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Nella "Repubblica Monarchica" dell'Informazione

Scritto da Riccardo De Rosa.

Mi auguro non serva un tutorial per capire il titolo del pezzo.

Abbiamo ormai tutorial per tutto: da come allacciarsi i polsini delle camicie a quelli per fare i nodi da marinaio. È la vita facilitata dai media, che però entra nelle case e nei meccanismi mentali e con la cartellonistica invita – pure in tempi di silenzio elettorale – a votare per il servitore delle banche o a comprare tutta la ruffaglia che c’è. Tanto, hai uno dei mille tutorial che ogni giorno ti suggeriscono le soluzioni, e risparmiano alla mente l’esercizio base di intuire, di capire dopo avere osservato, analizzato i fatti o gli oggetti; in una parola, evitano la fatica di ingegnarsi. Non sia mai che, con tutte le attività che ci assalgono, si debba perdere del tempo prezioso ad aguzzare l’ingegno. Per quello ci sono i periodici tipo la Settimana Enigmistica, o quelli che le soluzioni le pubblicano sul numero stesso e non ti fanno rodere per una settimana in attesa di sapere qual era la frase celata fra le lettere e i disegni di un rebus, la parola mancante di uno schema libero che non hai trovato neppure su internet.
Alla luce di ciò la domanda è: si può essere liberi per definizione e succubi nel pratico? Si può essere liberi di consultare le fonti ma nel contempo di avere chi abbrevia o taglia del tutto il lavorìo di esame delle fonti stesse, e dice che «si fa così»? 

Voglio guardare il lato positivo. Non intendo pensare al sistema di spartizione delle anime e delle carriere in un ambito, ad esempio, come il giornalismo, dove servirebbe davvero un tutorial per discriminare i quintali di fake news da ciò che è un po’ più attendibile, sino a quanto lo è troppo, troppo duro e feroce come la cronaca nera. Non ci penso ma è lì che va la mente: tutti possono partecipare alla corsa per un posto in una redazione, purché indossino una maglia. Guai, come nei team, se non si indossa una maglia. E la maglia dice che devi lavorare per il team, team che ha un padrone, uno che di tanto in tanto un servizio lo chiede, pure se non si fa sentire in viva voce.
Il giornalismo vero è una continua scoperta, un’avventura intellettuale, per questo si può farlo solo da indipendenti. Ecco il motivo per cui bisogna districarsi con una certa abilità nelle onde della mistificazione, nel teatro delle notizie prese a pezzi e messe insieme in base alle esigenze. Si strappa una frase, un video, una agenzia di stampa, a volte anche un solo vocabolo, specie nel caso dei politici, e ci si costruisce sopra una bubbola che ha lo scopo di colpire, sollevare l’opinione pubblica, darle una méta, una ragione per amare o per odiare un gesto, un uomo, un’entità.

Qualche esempio è obbligatorio. In Francia ci sono milioni di fascisti, poiché le urne da anni dicono che la Le Pen ha più seguaci del fu Gandhi, in Olanda ci sono gruppi neonazi, da noi i leghisti, le teste rasate nostalgiche e negazioniste, e in Ungheria tirano su il muro per non far entrare i poveracci in fuga dalla fame, dalla ferocia di altri uomini. Allarme, sì, ma fare di tutta l’erba un fascio (termine quanto mai appropriato) non è logico, delicato, e neppure furbo. Chi ascolta, è vero, ha il tutorial della tivù – un tutorial che non chiede di andare sul web o di consultare un paio di pagine – che gli mostra cosa pensare del gatto e della volpe, ma quel tutorial entra senza il permesso: chi gli ha detto di venire a farci visita e a spiegarci, con la pretesa della verità oggettiva, chi è il buono e chi l’errore? C’è il telecomando e si può cambiare, solo che fai zapping, e da un canale all’altro la musica non cambia. E allora pensi che per sopravvivere, chi lavora in un ambito simile, è obbligato a dichiararsi, se non militante, vicino a qualcosa o a qualcuno: a un’icona o una forma di partito, un simbolo, un plutocrate o un salotto. E non si tratta di pura vocazione sociale, ma della dura legge del branco: gli uccelli migrano in gruppo, a stormi, nei quali affrontare i rischi del cielo e le derive degli elementi; così, i mestieri che hanno a che fare con la comunicazione, si fortificano facendo mucchio, e pensiero unico, per affrontare meglio gli ostacoli delle nomine, le insidie degli ordini superiori. In gioco c’è la pagnotta a fine mese.

La singola figura, l’impiegato, la piccola pedina, è indotta da una postilla non scritta – ma implicita nel contratto – a fare militanza per non restare ai margini, oppure esser tenuta del tutto al di fuori. Come agli artisti dei secoli bui servivano un mecenate, o la Chiesa, per avere modo di esprimere il loro talento, a chi si occupa di informazione – e perciò di libertà di accesso ai fatti, alla conoscenza, alla maturazione di un credo individuale e di una serie di valori ad esso legati – servono un protettore, un emblema, una ideologia.
Secondo una recente indagine, otto cittadini su dieci non credono ai giornali e ai mass media quando danno una notizia in campo sociale, politico ed economico. Più screditati di questi ci sono solamente i testimoni di Geova, gli agenti delle assicurazioni, i venditori di auto usate, le alte sfere militari e gli autori delle fascette sui libri che gridano al capolavoro.
È una lotta contro i professionisti della menzogna. Quando non intervengono i grandi gruppi industriali o finanziari si fanno vive le istituzioni, che cercano di zittire le notizie scomode alzando un vespaio di polemiche inutili – e in genere inventate, roba stile «i Cinque Stelle maoisti» e adepti della setta di satana, mangiatori di bambini con le scie chimiche nella testa e contrari ai vaccini – o creando altri ostacoli.

Già negli anni ’80, dopo il disastro di Tchernobyl, larga parte dei popoli europei aveva addosso più nanocurie che mai, e nessuno lo sapeva. I governi hanno trovato scuse ridicole per giustificare l’omissis, e tutti allegri a mangiare insalate condite col sale e lo stronzio. Informare, ossia ciò che per gli uomini, gli indipendenti di cui sopra, è un dovere, per le autorità è spesso un crimine. Altrimenti il discredito oppure il silenzio che avvolge i cosiddetti informatori alternativi, gli antagonisti come Assange, per intenderci, non si spiega. E nemmeno come facciano alcuni telegiornali e quotidiani dal passato illustre e dalle firme prestigiose a pubblicare certe bufale inaccettabili. La questione è semplice: si deve seguire la giostra degli eventi, ma non salirci a cavallo. Per questo si parla spesso di fughe di notizie: non devono scappare, devono marciare ordinate e ligie ai voleri dei superiori così come i
balilla marciavano in tuta (nera), tutti uguali, entrando nelle scuole. Il giornalista, che dovrebbe “dare battaglia” per i cittadini, o per lo meno essere il guardiano della loro fattoria, è sovente occupato a tradurre i messaggi dei superiori, gli ordini di squadra. Napoleone III non leggeva i giornali perché, diceva, scrivevano ciò che voleva lui, e quel disegno, quella pretesa, sembra non sia svanita con lo sviluppo della civiltà, tutt’altro. Chi canta le lodi della repubblica, in molti casi è uno che obbedisce alla monarchia.