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Il Secolo Breve, il Mondo di Oggi e il Futuro dell'Aquila

Scritto da Luigi Fiammata.

Nessuno distrugge ciò che impara ad amare, ma cosa ama sul serio l’uomo?

Il cosiddetto secolo breve cominciò a finire prima del 1989: undici anni prima, quando l’Unione Sovietica, in un eccesso di follia imperialistica, diede inizio all’invasione dell’Afghanistan. Proprio nel 1989, poi, l’Unione Sovietica completò il suo ritiro dal Paese. Ma in quei dieci anni era successo qualcosa che stava dimostrando di essere in grado di sostituire il conflitto tra Est e Ovest del mondo, che caratterizzò il secondo Dopoguerra, insieme ad un processo ambiguo, irrisolto e comunque fondato sulla diseguaglianza, di decolonizzazione. Gli Stati Uniti, e i loro alleati, allora puntarono, con aiuti finanziari, militari e logistici, per contrastare l’URSS, su una guerriglia che faceva dell’Islam il collante ideologico per un disegno che non era solo di liberazione dell’Afghanistan, in realtà, ma di egemonia politica globale. Quella guerriglia, a partire da quel giorno, e ancora più dal 1992, con la dissoluzione statuale dell’ex-URSS, si fece Stato, in Afghanistan, e precisamente Stato Islamico, col governo dei cosiddetti Talebani. Questi instaurarono un regime dittatoriale teocratico, caratterizzato dalla assenza di ogni libertà civile e da uno stato di permanente e pesantissima sottomissione delle donne.

La mattina del 17 gennaio 1991, prima delle sei del mattino, insieme ad altri della sola CGIL (d’una parte della CGIL, per essere precisi), io ero davanti ai cancelli dell’ex-Italtel a fare volantinaggio, perché quel giorno vi fosse sciopero. La notte erano scattati i primi bombardamenti che una coalizione di Stati, tra cui l’Italia, guidata dagli USA di Bush senior, effettuò su Baghdad e su altri obiettivi in Iraq, a seguito della invasione del Kuwait da parte del fu Saddam Hussein. Alcuni si opponevano a quella guerra. La CGIL ufficialmente non poté dichiarare uno sciopero generale contro la partecipazione dell’Italia a quel conflitto. Io assistetti al direttivo nazionale della CGIL in cui Ottaviano Del Turco, all’epoca Segretario Generale Aggiunto della CGIL nazionale, di fatto, minacciò la scissione del Sindacato, se si fosse giunti a proclamare lo Sciopero nazionale in corrispondenza con l’avvio del conflitto. Una parte della CGIL non si rassegnò, e provò convinta a mobilitarsi egualmente in modo articolato sul territorio. In molte fabbriche i lavoratori fecero effettivamente sciopero: alla ex-Italtel, a L’Aquila, ad esempio, lo sciopero fu pressoché totale. Ma, dopo, non vi fu un movimento capace di avere un respiro nazionale, e globale, per provare a dare prospettive diverse. Un’idea di pace giusta per il mondo. Ricordo invece, nitidamente, di quei giorni, la fila delle persone nei supermercati. E si diffuse una specie di psicosi: tantissimi avevano paura che la guerra portasse via il cibo. Dalla televisione, in diretta, tramite la CNN, ciascun cittadino del mondo, poteva sentire, e vedere, i proiettili della contraerea irachena illuminare la notte. Un pilota italiano, e aquilano, di un aereo da guerra, fu mostrato prigioniero e tumefatto in televisione a dichiarare il proprio errore, per aver accettato di partecipare a quella guerra.

Saddam Hussein, capo di un regime dittatoriale, ma laico, nella morsa di una sproporzione di forze impressionante, non esitò a ricorrere all’appello alla religione comune, l’Islam, nel tentativo di mobilitare in suo favore altri Paesi Arabi, ed i popoli di quei Paesi, anche contro le loro classi dirigenti. Restò solo, come è risaputo; contribuì però a costruire una idea di contrapposizione tra Islam e Occidente.
È in quel volgere di anni che trionfa un’idea finanziaria e monetarista dell’economia di mercato che, privata di un modello globale alternativo – in pratica quello della ex-Unione Sovietica – inizia a ritenere del tutto insostenibili anche i costi del compromesso socialdemocratico e dello Stato Sociale. E si globalizza, marginalizzando e abbandonando a sé stessi tanti Paesi ritenuti ormai inutili perché troppo poveri, incapaci di generare fatturati interessanti. Il conflitto israelo-palestinese attraversò fasi alterne, di rivolte di massa, di oppressione e di disperazione, con attentati sanguinosi e indiscriminati.
L’Occidente, e Israele, delegittimarono in ogni modo Yasser Arafat, leader laico del popolo palestinese, sposato con una cristiana. Da subito anche in Palestina, passando per forme di mutuo soccorso contro la miseria e la disoccupazione, si affermarono formazioni politico-militari che fanno ancora oggi dell’Islam il loro collante ideologico principale, a partire da Hamas. Le prime elezioni multipartitiche in Algeria, nel 1991, furono vinte dal Fronte Islamico di Salvezza. I militari algerini, non accettarono il risultato elettorale, e un loro golpe cancellò il voto popolare, dando il via ad una stagione di orrendi massacri di civili. Realizzati da gruppi islamici, ma in un rapporto estremamente ambiguo con i militari al potere.

