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La Costanza del Male Maggiore

Scritto da Livio Ottini.

Forse è vero che tutto ciò che si può immaginare, la natura lo ha già creato.

Penso ai ginepri, ai faggi, i cornioli, le conifere dell’Abetone, gli ultimi castagni del pistoiese, del pesciatino, quelli a cui i disboscatori hanno lasciato qualche spiraglio, e poi le chiazze verdi delle pizzorne lucchesi, delle valli del Serchio e della Lima, gli uliveti e le vigne dei colli che scendono verso la piana velata dagli azzurri e dalle tinte più rosa delle striature del tramonto: così si presenta, la sera, il velario dell’alta Toscana di ponente, con i suoi paesi e i suoi casolari inerpicati sulle cime, aggrappati alle anche dei monti come Lucchio alla Penna, tanto che nelle case di un tempo, si entrava dal tetto, e i bimbi dovevano tenersi a catena per non precipitare. Resistono i nomi, quei nomi che sanno un poco di eretico: Aramo, Stiappa, Calamecca, Fibbialla, o di pagano come Villa Basilica, Collodi, Veneri, Boveglio, Chifenti e il Ponte del Diavolo.
Da questi luoghi, negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso la gente partiva umile verso il mondo. Chi andava a fare l’operaio in ferrovia, chi a vendere la frutta e i frutti di terre appese come lenzuola ad asciugare i pianti di generazioni, chi ancora a fare il gelataio, ad aprire un negozio di artigiano del legno, o delle statuine di gesso, per tornare infine al paese e riattare la vecchia stalla, sarchiare e seminare i campi grassi di pioggia e magri di stenti, campi ereditati dai nonni che a loro volta avevano salvato per il futuro. Lassù, d’inverno, restavano solo le donne e i vecchi, i bimbi e il curato, che suonava la campana a mezzogiorno per la fame più che per la fede. La chiesa mandava i suoi adepti a dividere la settimana in giorni di peccato e di innocenza, in base a una statistica fatta di confessioni. L’aria era sottile, gelida d’inverno ma pur sempre calda di umanità, e con il sole grattava via ogni stento, illuminando gli umori e i crinali.

Chi veniva da fuori chiamava quella zona la Svizzera pesciatina, così alta e rigogliosa e poco frequentata dai turisti. Oggi rimangono borghi fantasma e grappoli di tetti sbilenchi, case prive di fioriere e di camini a scaldarne le mura, e cuori a battervi dentro per il pensiero dei figli lontani, dei nipoti da crescere e ai quali consegnare le chiavi del mondo di sotto, quello che li aspetta in città, là dove tutti prima o poi finiscono ad affrontare la vita. Qualcuno di loro non è più tornato ma tanti ancora lo fanno, a sprazzi, in modo irregolare proprio come le scampanate dei preti in anticipo sulla mezza, con la perpetua che scroccava una gallina o un pezzo di formaggio da mettere in tavola, che le anime vanno protette ma anche lo stomaco ha i suoi diritti. Io sono uno che non dimentica le sue origini e mi concedo un paio di tour a stagione fra le cime in cui sono nato. Conosco tutte le strade, le curve una per una, le buche, i torrenti, le balze, i ceppi che la neve ogni tanto sommerge o ribalta, gli angoli oscuri e i pianori in cui fermarsi per un istante di ristoro, perché salire è facile solo a piedi; in auto si è solo più comodi, ma non è affatto agevole. Non ci sono più le stradine sassose, né l’asfalto bianco e duro di quand’ero piccolo, un asfalto che non poteva rompersi ed è finito sotto una serie di strati sverginati dall’imperizia di chi li ha stesi (male) e schizzano lapilli neri al passaggio dei camion, dei trattori, e dell’ignoranza dei gipponi.

