosa: la leggerezza ha un gran peso, e quello non grava mai sulle spalle di nessuno. Non recita gli echi di un vuoto che avvilisce, ma è un ricettacolo di spunti e sagome che prendono quasi corpo, quasi vita, dalle descrizioni minuziose di un Lorenzo Vargas che bisogna conoscere una volta e pure due, come tutte le persone che si capisce che hanno tutto a posto, fuorché l’immaginazione: quella vaga, si arriccia, strepita, chiede attenzione ma mica per smacco; soltanto coinvolge per generosità e affinità: se si è sulla stessa lunghezza d’onda che travolge e ribalta un romanzo, nomi cose e città, e che si intitola Una Più Del Diavolo, si può pensare bene di strizzare l’occhio all’amica-nemica noia e godersi così lo spettacolo dell’eterna lotta tra bene e male, presentata agli occhi di chi legge con un mezzo tono in più, che si direbbe dissacrante. 

Bisogna essere intelligenti per fingersi stupidi con ammirevole maestria. Oppure bisogna essere tonti e basta.
Tonti e fifoni, addirittura teneri per quella rinuncia sottintesa e arresa, a tutto quanto ci sia di valido, eroico, tutto d’un pezzo. Prendiamo Bartolomio e un paio d’ali. Uniamo Raziel e poi ancora ali: avremo due angeli sottratti al Paradiso, che zitti e quieti, tra un ruzzolone e una pettinata di capelli, arrivano fin sulla Terra in cerca del
Prescelto. La missione è una sola: trovare un povero Diavolo, smarrito e minaccioso, e rimetterlo sul suo trono di fiamme e anatemi. Il tutto, in nome di un equilibrio che non si potrebbe ottenere mai se insieme al bene non ci fosse una controparte maligna, spietata: solita storia di una mistura di parti in contraddizione, che per amore dell’eccesso arrivano al compromesso di un quieto vivere che tenga il subbuglio ai minimi valori possibili, e intanto pratichi la morale del buono e del cattivo, usando i toni sacri del giudizio: adora Satana e vivrai nel peccato; oppure ama Dio come Dio comanda, altrimenti non avrai scampo.
Di nuovo. 

Il salvatore di tutti gli umani, colui che dovrà scongiurare il pericolo di una scura e rabbiosa apocalisse da parte di un dio annoiato e arreso ai capricci di quei suoi figli un po’ troppo scapestrati, è Giovanni Archei. Per descriverlo basta avere bene in mente le caratteristiche dei supereroi che occorrerà scansare nettamente, per approdare a una figura smunta, fuori dalle cose che contano: il protagonista della narrazione, si tiene vivo per amore della musica e arranca lontano dall’amore preso in senso letterale: ha una ragazza, ma quella è piena di sé. Troppo piena, al punto di restare con tanto di faccia sbigottita quando il povero Giovanni, in odore di un sospetto tradimento da parte di lei, sguscia via da una stanza troppo stretta per gli elementi coinvolti, ponendo fine a una relazione senza troppe esitazioni. Scappa via da quella sua Alice senza meraviglie, boriosa e petulante che subisce un rifiuto ma non lo accetta: la ripete più volte quella sua protesta, mentre gli eventi corrono, mutano.
Da quel momento, due angeli e un umano (piuttosto malconcio) si trovano alle prese con un viaggio che ha qualcosa di assolutamente, divinamente dantesco. Ma via, via dalle cose serie: una capatina all’inferno subito dopo lo sgretolarsi del Vaticano per opera di un dio avvilito da quello spreco di spazi, anime impure e fasti innecessari.
Il tutto sotto gli occhi di un Papa che sotto-sotto credeva di averla fatta franca, invece no: fine amara e grottesca, la sua, che desta un sorriso di quelli saldi, spontanei e appena un poco sadici, e preparano il terreno a una serie di altri eventi e bizzarrie, degne del più raffinato entertainment: Giovanni si trova a cedere alla sensualità prorompente di un demone donna che risponde al nome di Lilith, come agli istinti più carnali che possano venire in mente. Con l’incedere nobile di uno che per una giusta causa deve immolarsi alla fin fine, proprio al protagonista è data la missione di lasciarsi sfilare finanche le informazioni più segrete.

L’estasi è assicurata, tanto che i due stolidi angeli devono trascinare, di fatto, di peso il loro stropicciato
Salvatore fuori dall’Inferno, dopo essere sopravvissuti a numerosi incontri e piccoli enigmi: un traghettatore tronfio e goffo, una serie di animaletti occhialuti e fin troppo laboriosi, consapevoli di una sorta di declassamento dovuto a una svista del Padre: dovevano essere loro, gli abitanti prescelti di un pianeta Terra florido e generoso. Eppure proprio il Creatore, dopo aver abbozzato le scimmie si distrasse un attimo e quelle intanto si allungarono, e ingegnarono, e impararono a stiracchiarsi e a pronunciare parole. Qualcuno la chiama evoluzione, qualcuno errore conclamato. 
Le pagine scorrono in fretta, ne giova l’umore e la testa: la scrittura è brillante, e le varie parti della storia, sono legate tra loro in modo tale da non distrarre mai, non stancare mai, e riservano fino alla fine, almeno una sorpresa piccola. Come la figura di un avvocato annoiato dal troppo successo che davvero ne sa una più del diavolo, e perciò lo mette in saccoccia, come astuzia comanda. I fili ci sono, e pure gli intrecci: Lorenzo Vargas è un abile artigiano della parola. Il trucco c’è, si vede, e si gusta fino all’ultimo punto: ed è l’ironia.