Una situazione simile, sia pure con minori eccessi di violenza avvenne in Egitto, con i Fratelli Musulmani che, più volte, furono privati dei loro risultati elettorali e messi anche fuorilegge.
L’Islam iniziò a divenire il paravento strumentale, ma anche il collante identitario, che tenne insieme conflitti e soggetti tra loro diversissimi, e sovente rivali, in un contesto economico di durissima ristrutturazione capitalistica nel mondo. Addirittura negli stessi Stati Occidentali, divenuti nel frattempo, con la caduta del Muro di Berlino, oggetto di flussi migratori – sempre più massicci e caotici – di persone che sognavano, e sognano, un futuro diverso per sé e per i propri figli. Prese il via una pesante ridefinizione della divisione internazionale del lavoro, delocalizzando quasi tutte le attività puramente manifatturiere, ma non solo, in paesi con costi del lavoro e diritti sindacali incomparabili con quelli dei lavoratori europei e statunitensi.
Così, i veri “responsabili” della disoccupazione di massa divennero i poveri del Sud-Est asiatico, e dell’Est europeo, non il capitale multinazionale che aveva deciso di frammentare i processi produttivi e mettere l’accento sulla pura speculazione finanziaria, capace di mandare in fallimento interi Stati come l’Argentina, o come l’Italia del 1992-93. La Cina iniziò ad entrare prepotentemente nel mercato mondiale, con il suo esercito di lavoratori senza costi dopo avere, a propria volta, represso nel sangue i tentativi di democratizzazione del Paese. L’Italia inizia a conoscere, come un fenomeno visibile ed enfatizzato dai media, gli albanesi, i polacchi, i senegalesi, i marocchini, i tunisini, i filippini, i nigeriani. Rapidamente ecco gli strateghi che iniziano a teorizzare un’unità possibile e un comando unico nel conflitto diffuso, articolato, sparso su tutto il globo, dalla Cecenia all’Indonesia, dal Sudan al Mali, all’India. Alcune correnti del pensiero islamico vogliono coscientemente imporre la propria egemonia, anzitutto all’interno del mondo islamico, anche attraverso la violenza.

In ciascuno degli Stati in cui l’Islam è presente come orientamento religioso – e in rapporto ambiguo, nascosto e malato, con le élites al potere in molti degli Stati della penisola araba e del Corno d’Africa – questa lotta per l’egemonia, attraversa trasversalmente la frattura storica, nell’Islam, tra Sciiti e Sunniti.
L’Occidente, in quel periodo, continua a considerare alleati Stati arabi con regimi dittatoriali e teocratici, discriminatori nei confronti delle donne e di tutte le minoranze, e costruisce le proprie opzioni politiche e militari sulla base esclusiva delle sue convenienze (e delle convenienze delle sue imprese), soprattutto sul piano energetico. Rimangono inapplicate le decisioni dell’ONU sulla Palestina. La democrazia, questo fantasma al servizio dei peggiori trafficanti, e i diritti civili, in una larga parte del mondo continuano ad essere l’eccezione anziché la regola. E quando l’Occidente ha la possibilità di intervenire militarmente, e salvare la minoranza musulmana nel conflitto serbo-bosniaco, nel cuore dell’Europa dei primi anni ’90 non lo fa, né impedisce l’orrenda strage di Srebrenica del 1995 ai danni di migliaia di civili musulmani bosniaci, perpetrata dai
cristianissimi soldati di Ratko Mladic. Questi conflitti, questi rivolgimenti, avvengono sotto l’occhio delle telecamere.

