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La Finestra sul Porcile

Scritto da Mauro Lorenzi.

La società liquida non può più fare a meno del computer. Parola di Žižek.

La mia non è altrettanto qualificata, però sono ancora in grado di riflettere, ed ho vissuto un periodo storico nel quale il computer era un apparecchio al servizio dell’uomo, non il contrario. C’era una volta, attorno alla metà degli anni ’90, lo slogan per cui il computer velocizza tutto. Quando il computer è diventato la regola fissa e uno strumento presente nelle case e nelle tasche di tanti, non solo si è scoperto che si era dipendenti da esso (quanta gente è in cura per disintossicarsi dall’uso smodato del web), ma che rallentava come e più delle soluzioni vecchie, o per dirla coi termini odierni, obsolete.
E non parliamo dei costi. In ogni settore, il computer ha dato il colpo di grazia al tempo libero, quello che generazioni di ipocriti ripetono da secoli di non avere. Con una differenza: anni fa, tra il lavoro nei campi e quello, comunque, in gran parte manuale, i mezzi non proprio rapidi, le famiglie – più numerose delle attuali – da curare e i lavori di casa da svolgere senza l’aiuto di elettrodomestici con cui se ne risparmia, era veramente poco. Eppure se ne trovava, specie per i rapporti umani. Oggi si è facilitati dai mezzi, non si va più al lavoro in bicicletta né si zappa dall’alba al calar del sole; non si va più al lavatoio né si deve cercare il ciabattino per riparare un paio di scarpe, o star ad affettare ciuffi di verdure per mettere assieme un minestrone: ci sono le buste coi cibi già pronti. Porcherie, nella maggior parte, sia chiaro, ma è per capirci. In casi estremi, o per chi ne fa una regola di vita, c’è modo di risparmiare tempo. In tutto ciò si insinua il computer.

Negli uffici è impossibile farne a meno, nei servizi al pubblico e in ogni campo applicativo privato pratico, il virtuale (bel paradosso, no?) fa la voce grossa. Basta con quei bollettini, o le lettere di carta: se devi mandarne una basta un click, et voilà, l’email è già nella casella del destinatario. Solo che se ne ricevono così tante che molti non rispondono più, tranne a quelle di massima urgenza. Poi ci sono quelli che vi danno una guardata solo su facebook, o le email che vanno perdute a causa delle linee che funzionano male, delle mancate coperture, la connessione che salta e salta come un grillo anche l’umore dell’utente, che nel frattempo si è fatto due caffè in attesa che il provider torni a fare il suo mestiere, visto che è pagato per farlo. E se il disagio è, per esempio, di sistema, vai a fare un biglietto e trovi tutto piantato come una quercia che non c’è verso di smuovere fino all’arrivo di tecnici e gestori vari. Eh, ma con il pc fai anche la spesa, ci dice il nativo digitale. L’invenzione merita, solo che la spesa rischia di diventare un salasso, sia che paghi con la carta di credito, sia con una prepagata: conosco decine e decine di persone turlupinate grazie ai pagamenti online. Non fosse altro, faccia a faccia i soldi sono quelli che sono.

