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Homo Agricola

Scritto da Federica Lombardozzi mattei.

Il legame tra infanzia e natura è una realtà nota e consolidata.

Allo stesso modo, lo è il contrasto tra la vita naturale e quella sociale dell’uomo civilizzato, costretto in condizionamenti normativi riconosciuti, che molto spesso minano lo sviluppo infantile. Già nel 1909, nei primi testi rivolti all’infanzia, Maria Montessori dedica interi capitoli all’importanza di “vivere la natura” in modo spontaneo, ossia non limitandone la conoscenza ai testi scolastici o a lezioni sporadiche. Il concetto che sta alla base del processo d’apprendimento infantile è che il bambino impara facendo, per imitazione, e maturando esperienze dirette. Pensare di progettare un orto assieme a un bambino ha del miracoloso non solo perché ciò significa che l’adulto ha in qualche modo superato il timore, spesso infondato, che il bambino si sporchi o si faccia male, ma anche e soprattutto perché gli dà la possibilità di sperimentare se stesso nel suo rapporto col mondo naturale.
La Montessori aveva già intuito molto dei tempi moderni quando scriveva che: «La natura, in verità, fa paura alla maggior parte della gente. Si temono l’aria e il sole come nemici mortali. Si teme la brina notturna come un serpente nascosto tra la vegetazione. Si teme la pioggia quasi quanto l’incendio.» 

Volendo andare oltre i recinti di pensiero che guardano al bambino come a un essere da indottrinare e contenere, i motivi per cui vale la pena progettare un orto – per, e insieme al bambino – sono molteplici. Anzitutto, concedergli la possibilità di avere un contatto privilegiato con la natura, di affondare le mani nella terra, percepirne la consistenza sui polpastrelli, conoscerne e ri-conoscerne l’odore, capirne il reale ruolo lontano da quello di far arrabbiare la propria mamma, offre al bambino un percorso sensoriale e conoscitivo inaspettato e dall’enorme potenziale. Preparare il terreno alla semina e poi inserire le sementi, annaffiare, estirpare le erbacce affinché le piante crescano sane sono una serie di step utili e necessari all’adempimento del processo agricolo; prendersi cura di qualcosa (o altrimenti qualcuno, nel caso di un animale) la cui vita dipende dalle nostre premure, dà occasione al bambino di responsabilizzarsi e comprendere il valore della presenza, della costanza, della dedizione.
Questo
prendersi cura di è una finestra aperta sul mondo infantile, una maniera di guardare alle cose di cui l’adulto non possiede alcun merito, se non quello di adoperarsi affinché sia possibile. La quotidianità di questa esperienza, perché è di una routine che stiamo parlando (cioè di un momento sistematico fisso) e non di eventi occasionali, e le piante che nei vasi germogliano e prendono forma, mettono il bambino nella condizione di osservare il trascorrere del tempo, di poterlo valutare, apprezzare meglio. Inoltre, potrà formarsi una cultura riguardo le piante, i fiori, gli ortaggi che avrà piantato, e dedurne le caratteristiche, tra le quali anche le condizioni climatiche che più si addicono all’una o all’altra semente.

Ecco che arriviamo a quello che è l’approccio conoscitivo di base: imparare dall’esperienza diretta. Credo sia parzialmente noioso e inutile colorare in maniera estenuante dei fogli prestampati con alberi spogli, innevati o con folte fronde se poi il bambino, all’atto pratico, non ha mai avuto l’opportunità di vederli crescere, di farne esperienza tattile e olfattiva.
Il bambino deve potere maturare delle esperienze dirette, curare ed essere curato dalla ricchezza di un gesto o una serie di gesti compiuti per qualcuno che non sia soltanto se stesso, piantare e veder crescere, raccogliere e consumare. Portare in tavola i prodotti coltivati nel suo orto gli chairisce l’importanza di non sprecare il cibo; gli trasmette più remore a gettare nel secchio qualcosa che ha impiegato tanto tempo per crescere e maturare. Il valore delle cose lo si apprende, non può essere insegnato verbalmente: la parola da sola non basta. Il bambino necessita di sperimentare, e di farlo nei tempi che gli sono necessari.

L’adulto non può pensare di proporre un’attività (strutturata o semi-strutturata, qualunque essa sia) sollecitando subito la conclusione. Bisognerebbe togliere al tempo il suo tempo, scandire i secondi col “fare” e non con lo sguardo avvinghiato all’orologio, organizzare un lavoro abbandonando ogni slancio di improvvisazione.
A tal proposito, prima di cominciare una qualsiasi attività, e dunque anche l’orto, è bene accertarsi di aver racimolato tutto il materiale necessario, in modo tale da evitare di dovere allontanarsi a recuperare ciò che manca, abbassando la soglia di concentrazione del bambino o addirittura interrompere l’attività.
Importante, anche, è avere utensili a misura di bambino, con impugnature anti-scivolo e privi di parti appuntite; utensili, insomma, gestibili in piena autonomia e facili da reperire in commercio. 

Credo che offrire ed offrirsi l’opportunità di avvicinarsi alla natura in modo sano e positivo, sia un’esperienza che dona giovamento bidirezionale. Ancora la Montessori insegna che: «Noi dobbiamo ai bambini una riparazione più che una lezione. Dobbiamo guarire le ferite inconsce, le malattie spirituali, che già si trovano in questi piccoli graziosi figli dei prigionieri dell’ambiente artefatto» anziché alimentarle.
La natura è un patrimonio inestimabile di conoscenza e di benessere, basta solo riuscire ad accorgersene.