In un mondo in cui gli spostamenti delle persone sono diventati sempre più facili, dove le tecnologie diffondono sempre più e con più facilità messaggi e dottrine a livello globale, l’informazione è una infrastruttura necessaria non solo a una economia che travalica ogni confine statuale, e anzi impone pensati limiti al potere in certi Stati, ma anche il veicolo con il quale, da una caverna dell’Afghanistan, l’ex alleato degli USA contro l’ex-Unione Sovietica, Osama Bin-Laden, lancia i suoi proclami di Guerra Santa contro il Satana occidentale. Incontrando ovunque attenzioni.
È in questo magma di contraddizioni irrisolte, di errori e furbizie, di cinismo ipocrita e strumentalizzazioni continue, di oppressioni e sfruttamento, di polarizzazione della ricchezza, nel quale le multinazionali private sono di fatto padroni di quasi tutte le sementi per la coltivazione, determinano le politiche energetiche, e le guerre per le risorse, che si rivela il grande inganno della seconda guerra del Golfo, dopo il trauma degli attentati negli Stati Uniti dell’11 settembre 2001. È un’operazione militare costruita sulla base di informazioni false, contro un nemico debole, indifendibile anche sotto ogni profilo (con il facile capro espiatorio Saddam Hussein), determinata da ragioni di carattere geopolitico e di interesse sul petrolio iracheno, che produce la disgregazione dell’entità statuale dell’Iraq, artificialmente creata dopo la Prima Guerra Mondiale e posta allora sotto protettorato inglese, liberando schegge di conflitto in tutto il mondo. Ed un terrorismo che, ancora oggi, uccide centinaia di migliaia di civili iracheni.

Il tempo che intercorre tra l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’ex-Unione Sovietica, e l’invasione dell’Iraq, a caccia di fantomatiche armi di distruzioni di massa (1979 - 2003), è il brodo di coltura nel quale fermenta una nuova specie di conflitto, destinata a caratterizzare un tempo troppo lungo del nostro futuro. Il conflitto armato che oppone soggetti privati transnazionali ad entità statuali. È una tipologia di conflitto nuova nella storia umana, che pure ha conosciuto movimenti di liberazione, guerre civili, colpi di stato, o forme varie di terrorismo, anche da parte della criminalità organizzata. È una “privatizzazione” del conflitto, come disse profeticamente Hobsbawm una ventina di anni fa. Potremmo dire, visti anche gli ultimi avvenimenti sul suolo europeo, una
individualizzazione del conflitto, che appare addirittura fine a sé stesso, senza i tradizionali legami con ideologie e gruppi di riferimento in genere sullo sfondo, costituendo una sorta di holding della rivendicazione più che una struttura logistico-militare capace di ispirare, ed appoggiare, le azioni compiute in un disegno bellico organico e coerente. E siamo noi, noi, colpiti nei nostri Paesi – mentre nei Paesi del Medio Oriente, in prevalenza, la maggioranza delle vittime (il cui numero assoluto è incomparabilmente superiore alle vittime occidentali), professa la religione musulmana – a cercare e immaginare di comprendere una strategia complessiva, dando a tali azioni il crisma di una pianificazione di attacco al modo di vita occidentale, ai suoi diritti ed alle sue libertà. Sì, siamo noi che abbiamo bisogno, per spiegare tanta inumanità, di collocare gli assassinii collettivi che avvengono in Europa e nel mondo contro obiettivi “occidentali”, in una cornice che provi a darne conto razionalmente. La disgregazione degli Stati di Siria (ultimo avamposto di riferimento della Russia nello scacchiere del Medio-Oriente, anche per questo abbattuto), Iraq, e poi Libia; l’ambiguo comportamento della Turchia in funzione anti-curda, e poi degli stati arabi del Golfo, da sempre alleati dell’Occidente e finanziatori dei più truci fondamentalismi, ha prodotto un nuovo tipo di guerra, un tentativo di nuova unità statuale, il cosiddetto Califfato, che dichiara guerra in ogni direzione. E che trova ascolto in Europa, in prevalenza nei figli dell’immigrazione.

