Stampa
PDF

L'Alchimista e l'Aritmetica del Caso

Scritto da Enrico Di Paola.

Molti aforismi stanno bene solo in determinati contesti, altri trovano un’applicazione più vasta.

Oscar Wilde, uno dei principali fornitori di quel materiale, quando sentiva che gli altri la pensavano come lui, tentava di fuggire dall’ovvio pensare e di inventarsi qualcosa d’altro. Era, come sostenne un celebre autore negli anni Quaranta, un alchimista della parola, uno speleologo dell’anima. Proprio come gli scienziati d’un tempo, induceva e spingeva se stesso a scoprire il tallone d’Achille, quel punto preciso che, se colpito, fa perdere l’equilibrio, fa barcollare in attesa della resa totale o della ripresa del cammino sulla strada della conoscenza. Un paragone lo associa a un alchimista cerebrale.
Ma chi erano in realtà gli alchimisti, si intende al di fuori della letteratura? Imbroglioni, scienziati, o stregoni? I greci li consideravano dei saggi, ma quasi tutti i popoli antichi pensavano fossero dei maghi. E quando il Medioevo cominciò a tramutarsi in Rinascimento, si iniziò a sospettarli di stregoneria. Perché non era facile essere scienziati nei secoli bui; non almeno nel senso che diamo oggi alla parola. I benpensanti e gli aristocratici erano arroccati sul concetto che uno studioso dovesse passare il tempo sui testi dei filosofi, meditando in astratto sulla struttura dei caratteri e del cosmo, o alla meglio si abbandonasse a dissertazioni, a calcoli di geometria e matematica che prevedevano l’uso di carta e penna.
Certamente, a loro opinione, uno scienziato degno di tal nome non immergeva le mani in esperienze concrete. 

«Neppure un letterato!», avrebbe precisato ancora Wilde. Però, fra i suoi illustri predecessori – e una nutrita pattuglia di quelli odierni – figurava gente dalle mani quadrate, avvezza a ogni pratica. E sperimentare in un laboratorio ingombro di arnesi, alambicchi, strani ingranaggi e liquidi bollenti era roba da alchimisti. 
Il responsabile era temuto e rispettato dai vicini, richiesto dai potenti o dagli umili per le sue conoscenze, riverito per la paura di cosa avrebbe potuto combinare in caso di offesa, guardato con sospetto dagli ecclesiastici, e sospettato di avere qualche intrallazzo con Belzebù. 
Eppure l’alchimia non fu soltanto un’invenzione per ciarlatani: i suoi cultori appresero svariate caratteristiche dei metalli, scoprirono acidi, sali, componenti chimici, applicazioni di questi ultimi e rudimenti di ciò che il futuro avrebbe chiamato in mille modi. 
In realtà, la spinta originaria era molto più alta, meno modesta: non si proponevano di produrre coloranti o composti per conciare il cuoio, no, cercavano la ricchezza, il segreto della longevità, dell’immortalità, e sovente i risultati negli altri campi erano frutto di incidenti di percorso. I loro predecessori avevano lasciato manoscritti che racchiudevano la scienza alchemica e fornivano, tra una ricetta per le medicine e una per i colori ad olio, quelle per produrre oro e argento. 

Le antiche farmacie somigliavano più ad ospizi di carabattole sacre: accanto a bottiglie di estratti e a vasi colmi d’erbe c’erano storte e ampolle tubolari, che servivano a distillare le essenze terapeutiche. L’identico aspetto vagamente religioso aleggiava nelle botteghe dei pittori o in tintoria, dove gli alchimisti lavoravano duro per trovare le migliori tinture e per fissarle ai tessuti. 

Ma era nei monasteri abbarbicati sulle valli alpine, o che si alzavano sulle pianure bonificate dai religiosi, che scienza e tecnologia potevano rifugiarsi e svilupparsi, lontani da un’Europa stremata dalle invasioni barbariche e dalle pestilenze. Furono i monaci infatti a salvare i manoscritti più antichi, copiandoli con indicibile pazienza e traducendo i libri arabi e mediorientali, senza porsi il quesito se fossero o meno vergati da autori infedeli.
Nelle Certose poi vi era abbondanza di acqua e terra da lavorare, così fiorirono le prime fabbriche, e prendendo spunto dai mulini Romani non ci si limitò a sfruttare la potenza dei torrenti solo per macinare olio o grano, ma si collegò alla ruota un albero con pesanti martelli (dei magli veri e propri) per battere il ferro giorno e notte. Esperimenti di fucine, con l’acqua che veniva buona anche per azionare mantici che soffiavano aria sul fuoco, favorendo la produzione di metallo in maggior quantità, e di qualità superiore. Il torrente o il fiume, più avanti, avrebbero avuto ancora energia per irrigare campi, orti, le lame di una segheria o le cartiere a ruote e martelli come quella di Valchiusa. 

In Cina avevano scoperto con largo anticipo centinaia di elisir, e perfino la polvere da sparo. Furono gli alchimisti di corte a notare, durante alcuni esperimenti, una curiosa mescolanza di salnitro e di altri comuni elementi, che esplodeva in una coreografia di scintille visibili anche a grande distanza. Era la polvere da sparo, ma per lunghi anni il Sol Levante la usò soltanto per fare fuochi d’artificio. Beata saggezza. 
Gli arabi, più tardi, raccolsero le conoscenze dei popoli orientali e quelle del vecchio mondo. Nella reggia di Baghdad gli alchimisti avevano un rango privilegiato, e il più famoso di loro, Ar-Razi, scrisse un trattato divenuto il manuale di tutti i praticanti europei. Ar-Razi classificava in maniera meticolosa e ordinata ogni elemento che il perfetto alchimista doveva utilizzare. Quest’ultimo era convinto che mescolando nelle dosi opportune i vari componenti, magari recitando formule più o meno magiche, avrebbe ottenuto le cosiddette trasmutazioni, trasformando i metalli da vili a preziosi.  

Ma la pietra filosofale restò un mito, almeno sino ai tempi dell’inquisizione, un morbo più pericoloso di qualsiasi altro di origine batteriologica o virale. Un morbo umano. Che per fortuna non impedì agli studiosi di ottenere, probabilmente per caso, alcuni tra gli acidi più importanti conosciuti: solforico, nitrico, cloridrico. Qualcuno, in quel distante 1362, assicurò di aver visto a più riprese «bagliori come di festa nel cielo.» 
E se non era ancora il tempo di Leonardo, i cui contemporanei giudicavano bizzarri i progetti di carri volanti, e addirittura eretici gli studi di anatomia; ma se non erano ancora arrivati Copernico e Galileo, senz’altro era in corso una delle tante rivoluzioni che hanno portato l’uomo a sviluppare una coscienza scientifica. Con tutti gli ostacoli del caso.