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Biancaneve, i Racconti delle Zie e le Avanguardie Perdute

Scritto da Federico Fiore.

Gli anziani sospirano per tempi che non erano migliori, ma perché allora erano più giovani.

Può sembrare un pensiero cinico, eppure nove volte su dieci è così. Certo i loro racconti danno, a chi più a chi meno, una qualche suggestione. Si vorrebbero provare, assaporare il piacere e il motivo di tutta la loro nostalgia, perché sovente la spiegazione della sola vecchiaia non basta: statistiche a parte, vien il sospetto che sotto ci sia una solida serie di ragioni. Poi la realtà prende il sopravvento, e per le fantasie non vi è che lo spazio di un libro, o di un sogno.
Frequento con assiduità entrambi. I libri letteralmente li divoro e i sogni, la notte, mi fanno visita, lunghi e articolati.
Nei libri trovo avventure, nozioni con cui uso riflettere su di me, su di noi: si va avanti. L’uomo si sente smisurato rispetto all’ambiente e nei confronti di ciò che ha creato. Ai nostri antenati bastava un indice di intelligenza di trenta punti; oggi, dopo migliaia di generazioni siamo ancora attorno ai cento. È lo spirito ad avere subito il peggio. È più debole verso la sofferenza, le sue paure si sono fatte più grandi e numerose. Paura di non saper reggere le angosce, i rischi, l’ignoto, la gente che ne fabbrica di continuo. L’uomo vuole restare forte e giovane più a lungo, patire meno, e ha la speranza di Jean Rostand come fine: nel futuro, ognuno avrà una
coltura delle proprie cellule. Le cellule dei nervi e dei muscoli, infatti, non si rinnovano. In attesa che si stampino miliardi di esseri identici, da una goccia di sudore o di saliva si può tracciare un ritratto genetico, ma ancora non siamo riusciti a conoscerci. Il cavernicolo, che aveva pochi obblighi oltre a quello di placare la fame, e scarsi pensieri, dedicava alla compagna molte ore di cure assidue anche perché la sera scendeva presto e non aveva la tivù a intontirlo; per i greci la castità non era una virtù, e nei testi sacri indiani si legge che il desiderio è la prima semenza dello spirito. È con la religione cristiana che il diavolo fa capolino sotto le lenzuola, e oggi – che siamo più informati e in apparenza più liberi – gran parte delle ansie nascono dal lavoro o dal sesso.


Fredda statistica: l’86% dei suicidi sono causati dalla mancanza di denaro o dalla passione. Impotenza e ipersensibilità creano tanti infelici. Così, come in ogni avanzata ci sono errori e caduti: medici che scordano il giuramento di Ippocrate e sono sul libro paga delle case farmaceutiche, e coniugano ora l’imperativo ora l’omicidio terapeutico; ed abili tecnici che preparano pesticidi letali per le erbe infestanti, e additivi, conservanti, che a loro volta fanno fuori milioni di uomini che ignorano la fiaba della mela avvelenata di Biancaneve; studiosi che tra un’equa misura del consorzio umano e una lotta contro il fato, danno luce a nuove armi e a prodotti tecnologici capaci di portare al naufragio ogni slancio di sviluppo.
Ma nei libri trovo pure ispirazione, dolcezza, quel languore che serve a ognuno di noi per formulare gli antidoti ai guai, e dare la spinta a proseguire. Con fiducia. I sogni li esploro allo stesso modo, e avidamente, specie nei giorni di festa, nei quali dormo più ore di un gatto. Dopo aver fatto visita a un’anziana zia mi è capitato di trovarmi, nel sogno, in un luogo mai vissuto. Un luogo lontano dal mio tempo fatto di motherboard e di sim card, di facce che annunciano fiere: «Il chip cerebrale è quasi pronto. Presto si vivrà senza più cadere in errore» (e mi auguro, da perfetto vile, di essere morto quando il proposito sarà attuato). Un luogo vittima dei ricordi della zia, perché ho una borsetta da donna in spalla e sono appena uscito dalla bottega di un ciabattino. Ho il pane ancora caldo tra il torso e il braccio, saluto una donna che non ho mai visto ma la cui voce mi è familiare, e questa mi porge un cesto di insalata con due uova al centro. Appena fatte, dice.