In sostanza: nell’era dei social network, della economia di mercato globalizzata e finanziarizzata; nel permanere di una grave crisi economica globale iniziata nel 2008, che genera ovunque disoccupazione, marginalizzazione e le più ampie diseguaglianze, la violenza armata non è più neanche conflitto, è piuttosto distruzione e autodistruzione disperata, folle, irredimibile, senza mediazioni possibili. Assume quasi i contorni di uno scontro globale, che il “fan” della morte porta nelle nostre città, e soprattutto in interi territori, dall’Iraq, alla Siria, alla Libia, alla Somalia, alla Nigeria. La vera posta in gioco, su un piano politico-culturale, prima che si apra la prospettiva di una guerra totale e globale è quella di impedire che si saldino due fronti contrapposti: noi contro loro e loro contro noi. Che è un obiettivo presente in entrambe i fronti in formazione. I confini tra noi e loro sono in realtà labilissimi, mentre chi lucidamente punta allo scontro vorrebbe fossero semplici e nitidi confini di razza e di religione. All’interno dei paesi europei, ma anche negli USA, forze subdole cercano di compiere un’operazione culturale molto pericolosa: l’identificazione tra l’immigrazione e il terrorismo. E ad accrescere la pericolosità di questa operazione culturale e sociale, prima ancora che politica, è la coincidenza, fisica persino, tra chi stabilisce questa equazione folle e quelli che sono i principali responsabili dell’attuale disastro economico globalizzato: liberisti selvaggi, ortodossi custodi di pareggi di bilancio e di politiche monetarie restrittive, cultori della diseguaglianza spacciata per meritocrazia, saccheggiatori delle risorse energetiche e privatizzatori convinti. Sono costoro che portano sull’orlo del baratro, per mascherare il fallimento delle promesse fasulle di un mercato che, da solo, sarebbe capace di diffondere il benessere, annientando gli Stati e gli interventi pubblici nell’economia, depredando e distruggendo i beni comuni, a partire dall’Ambiente.

L’Europa, con la parte migliore e più generosa dei suoi popoli, dopo la distruzione del II Conflitto Mondiale, ha costruito società aperte, solidali, per quanto possibile. E oggi è pesantemente sotto scacco per colpa di una ortodossia economica che peggiora le condizioni materiali e quindi psichiche dei suoi cittadini. Una società aperta non è, e non può essere, del tutto difendibile da attacchi indiscriminati. Ne abbiamo testimonianze frequenti, a meno che non si muti la propria natura in una società militarizzata. Chi, in questi giorni di dolore e disorientamento, evoca l’esempio di Israele come quello di una società democratica che, quotidianamente, affronta costi umani ed economici per tentare di avere una sicurezza reale per i propri cittadini, omette, in modo colpevole, il prezzo dell’apartheid verso il popolo palestinese e quello di essere una potenza nucleare che costruisce muri – per separare – rubando terre ed acqua. Il tutto, senza avviare alcun processo di pace concreto. La militarizzazione della società riduce, fino ad azzerare, la libertà dei singoli soggetti. L’Europa non deve chiedere di somigliare ad Israele, o agli USA vagheggiati da Donald Trump, luoghi nei quali ognuno può armarsi libero da vincoli legali e remore etiche, e immaginare di poter separare il proprio destino da quello del resto del mondo. Serve ragionare, articolare, distinguere. Ascoltare. E combattere la semplificazione mediatica che tenta in tutti i canali di creare un clima favorevole alle restrizioni, alla paura, allo scopo di alimentare un miserabile e livido consenso elettorale per chi continua a dire che «siamo in guerra». Ma c’è ancora memoria di cosa fu la II Guerra Mondiale? L’orrenda contabilità di morti, feriti, deportati e delle distruzioni? Nonostante il dolore e la rabbia, noi no: non siamo in guerra. Noi siamo dentro uno scontro globale che non ha confini riconoscibili, e che vuole sostituire il terrore alla ragione. Che vuole creare le condizioni per una separazione tra le culture e le genti, armando le une contro le altre, in un ciclo di risentimento infinito, in cui ci si perda nella ricerca delle colpe mentre si continua ad uccidere. E le vittime sono mere notizie in una scaletta dei TG.
Occorre intervenire sui flussi finanziari, su una globalizzazione della finanza che ha prodotto e produce solo danni.

Occorre controllare il mercato degli stupefacenti, e sì, anche con la liberalizzazione di alcuni di essi, perché le droghe – leggere o pesanti – sono un formidabile elemento di finanziamento del terrorismo e del malaffare. Occorre una politica energetica che superi la dipendenza dal petrolio. Occorre una ridefinizione delle relazioni internazionali che metta al centro i principi della reciprocità nei diritti e nelle tutele, ed isoli dittature e teocrazie. Occorre creare uno Stato Palestinese ed uno Stato Curdo. Di pari passo, l’utopia di una politica che smetta di depredare le risorse dei Paesi poveri, e li metta realmente in condizione di dare un futuro ai propri cittadini, a partire dall’istruzione e dalla parità tra uomini e donne. Sto dicendo banalità, cose trite e risentite da decenni, ma che ognuno può udire con le proprie orecchie in tutti i discorsi e le occasioni di ciance istituzionali, e che i media trasmettono a catena, per il compiacimento estatico degli illusi e il dovere di servizio verso chi fabbrica parole per dare una confezione diversa ai fatti. Ed occorre una politica che vigili sui flussi migratori, anche in nome di un riconoscimento vero dei valori che informano la vita civile dei Paesi di accoglienza, altro che blaterare a vuoto di eguaglianza. La sola eguaglianza possibile è quella che non conosce confini di Stati, regioni, feudi, drappi di terra, perché la terra non è degli uomini: gli uomini sono della terra. Un esempio in casa nostra è quello della città dell’Aquila. In ricostruzione dal sisma del 2009, il tessuto urbano e civile è lacerato dai medesimi guai, e nella mia esperienza di lavoro ho sentito dire, da un muratore macedone, che bisognava impedire l’afflusso di nuovi migranti dall’Africa: avrebbero rubato il lavoro già scarso per i locali. Ma il potenziale conflitto sul lavoro è conflitto per la vita.

