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Blogger sul Precipizio del Gusto

Scritto da Fabrizio De Rossi.

Il critico ha tre occhi, ma spesso ne usa uno solo.

Il concetto, umoristico e al tempo stesso molto serio, venne espresso da Yves Montand in un’intervista per un quotidiano francese, dopo avere letto una stroncatura de L’orgia del potere, film di grande impegno civile e di rara qualità artistica sotto ogni profilo: regia, interpretazione, fotografia, ritmo, denuncia sociale. Non era certo il primo esempio di condanna della dittatura e della sottrazione di libertà, con al centro della vicenda la figura di un magistrato integerrimo, tramite il quale si esprime la fiducia nella forza della coscienza; era comunque uno dei più riusciti drammi carichi di una serena e antidemagogica aderenza alla realtà, che andava a eviscerare tabù come le complicità istituzionali nei regimi di ogni tipo e di periodo storico.
Di quel dramma poliziesco una firma molto nota diede un giudizio negativo per via di alcune scene di violenza, scene che oggi lascerebbero indifferente pure il pubblico dei cartoni animati. Scene che ne L’orgia del potere erano imprescindibili nella trama, nel pathos e nell’indole della vicenda. Il film, giunto nelle sale, ebbe un enorme successo, ed il giudizio del critico venne sepolto sotto una pioggia di ottimi riscontri, pressoché dovunque. Si era ancora lontani dalla demenza dei social dove il ruolo del critico, fallibile come tutti i ruoli umani, non solo avrebbe riparato con un articolo di scuse – atto di umiltà impensabile nel secolo dell’ego –, ma anche spiegato la difficoltà del mestiere. Un critico, a conti fatti, è come un giornalista, e cos’è un nuovo film se non un fatto di cronaca sul quale egli ha il compito di informare il pubblico?

In tutto ciò, il recensore ha un ruolo di una certa delicatezza: deve difendere il tempo e i quattrini dei lettori prima ancora della sua credibilità, e di quella della testata per cui lavora. Egli è deputato all’analisi di un’opera sia essa nel campo del cinema, della musica, delle arti grafiche, della narrativa, e sovente ha modo di vederla, ascoltarla, testarla in anticipo sul pubblico a cui è destinata perché possa farsi un’idea, distinguere, e scegliere. L’esercizio di obiettività che il critico fa in tutto ciò è delicato, poiché nel fornire le ragioni di un elogio o un dissenso, egli deve praticare tre virtù complicate in un solo gesto: il rispetto per  il lettore, quello per il lavoro analizzato, ed infine guardarsi dall’inconveniente del suo spazio, quell’angolo di audience di cui gode, che non permette il contraddittorio o il dialogo in tempo reale. Ed ha una funzione analoga a quella di un medico: l’ascolto (i medici che lo praticano sono quasi scomparsi) e la consultazione. Inoltre non deve avere la presunzione, offrendo il proprio parere, di indurre i lettori a giudicare in base al suo punto di vista di esperto, ma lasciare la libertà di discuterlo o rifiutarlo.
Le spinte ideologiche e il gusto sono fattori chiave, che dalle parti vanno tenute in debito conto, tanto per un sereno aiuto reciproco, quanto per una necessità di espressione civile. Per questo il critico non può concedersi il lusso di incentrare la sua analisi su un solo aspetto dell’opera, né prescindere dallo spiegare, di essa, il cosa ed il come, la ragione di essere, i significati e gli intenti – espliciti e impliciti – senza preconcetti. Solo dopo un iter del genere può passare alle impressioni soggettive, con eventuali verdetti e gerarchie.