Come fosse un gesto consolidato, un uso di cui non ho memoria ma conosco l’automatismo, le passo due michette e una forma di pane più croccante e lei si allontana ridendo giuliva. La strada in cui cammino è la mia ma non c’è traccia dei palazzi costruiti da un mio ex compagno di classe alle scuole medie. Solo casacce con i muri di mattoni a vista, rossi, un po’ storti per l’umido e porte di legno, finestre di legno, imposte di legno, tetti con travi anch’esse di legno che escono dal disegno e sporgono sulla strada, che è una via polverosa senza il parcheggio sul fondo. Si apre su un panorama di orti davanti a campi di riso e frumento a perdita d’occhio, e manca il garage costruito accanto al parcheggio.
Mi prende lo sgomento per l’auto: è nuova, è fresca di concessionaria, ho pagato una ventina di rate, dov’è la sua forma liscia e rassicurante? Vedo solo un aratro, un carretto, e sotto una tettoia un trattore con la carena arancio di vernice e di ruggine. Vedo paglia che sporge da un fienile e i fienili sono più delle antenne sui tetti: sento mancare le gambe, in tasca non ho che un paio di chiavi grosse, dure, e mi dirigo verso una porta malmessa, con il numero civico che pende in alto a destra. Sento un vuoto nel petto ma la mente è occupata, so che devo mettere a bagno l’insalata e uscire subito, mia sorella mi attende in stireria. Non c’è un telefono per dirle che arriverò tardi, che ho bisogno di una boccata d’aria, d’un attimo di relax perché non capisco cosa è successo. Non c’è neppure la tivù in casa. Al posto del 44 pollici c’è una ciotola piena di frutta e dietro, contro il muro, una foto in bianco e nero di un gruppo di persone, tra cui riconosco appena mio nonno con due baffi clamorosi e la blusa militare, davanti a un tavolo carico di cibi, in mezzo al cortile. Di fianco, nello spazio del decoder la raccolta dei Pensieri di Leopardi e i Quarantanove racconti di Hemingway, unici legami col mio presente, poi una radio da negozio di antiquariato, coi tasti e la mascherina e lo sportello in cui posare i vinili sul piatto (ce n’è uno di Nini Rosso, La ballata della tromba, a 45 giri) e una serie di pentole di rame e arnesi da cucina, una cucina esagerata, che occupa metà della casa. In un impeto di rabbia razionale penso a quella cucina gigantesca, come se non ci fosse altro da fare nella vita che cucinare e trovarsi davanti a una tavola imbandita tutti insieme.

È il concetto di insieme che mi scuote, mi dà un senso di noia, di asfissia, di tana di sorci che si scaldano l’uno con l’altro e si fanno forti del loro numero per vincere le paure. Ma è un pensiero che passa rapido, la porta è aperta e devo uscire, obbedisco a una chiamata a cui non posso rispondere con il rimando e peraltro non potrei: in casa c’è un telefono fisso, col filo, ma nessuna rubrica. Non la vedo, forse so i numeri a memoria, ma so anche – per quella forma di guida intima propria dei sogni – che la stireria è a un centinaio di passi, faccio prima ad arrivarci che a cercare il numero. Dissolvenza, e mi scopro piegato a cavare cipolle e patate della terra, la marmitta sul fuoco e un fagiano pronto a sfamare i convitati. Non so chi siano ma so che verranno, vengono ogni sera e sono una decina tra parenti e vicini, amici e amici degli amici, chi abita nella via e chi in centro, un centro nel quale si arriva al massimo in bicicletta. La bici è alla portata di tutti, serve per andare al lavoro in città, che dista dodici chilometri. L’auto è un lusso da signori ma a cosa serve? Abbiamo tutto, in paese. Nelle cascine c’è il latte, la carne, il grano, negli orti la frutta, se si rompe la radio l’elettrauto se la cava, il giornale mi dice cosa succede nel mondo lontano e in quello che possiedo davvero, e il giornale lo porta un ragazzo che studia ragioneria: prima di andare sui banchi fa un giro a pedali tra le aie e i cantoni, dona un sorriso ed altri ne raccoglie.