Se i valori sociali sono diffusi in tal modo (la differenza in primis, una sorta di diritto di prelazione sul primo arrivato poi, una capillare disinformazione a danno di chi entra e non a carico di chi lo costringe ad uscire sia dalla propria realtà, sia ad entrare nella nuova in maniere che neppure i deportati!), e sul piano professionale si disarticola solo se le regole del lavoro vengono fatte applicare ovunque; se non si permette, negli appalti, nell’assenza di controlli, il lavoro nero; se, per quanto possibile, la competizione tra imprese, si incentra sul piano della qualità e non su quello dei costi, che di norma vengono tenuti bassi e poi alzati ad arte in corso d’opera, non si crea neppure il presupposto. Si promuove, al contrario, l’atto di furberia come una medaglia, come una regola più o meno fissa, dove l’eccezione è un gesto per cuori d’oro ma più spesso per fessi. Che vanno tenuti emarginati perché non diano il “cattivo esempio”. Sul fronte opposto, si tengono bassi i costi in modo illecito, aumentando i margini di profitto e costruendo conflitti tra gli uomini, che possono divenire anche conflitti tra etnie. Identico modus operandi per la pratica diffusa, e ricattatoria, cui deve sottostare chi è più debole. Essa diviene concorrenza sleale, sotto tutti gli aspetti: dal potere di firma e di veto di chi ha ganci illustri e protezioni, fino alle buste paga da lavoratori part-time a coloro che invece lavorano a tempo pieno, con una parte del salario erogata in nero o con le buste paga firmate per importi, i quali vengono versati in contanti, e in forma ridotta, rispetto a quanto dichiarato.

Tutti i Comuni, non soltanto quello dell’Aquila, dovrebbero promuovere, in collaborazione con altri enti ed istituzioni, campagne di controllo delle regole del lavoro: l’uguaglianza delle regole è uno degli elementi che previene il conflitto tra persone, e non ultimo tra le etnie. L’Educazione è l’humus della integrazione e dello scambio culturale. In ogni ordine e grado delle scuole, dagli asili nido e fino alle Superiori, non si può evitare – e non solo per le attuali situazioni, ma per qualsiasi di esse in futuro – di affrontare e promuovere dibattiti su programmi e temi di conoscenza reciproca, dal piano religioso a quello culinario, puntando su ciò che crea unione, intesa, dagli interessi comuni allo sport. Fino alla libertà delle donne. È sulla libertà delle donne che si gioca una gran fetta del processo di integrazione e di dialogo tra culture. E anche qui andrebbero predisposti utili programmi educativi, e di confronto. Senza rinunciare alle leggi e alle tradizioni locali (che della terra, di cui gli uomini sono figli, sono riflessi culturali da non perdere), che dal confronto con le altre possono trarre motivi di crescita o miglioramento. La certezza della parità di diritti e di doveri è uno degli strumenti che previene ogni forma di conflitto. A tal pro i Comuni dovrebbero impegnarsi ad evitare il sorgere di ghetti ed ogni forma di enclave abitativa a caratterizzazione etnica. Nulla di peccaminoso, sia chiaro, ma l’uso di spazi comuni è anch’esso alla base della convivenza pacifica: mostrare cosa significa ai bambini, getta le fondamenta per un avvenire solido e senza le divisioni alle quali si è dovuto assistere per troppo tempo.
L’isolamento produce disparità che vanno scongiurate con forza. La degradazione o l’isolamento, anche nel praticare un culto, producono chiusura. E la vita è un’occasione unica qui come nel più sperduto angolo in cui l’uomo o la sua fantasia possono arrivare, perché nessuno distrugge quel che impara ad amare.