Eh, ma con il computer sei dall’altra parte del mondo in un balzo, vedi ciò che dal vivo non vedresti mai
, insiste ancora il nativo digitale. È vero anche questo. Solo toglie fantasia, toglie lo spazio sia all’immaginazione sia al senso saporito del vero, e trucca tutto con una spolverata di Photoshop. Le cartoline erano più sincere, per giunta c’era un quoziente artistico ben più alto. Davano anche lavoro a più figure: dal fotografo al tipografo, e un poco pure ai cartolai. Finita qui? Tsè, non ho neanche iniziato. Ci sono settori dove il computer rallenta e rende tutto più ambiguo, più ostico, e in maniera tale da gravare più che mai sui cittadini. Vai in Posta, in un ente, in un’azienda che fornisce servizi, ospedali compresi, e ti trovi di fronte all’impiegato che allarga le braccia e dice, con un sorrisetto, che non è colpa sua, anzi, lui o lei sono vittime del sistema. Ma come?, si chiede l’utente, un tempo venivi e c’era quel modulo là, lo compilavi, lo davi al burocrate di turno e lui, certo con lentezza, almeno lo inseriva in un casellario, in una cartella, lo rubricava, gli dava un senso colpendolo con un timbro e archiviandolo: vedevi dove andava a finire, vedevi l’uomo portarlo fisicamente nell’unico luogo di destinazione possibile. Ci andava un pezzo per protocollarlo, ma il rischio di perderlo era ridotto. Oggi no. Se un portatile o un desktop si rompono e non hai salvato il contenuto, sono casini macroscopici. E se ciò avviene in una struttura sanitaria, oppure nella Agenzia delle Entrate, in un tribunale o un luogo istituzionale, i casini si moltiplicano e cinguettano sul ramo della logica e dell’etica. Ci siamo evoluti, ma il software non gira e devi tornare, per non dire di quando le cose vanno svolte via web. Collegati con una pagina, cercala, scarica, e se per un caso (che si ripete migliaia di volte) la rete è lenta, invoca il fantasma di Germano Mosconi finché risolvi il problema, in attesa che si ripresenti con puntualità svizzera; oppure non risolvi nulla, perché il guaio è a monte, in chi ha progettato orrori come i form. Chi non ha mai compilato un form? Non parli più con un operatore, è una cosa antica: vuoi mettere il disagio di trovarsi davanti a visi sfatti dalla stasi, annoiati, anche loro colore del caffè? No, evviva la vita libera e leggera, c’è il form!

Con il form accedi alla schermata, completi tutto con attenzione e ti accorgi, dopo una serie di compilazioni, che farlo a mano sarebbe stato più breve, perché ora manca un daterello, ora c’era un quadratino da barrare, un segno di spunta da mettere, un recapito da inserire, e la caccia ai dati personali in spregio a ogni legge sulla privacy è continua. Non ti puoi muovere, sulla rete, senza che ti raccontino la favola degli spioni informatici; poi però, le istituzioni si comportano allo stesso modo salvo mettere tutto nero su bianco, alla luce del sole. Che nel computer non tramonta mai: tutto è easy, tutto è facile, ti dicono. Però tu hai sbattuto il naso contro i programmi da scaricare che da un rettangolo verde di download ti mandano su un sito romeno, o americano, che passa sopra anche a Google, e per levarlo serve studiarci almeno un paio d’ore. E tu, inebetito, eri convinto fosse easy sul serio. Hai perso altre due ore, da sommare al trastullo da nerd a cui non somigli affatto, e ti chiedi quando cavolo è iniziato il cortocircuito, quando siamo diventati così veloci a raccontarci boiate epocali. E quanto spazio abbiamo da perdere ogni giorno davanti a un arnese che per fare ciò che vuoi – ma l’incertezza è tale anche per i guru o non esisterebbero i pirati informatici, né tanta gente si accanirebbe ad ammalarsi di fegato e nervi con Windows – ha bisogno di corsi e quindi di tempo buttato.