Altra dissolvenza, in cui un altro sogno sovrasta i ricordi di un tempo vissuto nei racconti dei vecchi e sono di nuovo nel mio, di tempo, alla guida, e parlo in viva-voce col responsabile di un ufficio personale. Ci sono degli esuberi in vista, non si può prendere sottogamba la situazione. Fisso una riunione per le sedici, è urgente discutere bene per non fare passi avventati. Chiudo la telefonata e ho in mano la cornetta grigia del fisso di casa, la casa tornata antica, nera di un alone di legna combusta vicino al camino, nera perché non c’è la pellet – che è sempre legna, con tutti i residui di carbonio ma ben più fetente, perché impastata di resine artificiali – e nera fino alle prossime pulizie, una volta la settimana. La cenere del camino va nell’orto, ed è un concime ideale; quella della pellet è un veleno. Poco male se la scopa per le pulizie si rovina spesso, c’è saggina in abbondanza; sedie, letti di casa sono fatti da un materassaio che sa il suo mestiere, i mobili li fa un artigiano parente del prete, i prezzi sono abbordabili ed il paese è autosufficiente: ogni cosa basta a sé e alla comunità.
Le sagre, le feste si celebrano ogni giorno con un pasto, una partita a carte, una commedia nel teatro che la guerra ha risparmiato, la sera ci si trova a ridere e commentare i fatti sulle seggiole in estate e nel salotto d’inverno; non si dipende da nulla, non s’è costretti a lunghe file agli outlet (non si sa neppure cosa siano), ci si addolcisce l’umore senza il fastidio di una rincorsa al benessere che già si possiede, un benessere spirituale, e della réclame si fa una battuta.

Dopo lo straniamento iniziale sento un impulso ribelle, una voglia di fermarmi il più possibile a guardare i frassini della piazza esili, giovani, non ancora mutilati da potatori incompetenti, che fino all’altro ieri facevano il porta a porta pagati a quote, tentando di piazzare un contratto o un apparecchio, e maneggiano le cesoie come i politici lo fanno col codice etico. In tasca non ho apparecchi che mi illudono d’avere amici e rapporti con un mondo che dei rapporti se ne frega. Il lavoro è pesante ma proprio per questo il tempo libero è più leggero, e più goduto. Non fuggo la fatica dei mestieri quotidiani, anzi li affronto beato, nei panni di una zia o una donna di un tempo che mi ha lasciato prima di farsi assaporare, e forse mi ha risparmiato la crudeltà di una nostalgia troppo forte, ma non certo una serie di domande. Da cui le risposte, e il progresso che non ha alzato la qualità della vita, bensì l’ha abbassata. Il lavoro è stato umiliato, è scaduto nei valori, andato perso nel suo senso primario – quello di mestiere appunto rivolto a una comunità di gente in base alle sue esigenze geosociali – insieme alla varietà e la quantità effettive; si è quindi celebrata la fine degli artigiani, la cui perizia garantiva anch’essa una parte di rilievo nelle dinamiche di indipendenza sociale di cui s’è beato il mio sogno per una notte. Sono sparite molte Pro Loco e sono aumentate le cooperative, con i danni che la cronaca elenca; archiviata la pratica del singolo, si parla di grandi gruppi, infine di «Europa unita e competitiva», senza tenere conto del contrasto fra i due termini, negazione l’uno dell’altro.

Sergio Quinzio, fine osservatore, diceva che si vive in una società «competitiva e che scatena rivalità senza esclusione di colpi. E il comportamento aggressivo come un modello per farsi largo nella vita» perché, ce lo dicono tutti, conta vincere, non importa in che maniera. Ce lo ricordano le istituzioni santificate tramite il mercato, lo stesso mercato che di tanto in tanto esce con la novità dello slow food, del cibo sano perché bio, dove i prodotti bio non sono altro che il raccolto una volta abituale in ogni orto, inquinato dai supermercati, dalle verdure in sacchetto, dalle soluzioni facili alla portata della pigrizia di tutti. Istituzioni e mercato danno le linee guida da seguire per non rimanere indietro, per essere al passo con l’universo che cambia e se la spassa a perdere 4 ore al dì a smanettare su un display improduttivo. Quattro ore al dì sono, in un anno, 1.460 ore, ossia due mesi esatti persi a pigiare tasti, due mesi impiegati ad accumulare nevrosi e fobie, due mesi nei quali avremmo potuto fare un sacco di belle cose, buttati invece nel cesso. I principi base della convivenza sono stati stravolti, e i legami diluiti. Oggi una parola, una frase scritta nel diario virtuale può cancellare una amicizia che in quel sogno, destinato a restare tale, non sarebbe mai caduta nel malinteso perché tutta frontale, concreta.
Forse più povera di risorse, di mezzi per dirsi, vedersi e piacersi da un lato all’altro del mondo, ma ricca di ciò di cui è stata spogliata nel più cinico, questo sì, dei paradossi: l’umanità.