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Arrivederci Roma

Scritto da Paolo Salvemini.

Bei tempi quelli in cui, nel visitare Roma, Goethe si sentiva invaso dai grandi decreti del destino.

Chi ritiene la capitale d’Italia ammalata di un male incurabile perché marcia nelle istituzioni che la tengono, da anni, in ostaggio, per poterla spolpare meglio, commette un errore parziale. Non avverrà mai. Sono i romani a giocare contro per partito preso, e per condizionamento mediatico. Basta fare un ridottissimo numero di esempi, tutti attuali. L’attualità è un calendario che si aggiorna anche qui da anni, troppi anni, e allo stesso modo. Prendiamo il casino montato sui 30 km/h di limite sulla Colombo. Il Comune vuole rifare il manto stradale ma nel frattempo un argine deve metterlo, no? E allora, dato che il vero somaro non è chi passa con un cingolato a 80 km/h devastando l’asfalto ma quello che non s’informa e bercia tipo suocera (lo stesso che, fino al giorno prima, si lamentava dei morti e dei feriti a causa dei crateri vulcanici nelle vie della città...), a braccetto con il geniaccio che costruisce strade a pochi centimetri di distanza dai pini, i quali hanno solo radici superficiali (o ce li pianta proprio, dopo avere inaugurato le strade!), ecco il bobbolo bue scatenato contro un limite temporaneo come se fosse lo specchio del malgoverno.
Ué, ma siamo fusi? Ho letto perfino che sarebbe buon pro tagliare le radici o togliere gli alberi.
Attenzione: gli alberi sono esseri indifesi, non hanno colpa alcuna del luogo in cui sono nati o in cui sono stati piantati. I furbastri che ululano a mo’ di licantropi in astinenza potrebbero provare a proporre le soluzioni, ma siccome sono troppo impegnati a far la morale alle istituzioni (nelle quali, va detto, ci sono ghiri in letargo permanente, ma anche persone di buon senso frustrate dai suddetti ghiri, tutti eredi della cloaca del passato), fanno il gioco di chi non ama l’Urbe.

Inutile stare a girarci intorno: questo è.
E questo vale per tutti i problemi della capitale: il disastro viene in primis dai cittadini, perché quassù, nel cosiddetto civile nord, le strade in cui si aprono orridi e voragini spaventose si moltiplicano grazie agli amici dei palazzinari sulle seggiole del potere, e i cantieri prendono d’assedio il tessuto urbano. Si sente qualcuno fare un fiato? Macché. Si sente qualcuno parlare dei nomi fatti da Buzzi? Ma per favore. I pasticci grossi non contano nulla: da noi, lo scandalo, è ad personam, serve a fomentare l’odio verso il singolo o verso il simbolo, che la differenza è minima ma enorme e c’è una congegnata ragione psicologica. Pure qui, andrebbe fatta la correzione: psichiatrica, poiché come può un romano ribellarsi contro la sua città? Ho vissuto per due mesi a Roma, e nel quartiere di fronte al mio ho visto ogni giorno, con incredibile costanza, tivù, frigo, divani, microonde, computer e tolle di varia natura buttate in strada. E gli inquilini strepitavano che non c’è un’ombra a portarli via, e non si può vivere così. Bravi, sette più, però dovete spiegarmi dov’è che li fabbricate. Sì, perché per mettere nei rifiuti un relitto di elettrodomestico al giorno o hai una fabbrica e getti gli scarti o gli invendibili, oppure qualcosa non quadra. Che fai, li tieni in cantina per smaltirli a seconda di come ti svegli alla mattina, o te li portano gli amici da fuori, visto che tu sei gentile e hai una finestra privilegiata sullo smaltimento?
Con ciò non giustifico né i nuovi arrivati, né gli errori di chi cerca di rimediare alle cancrene vecchie: errori ne fanno tutti perché gli uomini sono fallibili. I critici a cottimo, però, non lo sono mai, e sono i primi a pretendere il prode eroe senza macchia e senza paura che cambia la situazione con uno schiocco delle dita. Prendiamo la sindaca, che tra mafia capitale e nullafacenti della Regione poverina, è la meno colpevole, però sta sulla sedia che conta, e allora sia fatta la volontà del bersaglio pubblico: il secondo giorno (dico, il secondo giorno!) dopo la sua elezione, vi era già una nutritissima legione di telemarionette che andava dietro allo slogan coniato dai mediasettari (gente che Mediaset giura di vederla solo quando trasmette le partite): «La Raggi, se si tornasse alle urne non la voterebbero più nemmeno i topi», topi ai quali peraltro è stato ingiunto lo sfratto, i medesimi topi che c’erano anche prima ma di cui nessuno si occupava. Per intenderci.