E le sottopagine? Dove vogliamo lasciarle le sottopagine, o quelle che si aprono dopo che hai sfiorato per caso il bottone che ti dava diritto a vincere una Fiat 500, alla faccia di tutti i tapini che navigano giorni senza riuscire ad avere neppure una caramella e impazziscono con le trappole dei download che reindirizzano e infine tentano di venderti l’ultimo stock di pomate per ingrandire il pisello, o l’abbonamento per vedere dalla tv di casa la tua squadra del cuore al costo di un caffè (sempre lui, totem dell’ipertensione): se avessi vinto il parco auto promesso negli anni dal web, avrei messo in piedi una concessionaria. Invece ho passato minuti a cercare di sviare i tranelli, a farmi gli occhi gonfi e perdere diottrie nel leggere le righe piccole, che se nelle avventure a fumetti di Zio Paperone fanno anche ridere, nella realtà fanno piangere per lo stropicciamento oculare, le allergie e le tariffe degli oculisti. Ci si fa le ossa, dicono ancora: è tutta cultura. Oh già, ma di quella sbagliata, inutile, e truffaldina. I menù a tendina (io che la tendina manco sull’automobile, e continuo a pensarla un optional da night club) che dal nulla spuntano a ricordarti che l’inglese lo sai ma non conosci quel termine, proprio quello, e devi perdere altro tempo su Google translator o nel consultare il sito di qualche discepolo di Aranzulla, sono un altro dei parti aberranti che va a braccetto con i libretti di istruzioni.
E se ti hanno chiesto di fornire una foto, o la scansione di un documento in un formato un po’ diverso da quello abituale, fai tutto da bravo scolaro diligente, ma al momento di caricare il file ecco uscirti, in sequenza, un errore 404 di page not found, un avviso sul peso del file eccessivo (si accettano solo allegati inferiori ai 300KB), un rigetto della pagina per un crash interno, un invalid token, un aborto, una mascherina che t’invita a dare l’assenso al trattamento dei dati personali, e appena spunti la casella ecco il magico time elapsed, o un grazioso e signorile try later, please.

E mentre prendi a cornate il computer sfiori un tasto e lo spegni, o cancelli il lavoro pregresso. Intanto è uscito il modello più recente che incontra tutti gli ostacoli del web ma ha un guscio più fascinoso, un display XXL per le tue foto, però guai a caricare un Mp3 dove tu e gli amici cantate Bella Ciao in versione rap metal: il blog non supporta la funzione, e devi scaricare – aredaje – un converter apposito. Lo scarichi, a dire il vero ne scarichi due o tre perché il primo becca errore (è solo per Mac), il secondo chissà perché dà un messaggio identico e il terzo prometteva la conversione ma non ti diceva che era possibile per un terzo del file. Vuoi renderlo un Mp4 od un video? Bene, acquista la versione completa. Che ti credevi, scioccherellone, che stavamo qui a darti la chiave del paradiso? Nemmeno Dante l’ha messa in mano ad alcun uomo, e attenti a voi che avete l’ardire di entrare. Tant’è, prodotto vetusto o fresco di fabbrica, non ce la fai: ti manca sempre un passo, uno step, una procedura, e tu sei rimasto al tubo catodico. Se per sbaglio t’hanno regalato un mostro di tecnologia ed hai imparato a usarlo rilassati: una o l’altra industria già ha lanciato il release più evoluto. Il release, sissignore. 

Non sai neppure di cosa si tratta? Gruppi di colleghi e di giovani ti guardano dall’alto del loro arnese che legge l’impronta digitale, la pupilla o il pelo pubico con una smorfia di supponenza. Poverino, gli leggi in viso, non è aggiornato. Quindi, non è solo questione di software. O meglio lo è, perché in quei cosi fighissimi, rapidissimi e via issimando, c’è dentro più tecnologia che nella capsula che portò l’uomo sulla Luna (bella roba, direte, l’allunaggio è un falso storico. Sì, però poi ci sono andati davvero), e nel contempo c’è una fragilità estrema. Obsolescenza programmata, un vizio di cui tanti parlano ma a cui nessuno sembra voler dare peso, anche perché è accettata come cultura del rapido ricambio. Che dalla
cultura dista milioni di miglia. Insomma, non è solo tattica, è proprio abitudine. E lontano dall’abitudine fiorisce la vita. Quella che stiamo dimenticando, e senza che apra la pagina sui malati di social: rischio di trovarci l’ennesima beffa. Mi direbbe di scaricare un programma per accedere ai dati, consultarli, e magari poi guarirne, un programma issimo, così issimo che si installa da sé, purché mi sia iscritto con tanto di codice fiscale al sito del fornitore e abbia la connessione ultrarapida di cui beneficia il Parlamento europeo (dove gli occupanti, in larga parte abusivi del potere, hanno chi trascorre le giornate alla tastiera in loro vece), una camera con vista di lusso che scarica un film in 16 secondi: La finestra sul porcile.