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La Disciplina del Bilancio e le Denunce Populiste

Scritto da Daniele Celi.

Il cemento è il chewing gum della civiltà moderna.

Un imprenditore amico dei partiti, uno di quelli che fanno collezione di avvisi di garanzia come le figurine dei calciatori, l’ha definita una battuta da ecoterroristi. Una minaccia per nulla velata, che con una metafora grossolana dà corpo a un pensiero gretto, barbaro, incapace di evolversi. In una parola: populismo. È la moda: quando si ha in mente un progetto letale per il popolo, e si vogliono combattere le idee – sia buone che ottuse – che esso gli oppone, si tira fuori quel termine. Fa effetto. Seduce i presunti intellettuali, i finti acculturati, la bella gente che fa opinione e che in genere ha il potere di condizionarla. Quella gente da sempre disprezza il popolo di cui si serve, e si legittima grazie a giochi semantici.
Il vero intellettuale, però, l’intelletto lo usa, conosce i significati del linguaggio e li analizza. Dunque, si guarda bene dal farsi paladino di quelle crociate. Appena qualche giorno fa ho risentito il concetto per cui il cemento è il chewing gum del progresso, pronunciato da una signora di mezza età.

La donna sfogliava un quotidiano, una testata di provincia e commentava un articolo con una donna più giovane, seduta accanto a lei. Chiacchiere da bar? Non direi. Nel bar c’era un professore, o così lo hanno chiamato tutto il tempo le due, con cui hanno discusso a lungo. 
«Ha visto, eh, ha visto? Ce l’hanno fatta, i suoi amici.» 
L’uomo sorride, certo intuendo a chi si riferisce la donna stropicciando il giornale. 
«Ho tanti amici, signora.» 
«Quelli in Comune. Quei delinquenti» e spiega, in quattro parole, che l’articolo parla della riqualificazione di uno spazio verde dietro a un muraglione storico, dove un tempo c’erano orti privati e una residua macchia di sorbi, di ailanti e robinie avventizie. Via gli orti, che nessuno più cura, qualcuno aveva realizzato un’area di sosta libera, ma senza radere al suolo la macchia spontanea.

La signora agita una mano e la pagina finché l’uomo posa la tazzina del caffè sul banco e le dice, in tono calmo: «Ci ho parcheggiato anch’io, qualche volta.» 
Lei si blocca un istante, come sorpresa dell’intuizione dell’altro. Poi, torna all’attacco: «Io tutti i giorni. È uno dei pochi posti dove non si paga... e lei capirà che due euro all’ora in tempo di crisi, per una come me...» 
L’uomo annuisce con un lieve sorriso, ma senza biasimo. 
«Sa,» continua lei, «io sono ignorante, ma non abbastanza. Qua dicono che l’area è abbandonata e ci vanno i tossici. Va rimessa in ordine,» dice alzando il dito, e chinando la testa per leggere le parole precise, «perché le auto si ammassano una sull’altra e i residenti sono ostaggi del parcheggio selvaggio. L’amministrazione – dice – ha il dovere di intervenire.» 
«Il marchio della civiltà», commenta l’uomo con una smorfia eloquente. 
«Sulla testa glielo darei, il marchio» alza la voce la donna, chiudendo il giornale indignata. «Sono sei anni, sa?, sei anni che parcheggio laggiù, e non ho mai trovato una riga sull’auto, e non ho mai visto un tossico. È il suo sindaco che fa ’ste cose, un sindaco che è andato su con la sinistra, la solita sinistra che ama i poveri e li ama così tanto che ne fa sempre di nuovi. E guardi che io, mi conosce, sono sempre stata di sinistra così!» ed alza il pugno chiuso. «L’area, come la chiama quello che scrive, non è abbandonata, e poi, mi dica lei: se è stato fatto un parcheggio carino, ordinato, anni fa, chi l’ha fatto? Il Comune, no? E allora perché dicono che è una zona abbandonata? Chi l’ha abbandonata? Il Comune.» 

Il professore annuisce sollevando le sopracciglia, e la donna si avvampa. 
«Perché devono raccontare sciocchezze? Perché sempre bugie? Vuoi fare un parcheggio a pagamento, sai che ci sono un centinaio di auto che vanno lì tutti i giorni e vuoi guadagnarci sopra, tu, uomo di sinistra, uomo per i diritti di tutti. Era lo slogan, se lo ricorda? Una città più vivibile, a misura d’uomo. Poi va su e dimentica tutto, c’è da fare bottino... E saremmo noi, i barbari?» 
La menzogna, osserva il professore, è la base della comunicazione politica. La finta area dismessa e predata da selvaggi automobilastri e generici tossici – spregiativo indegno di un quotidiano d’informazione – è solo uno dei tanti bacini ai quali si può attingere per ricavare risorse, e non si esita a farlo con scuse ridicole. Del resto, se avessimo mezzi pubblici più efficienti e una cultura della mobilità diversa, non ci sposteremmo con l’automobile anche per dare l’acqua ai fiori in giardino, e i parcheggi a pagamento graverebbero meno sul bilancio delle famiglie. 

«Sì, ma capisce che non hanno pudore? Se questo è il ragionamento per radere al suolo un parcheggio fatto da loro – e da loro, mica da me – allora, con le grandi opere? E infatti la stazione fa schifo, sono cinque anni che ci sono i muratori... cemento e ancora cemento. Ha visto che colata stanno buttando sulle rive del fiume? Per loro, quello è un argine contro le inondazioni. Neanche la muraglia cinese! Questa è la gente a cui da fastidio pure l’erba nei cortili, e la copre con la ghiaia o con altro cemento. E i barbari chi sono?» 
Quando una civiltà arriva a definirsi evoluta, precisa lo studioso, vede tutte le altre come barbare, perché il loro modo di vivere non rientra nei suoi fini, nelle sue consuetudini. E quella civiltà progredita, per obbedire alla disciplina del bilancio strumentalizza il vocabolo, proprio come oggi lo fa con le etichette ai populisti. Montaigne, in un capitolo degli Essais, parlò di barbarie a proposito dei cannibali: il mito del buon selvaggio rivendicava la purezza e l’innocenza del primitivo, in antitesi alla corruzione del cosiddetto uomo civile.