In passato, dagli anni del cartaceo sino a ridosso dell’impero del web, la polemica fra opere d’autore e di mera confezione è stata feroce, ma comprensibile. «Se è vero» scriveva Gillo Dorfles, «che l’opera d’arte creava un pubblico, e che questo pubblico era adatto all’opera che lo informava, oggi non possiamo più dire altrettanto» perché, per effetto della rete, si è abbassato il livello del gusto di quel pubblico, e per paradosso grazie alla pluralità di voci. È il pubblico stesso, infatti, tramite siti e blog tematici o meno, a dire la propria: un atto essenziale e degno di tutela, ma che se da un lato favorisce il dibattito e il passaparola, dall’altro sposta l’attenzione dal lavoro (anche sindacabile, come nell’esempio su cui ironizzò Yves Montand) su un concetto più facile della letteratura critica: la brevità. Con la brevità, i fattori di preferenza sono l’immediatezza di consultazione, laddove un blog su internet è più accessibile e gratuito di un giornale o di una rivista specializzata, e l’opinione veicolata da un amico, che però, per quanto appassionato e competente, può non avere il terzo occhio che il grande attore attribuiva comunque a quei lumaconi dei critici. Molti di essi hanno perso tempo e credibilità nel parlare di cose accessorie, a cantare le lodi di chi poteva in futuro rendergli il favore, a rafforzare ciò che sono sempre stati pronti a negare, ma niente è dannoso quanto la sconfitta del gusto causata da una chiamata alle armi, dal tifo per questo o quel personaggio, al fine di ingigantire l’ego del primo e spingere all’acquisto i suoi fan. Ed è l’operazione che i blog, soprattutto in un ambito delicato come quello letterario, hanno compiuto: in rete vi è un proliferare continuo di critici legittimi e improvvisati, che dicono bene di tutti a scopo strumentale, e tramite una lode all’amico o al conoscente, o una video-recensione con visi ammiccanti, moine e sfoggio del corpo (del reato: copertine e paratesti vari), allargano tutti i giorni la cerchia dei fan. Pardon, dei followers. È la legge del mercato, che sfrutta la voglia di apparire di tanti per salvare le briciole del business. I followers di un blogger molto seguito fanno rete, danno vita al passaparola che decreta la buona fama di un prodotto e spinge gli utenti a comprarlo.

Ma allora perché parlare di briciole? Perché se il mercato ricorre a costoro, vi investe gran parte delle sue risorse, è chiaro che la qualità dei suoi prodotti è calata, o certi “critici” non saprebbero dire due parole sull’opera, limitandosi come già accade a penosi copia & incolla, e pertanto ha ridotto le aspettative. E un mercato senza aspettative è un mercato che non cerca artisti di contenuto bensì di contenitore. Il calo della qualità va ad abbassare il gusto, il gusto che l’opera di livello creava in passato e per tanti anni ha mantenuto (i quadri di autori dalle firme meno celebrate o i dischi meno famosi, l’industria del B-movie, la letteratura così detta minore, se comparati agli odierni prodotti di successo sono lavori, tranne pochi casi, di grande finezza, di fattura superiore), e per spingere la massa agli acquisti serve gente capace di influenzare quel gusto divenuto così debole, così gestibile dalla moda. Perciò ecco lo youtuber, ecco uno fra i tanti gioiosi e impegnati pellegrini del web sulla strada della fama. Una foto, o meglio, un selfie con il libro o il cd, o il dvd tra le mani, e poi un trafiletto ammiccante, con parole scelte ad hoc per convincere, meglio se giocando sul personale, a correre in edicola, in libreria, o dovunque si possa trovare l’opera senza cui non si può stare. Ogni volta è la migliore. La tattica funziona, e ci sono blogger che sono in grado di aumentare sul serio le vendite, sebbene si parli sempre di briciole. I numeri calano alla pari del gusto, dal momento in cui è il gusto a farne la consistenza.

Il gusto proviene dalla cultura, e la cultura che privilegia la rapidità nel compiere l’analisi di un’opera, e a questa rapidità aggiunge una sequenza di immagini o scene che con la bontà dell’opera non hanno nulla a che vedere, è condannata a impoverirsi sotto l’aspetto dei contenuti. L’attività artistica infatti è di per sé conoscenza, ossia ci fa conoscere qualcosa della natura umana, e quindi della realtà; non si limita a tradurre in forme di arte le stesse cose che ci fanno conoscere l’economia, la moda, la politica o la filosofia.
Un’opera d’arte è un’esperienza, e non una dichiarazione. Può raccontare una parte di sé, ma non veicolare un altro sé attraverso di essa. È questa la grande aberrazione dei social media, l’inquinamento da macro-ego che spinge nelle case, nei tablet, nei display un concetto di arte autoreferenziale, cioè usata per i propri scopi ma promossa come un messaggio da condividere perché tutti ne godano. Susan Sontag diceva che si deve imparare a vedere, sentire, approfondire di più; esortava a entrare nell’arte interamente, recuperare i sensi nella parte sottratta dal caos quotidiano per non celebrare il divorzio del gusto dalla cultura. Pertanto ben venga la libertà di analisi personale nella rete, ma con le dovute cautele: è ovvio che non si possono trattare il cinema epico di Ėjzenštejn come quello lirico di Vigo, giudicare Resnais con lo stesso metro di un trash movie, e identica operazione va fatta in letteratura, ma proprio per questo il critico non va ridotto, con una sottile ragnatela di prospettive, a servirsi di un pubblico del quale, invece, è servitore.