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La «Via della Delizia» e l’Ode al Food Porn

Scritto da Diego Balti.

L’ultima trovata è la pallina di acqua potabile.

Il futuro, dicono, è già qui. Ma va? il futuro è dovunque l’uomo abbia la capacità di immaginarlo, sennò è un continuum al quale si può attaccare ogni nome, ma continuum resta. In quel divenire si inserisce l’uomo, di cui si è detto e si dirà tutto il male e il bene possibile, l’uomo che cerca la soluzione per vivere meglio anche quando non ce n’è alcun bisogno, perché basterebbe, come nell’acqua in palline, tornare al vetro. Non sarebbe né un danno, né una tragedia, anzi. Per i discepoli della comodità e i venditori di professione, invece, il ritorno al passato è una sconfitta, una sfida perduta con quel futuro di cui vogliono essere padroni, e che secondo loro va scritto con un registro sempre nuovo, aggredendo ciò che è obsoleto con l’energia e l’avanguardia delle risorse.
È una sorta di scienza storica, lo sviluppo, che gli antropologi studiano con un certo distacco e i sociologi indagano con circospezione: il tabù è in agguato, dove per tabù non si intende un divieto culturale o religioso, ma l’eventuale veto posto dallo sviluppo stesso e da chi se ne serve per i propri fini. Dalle multinazionali alle fabbriche della pubblicità il passo è breve. E il cibo? Il cibo è un culto che accetta l’equivalenza tra periodi storici e metodi – il tipo di cucina e la scelta degli alimenti, gli strumenti di cottura, le ricette in sé – e gli orientamenti, individuali o di massa, che di volta in volta del cibo si servono per dilettarsi e sopravvivere.

Sono stati scritti libri e fatte ricerche sul cibo, e ogni giorno si apre un nuovo locale che recupera la cucina tradizionale o sperimenta soluzioni curiose, gioca con gli ingredienti oppure nega la condizione onnivora dell’uomo con pratiche vegan e simili. L’azione non è uniforme, poiché uniformi non sono le idee che la muovono: tutt’altro. Quindi la pallina di acqua, rivestita di una gelatina che gli inventori danno come edibile, può essere un gadget spiritoso, utile magari agli astronauti o ad altre categorie particolari che a turno vivono in situazioni altrettanto particolari, ma non potrebbe sostituire il sorso d’acqua. Calma, che non si parta subito col darmi del conservatore: il mio non è un esercizio di antiquariato ideologico, ma una libera riflessione sull’amore per il cibo. Che al di là di ogni espressione di utilità in rapporto alle situazioni, è un piacere che nessuna pillola può dare. Già, perché l’ipotesi più accreditata dai promotori di quella new wave è una gamma pura di superpillole pronte a salvarci, a nutrirci, a toglierci gli assilli della fame in ogni istante, come se la fame fosse – letteralmente – una noia, un fatto da sbrigare in rapidità, per ritornare a fare chissà cosa nel resto del giorno. Forse per passare qualche ora in più a mostrare una vita divertente sui social al posto di trascorrerne una divertente dal vero, e tanti accidenti alle teorie di zio Darwin.

No, di fronte allo spettro di pillole e frullati a forma di caramella, a polli in allegri quadratini e pizze così pratiche che ci basta un taschino per avere quando vuoi, come vuoi, dove vuoi tutta la loro fragranza, celebro la messa del food porn. E la pizza, a quei piazzisti dell’avvenire, la mollo sul muso a mano aperta. Quindi, torno in cucina. Ma non perché io sia un ghiottone incallito, di quelli a cui basta una tavola imbandita per dirsi contenti, ma perché la cucina è una scienza dello spirito. Ha bisogno di ricerca, ci mancherebbe, sia benedetto lo sviluppo di ricette golose, di manicaretti che fanno le coccole al palato, che però si progetti un futuro liofilizzato è roba da fumetto anni Cinquanta. Sarà che gli autori al soldo di Walt Disney e gli sceneggiatori della Marvel avessero intuito cosa ci aspettava? Dubito avessero la minima inclinazione alle realtà ipotizzate; piuttosto, le vedo come un tocco di satira – che non deve far ridere ma aiutare a pensare con ogni mezzo, anche quello più cinico – verso uno sbando che va a braccetto con il commercio. È una legge che esprime il nostro modus operandi, e riflette alcune tra le più comuni caratteristiche della specie uomo (stavolta Darwin la scampa), tra le quali vi è la tendenza naturale a tradurre in pratica l’estro e le intuizioni, e facendo su di esse, appena gli possibile, una montagna di soldi. Sono quindi aspetti psicologici precisi, e l’attitudine genetica non può essere passibile di un processo.

Le colpe sono altre, se di colpe si può parlare. Infatti la cucina, in quanto scienza dello spirito, non si fonda su norme generali e neppure ha la pretesa di scoprirne; arriva però a crescere, in chi la pratica, una forma di attesa, di evocazione, di seduzione, e perciò di serenità. Quale serenità mi viene dal mettere in bocca una pallina d’acqua, o una pasticca che mi dicono contiene due zucchine, una carota, un arancio, due mele e le stesse proteine di una terrina di fagioli? E può un prodotto artificiale avere non solo il sapore ma la consistenza di un piatto solido, tangibile, profumato, ricco di spezie e di sapienza secolare? Il gesto di nutrirsi quando si ha fame legato all’istinto, e porta con sé un’esigenza primaria; quello di farlo con il gusto è legato al piacere, un piacere intimo che dispone l’animo alla conciliazione, alla gioia, alla tolleranza. È il potere del cibo che la saggezza popolare celebra nei detti, nei proverbi, e se qualcuno ci prende per la gola può anche avere un doppio fine, ma sa che staremo al gioco, perché il gioco e il piacere sono pratiche serie, e tra una beffa e l’altra della sorte è bene godere il più possibile: non esiste antidoto migliore.