La signora può non essere simpatica a tanti, può avere l’aria che ha, e si è liberi di avere ognuno la propria impressione, ma io guardo ai contenuti. Cosa sta combinando? Taglia la tassa sui rifiuti? Uuuh ma ci mancherebbe, dicono subito gli esperti di politiche sociali a quattro ruote motrici – ruote selvagge, sia chiaro: per costoro è un’onta andare a 50 km/h su strade dove si rischia la cotenna –, è il minimo visti i mucchi di monnezza fuori dalle case. E qui le perplessità fioccano. La prima è: dove diavolo hanno vissuto, ’sti bei tomi, finora? La seconda, ben più grave, è: signori, io abito in una città dove è appena stata alzata (tanto) la tariffa sui rifiuti, e ci sono gli stessi guai, se non peggio. C’è un centro di raccolta e smaltimento rifiuti a poche centinaia di metri da alcune industrie alimentari e non si parla di pirolisi (con la pirolisi si generano CO, CO2 e metano, e idrogeno, un po’ come nel gas di cokeria, ma con percentuali di CO ridotte a pochi ppm, contro le migliaia emesse dagli altri bruciatori), né dei sistemi Elsa Stove di Mulchay; ci sono mucchi di rudo che fanno paura, e quel rudo generico contiene anche sostanze tossiche. Se Roma sta cercando di risolvere i suoi guai e abbassa la tariffa sui rifiuti, nonostante tutto, c’è da lagnarsi? Per di più, la città ha avviato le procedure per raccolta e gestione di rifiuti indifferenziati molto più tardi degli altri Comuni in Italia a causa dell’incompetenza delle amministrazioni passate, quando non delle loro amicizie sospette. È vano girare attorno al dito, per chi ha mostrato il terzo a chi lo ha preceduto: ci si deve muovere ed è un fronte sul quale l’attività non langue. Se i messeri poltronisti della Regione Lazio, che hanno la responsabilità circa l’impiantistica, non si danno una mossa, “avoja a sbattese: nun c’è trippa per gatti”. Rimane giusto quella per i cinghiali e i gabbiani, nei cumuli di sozzume ad uso e consumo della propaganda sui canali tivù. 

Il Comune di Roma ha poi stanziato fondi per la ricostruzione delle strade, ma si sa che su un areale vasto non è che in sei mesi vedi i lavori in ogni quartiere, e quando ciò avverrà, stiamo pur certi che i ruttatori di cui sopra saranno in coda a protestare per le vie chiuse, per la lentezza degli operai e bla bla bla. Poi: 40 milioni di tagli agli sprechi non sono pochi. Nel nord, così tanto civile, sono aumentati i tagli e diminuiti i servizi. Io non sono un fan del confronto, però se lo fossi rosicherei. Roma, per giunta, ha un progetto dedicato alla riqualificazione delle aree urbane già vagliato e promosso dal Bando Periferie del governo, che dà 18 bei milioncini per recuperare spazi pubblici, zone verdi, e non consumare ulteriore suolo. Qui, nel solito e sempre lodato nord civile, accade il contrario. Certo la ciclabile prevista – più di tre km e mezzo, se ricordo bene – sulla Nomentana non attira nessuno: i romani a zampe vanno poco e, se potessero, con l’auto anche sulla tazza del bagno. Però si lamentano. L’adeguamento alle norme antincendio per tutte le scuole presenti nei vari municipi cittadini è un’altra notizia che non fa notizia, come tutto ciò che d’altro va a inserirsi nella serie “good jobs” e per forza: non se ne sente parlare, va soffocato, perché sarebbe cattiva pubblicità a chi della cattiva pubblicità vive. E poi diciamolo: le buone azioni sono ciò che il cittadino si aspetta. Serve dare battaglia su ciò che non funziona o funziona male, ma se la disfunzione è cronica berciare come comari fa soltanto perdere tempo, energie, fiducia, ed aumenta il senso di precarietà mentale di un popolo che non ne vuole proprio sapere di avanzare nel processo della civiltà. Sarebbe il momento di uno scatto di dignità, su cui ironizzava un grande romano del passato, quel Carlo Alberto Salustri meglio noto come Trilussa, nella poesia La Calunnia:  

D’anniscosto la gente – piano piano se stracina
su lo sbocco puzzolente – de ’na chiavica vicina
pija un sasso eppoi ce scrive – co la punta der cortello
l’improperie più cattive – contro questo e contro quello.