Ne avevo un gruppo davanti, giorni fa, durante il mio terzo giro dell’anno, e li ho visti fermarsi in una locanda, l’ultima prima che le pendenze si facciano impegnative, e la sede stradale stretta, da doversi quasi fermare ad ogni incontro. Sono sceso anch’io a tirare il fiato, a bere un goccio d’acqua che la locanda attinge ancora dalle sorgenti a tre quarti del monte: ne avevo un bisogno fisico e spirituale assieme. Poi sono ripartito. Dietro di me, il codazzo di gipponi.
Siccome so la natura delle strade, ho evitato di accelerare in punti dove altri non avrebbero esitato a pigiare il pedale, e fatalmente i clacson hanno iniziato a tuonare. Inutile fermarsi, mi sono detto: c’è una sola lingua che sale fino al paese, basterà accostare pochi tornanti più in su. Invece ecco uno degli scalmanati dare gas e passare in uno slargo minimo, dove avrebbe fatto fatica a infilarsi una vespa 50. Scatta, suona, e mostra il terzo dito. Sparisce in un lampo, ma neanche seicento metri dopo è fermo: ha cozzato contro un masso rotolato da un punto de costone che – ai locali – è noto per la sua cedevolezza. Di tanto in tanto, già quand’ero bimbo, il “salto del lupo” mollava una o due zolle che, a chi sbuca dalla curva alla cieca, vedeva solo in ultimo.
Ma allora si saliva piano, e la mia andatura era lenta apposta. Ci si ferma e si tenta l’aiuto al furbacchione, che al posto di ringraziare se la prende con me: «Poteva anche dirlo, no, visto che è della zona!» 

Più che salire a trenta all’ora, che potevo fare? I due componenti della fila scesi per dare una mano fanno un segno di assenso col capoccione all’indirizzo delle sue parole, come a sostenerne le ragioni. Uno di loro non dà il tempo di sgombrare la strada dallo zollone, e appena spostata la jeep scatta come un capriolo e se ne va. Gli altri, e pure due auto che nel frattempo ci avevano raggiunti, alla ripartenza si accodano. Più su c’è un tratto di via che corre a filo dei fianchi del monte, e nel rettilineo, che dà su un bosco di castagni, non supero i quaranta. Ad un tratto sbuca dal folto, scuro e arruffato, un cinghiale. Si butta da un lato all’altro della carrabile e freno, senza esagerare, scartando di lato. Un caos epocale! Il gippone che ho dietro parte a strombazzare e un coro di insulti gli fa seguito. Intanto, altri due cinghiali escono dal folto e saltano da una parte all’altra del rivone, e non ho alcuna voglia di arrotarli. Mi fermo, e uno degli occupanti delle auto si avvicina minaccioso. È di quelli che, in una rotonda, scendono e domandano a quello davanti se va così piano perché cerca un modello particolare di auto. A me, chiede se ho intenzione di star lì ad ammirare le meraviglie della natura ancora tanto, perché lui deve andare e la strada non è fatta per i cinghiali. 

«Se passa un animale, che ha tutto il diritto di fare la sua vita, io non lo stendo.» 
«Ma sei scemo?» urla inferocito. «E allora se passa una lumaca fermiamoci tutti, e magari diamole un po’ di insalata!» 
«Se vuoi passare, prego» gli dico. Evito di aggiungere che preferisco nutrire una lumaca che non il motore di un Suv, e sì, anch’io sotto il sedere ho un’auto, ma se vedo un coniglio o un qualunque animale sulla strada sono io che mi devo fermare, non lui. Quella cosa di latta e plastica che guido è uno strumento di morte, e un cane, un gatto, una lepre o un gallo non hanno le ruote e non possono fuggire dalla mia crudeltà. 
Stizzito, l’automobilista mi dà del fanatico. Già, perché io devo essere uno di quei maleducati che pedalano e se si vedono a fianco un auto si levano solo quando gli fa comodo. Carino, il profeta dell’asfalto. Gli ricordo che per i maniaci del motore ci sono le piste apposite, e il codice della strada tutela i mezzi svantaggiati. Non sono uno che va in bici, ma a lui non interessa; è viola di rabbia e grida, con la costanza del male maggiore, che i ciclisti devono imparare a star al mondo, e sarebbe ora che gli insegnassero il rispetto. Forse lo guardo con l’aria di chi gestisce una tavola calda e ne ha viste di cotte e di crude, convinto che il giorno della verità ci diremo una bugia, fatto sta che con un ruggito di gola l’uomo mi spedisce a quel paese, risale sul suo mezzo e sgomma di furia. Inutile farsi il sangue amaro, dico fra me e me; vada come gli pare e speriamo non faccia male a nessuno. Del resto tutto passa, e se hai fortuna non ti centra.