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Il Tatuaggio Beat dell'Anima

Scritto da Andrea Dani.

Blues is bad for your health è un motto dei neri d’America, dove il blues è culto e significa musica o tristezza.

In entrambi i casi, quel blues è uno stile di vita. Lo cantano e lo celebrano tutti, dal tassista al senzatetto. Ma non di solo blues è intrisa l’anima, che peraltro non ha colori. 
Ci penso, mentre attorno esplode un assolato pomeriggio di Aprile, e l’atmosfera è di quelle da spiaggia: niente fa sentire nella pancia del risveglio. Ritaglio un istante di relax a cui non sono più abituato, e impiego qualche minuto a scorrere le copertine ordinate dei CD. Poi ecco l’ispirazione, viene da Sketches Of Spain di Miles Davis.
Avvio il lettore e la rivisitazione del sublime Concierto de Aranjuez, arrangiata da Gil Evans, permea l’ambiente, lo colora, scandisce i pensieri lasciati liberi in un joyciano flusso di coscienza. 

Strana musica, il jazz. Già il nome racchiude un universo, pur senza avere un significato preciso. 
In Italia è considerato un genere di nicchia, per intenditori, mentre i più lo aborriscono, trovandolo  raspante, angoloso, cacofonico e senza forma. Se però si oltrepassano i luoghi comuni e lo si ascolta privi di preconcetti, si può scoprire un mondo. Uno alternativo, slegato dalle convenzioni, dal rigido schema della canzone secondo struttura. 
Parafrasando Ernst Gombrich, per il quale non c’era “peggior ostacolo al godimento delle grandi opere d’arte della nostra riluttanza a superare abitudini e pregiudizi”, si può meglio comprendere perché questa musica non sia bianca o nera, ma piuttosto un quadro in costante evoluzione, un’opera viva che aggiunge un nuovo particolare ad ogni pennellata, ogni esecuzione. Linee e proporzioni non sono vincolate da alcunché di prevedibile, scontato: se non sai cosa stai suonando, allora è jazz. 
E il jazz è una delle forme contemporanee della libera espressione, è un foglio bianco da riempire con parole e disegni. I primi ascolti possono risultare quasi traumatici: uno degli ostacoli più comuni è che spesso si tratta di brani strumentali, privi quindi di un testo da orecchiare e cantare. Apparentemente senza norme precise, essi sembrano muoversi fluttuando su un tappeto ritmico che riporta alla semplicità dell’Africa degli schiavi. 
È il beat viscerale, è quell’intrico di poliritmie e di accenti spostati che sembrano far zoppicare la musica a rendere il jazz così diverso dalle sonorità a noi più consone. Inoltre il jazz non si ripete mai identico a se stesso: può essere inciso su disco, ma mai suonato in una maniera identica alla precedente. È, insomma, un sentimento in divenire. 

Il jazzista quando improvvisa comunica con il pubblico, interagisce con lui, dicendo ogni volta qualcosa di nuovo. 
I primi musicisti neri, non sapendo leggere la musica e quindi offrendo un’interpretazione poco nitida, precisa, iniziarono a muoversi liberamente su un tema, ampliando così lo spazio dell’improvvisazione e sviluppando un linguaggio musicale elaborato e dalle straordinarie capacità comunicative. Ecco dunque come il jazz, nato dall’incontro tra la musica colta europea e i ritmi più genuinamente afro, nella sua breve storia è stato portavoce dei diritti civili. 
Consapevoli del loro ruolo intellettuale, i suoi interpreti hanno espresso messaggi di pace, di uguaglianza, di libertà, che negli Stati Uniti degli anni Sessanta non erano valori scontati. Proprio in segno di protesta contro l’oppressione degli afroamericani sono stati incisi memorabili capolavori,  entrati di diritto nella storia della musica. Da We Insist! Freedom Now Suite (1960) di Max Roach ad Alabama (1963) di John Coltrane, ma la lista potrebbe essere lunghissima. 

Moltissimi anni prima dell’avvento del punk come espressione del rifiuto dei valori imposti dalla società, i musicisti neri si dissociarono dall’egemonia culturale bianca che li relegava a cittadini di secondo ordine. Il jazz divenne una cultura e uno stile di vita. Furono in molti, nei Sixties, gli artisti schierati con Malcolm X e con i suoi Black Muslims, o che seguirono i precetti del Reverendo King, mentre la loro musica, giunta al culmine della ricerca sonora (barriti dei fiati, o percussioni portate allo stremo), testimoniava l’avvento di una nuova era attraverso la rottura con il passato e la tradizione. 
Intanto il disco volge al termine; il timbro così particolare della tromba di Miles Davis si diffonde nella stanza ancora un istante, mentre i pensieri rallentano e si fanno meno eterei. Sudore, sangue, muscoli, il jazz dona una sensazione fisica di corporeità, di vissuto autentico. Una sublime questione di pelle.