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δαίνυμι λάφυρον

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

La letteratura è un atto che prescinde da quelli degli uomini.

Gli uomini infatti la compiono, ma essa li chiama come una vocazione in modo involontario, perché del tutto involontaria è l’ispirazione. Proprio come i sogni. Lo spazio destinato ai sogni confonde resa e attesa, li lascia abbandonati: lontani e protesi, per la voglia di vedersi combaciare. La macchina dello stupore è sempre in funzione per tutti coloro che non si accontentano mai di sopperire a una mancanza con lo sgarbo di una realtà fitta e fin troppo reale, che confina col cinismo e toglie spazio ad ogni meraviglia. La parola aiuta ad esprimersi, si allarga e crea nuovi mondi, nuove intese. E viaggia sulle corde di chi legge e inventa esistenze fragranti in un battito di ciglia. La fuga non è consigliabile, ma a volte si rende necessaria. Dove si dilata il tempo, che sia per noia o per inconcludenza, occorre spremere i minuti e poi le aspettative: si apprezza di più la propria, piccola oasi. In fondo, quella briciola di armonia è un diritto per tutti e un dovere nei confronti di sé stessi. Stare bene in solitudine non esclude la ricerca dell’altro, anzi, la arricchisce di nuovi contributi, gratitudini, spunti di preziosa condivisione. La collettività si declina al singolare e si moltiplica più o meno all’infinito. Essendo una cosa sola in continuo mutamento, troviamo proprio nell’altro uno stimolo e una nuova incognita: l’amore più ampio è il rischio più dolce che si possa correre. 

La storia siamo noi. Così dicono. Donne meravigliose, uomini dal pensiero nobile, astuto, a fare un po’ più umani a ogni passo. Se guardo al futuro mi sento ancora acerba, anche pensando a quanto ovvia sia la maturità che delinea i contorni dell’esperienza. Se potessi sceglierei di tenere con me la poesia, lo stupore, il racconto che prende una forma distinta ma è carta e fantasia, ed un sentire che mette insieme personalità totalmente estranee, eppure complementari: la suggestione, l’immedesimazione, sono alchimie potenti e incantano. I libri sono maestri assoluti, respiro profondo che gonfia il petto e nutre la mente. Saremmo così aridi se non ci fossero loro: fiabe, romanzi lunghi una vita, e poi arte e letteratura, la stessa letteratura che è littera in latino, dunque lettera dell’alfabeto. E che può essere vista come una lunga serie di ammissioni, contaminazioni, come una sequenza interminabile di fantasie, di fatti romanzati, realtà nude e crude come una fotografia: letteratura è sentimento e visione. La continuità è solo un’ipotesi. Lunga com’è, ci ritroviamo spesso a immaginarla ben oltre le nostre possibilità. Se è durevole è per solo merito o per incanto, o tutte e due le cose. Lo diceva Pindaro, già nel VI secolo a.C.: «Quando la città che celebro sarà distrutta, gli uomini che canto saranno scomparsi nell’oblio, le mie parole perdureranno». 

Letteratura non è tralasciare, ma incoraggiare: siamo una corrente di input e somiglianze, di esempi discutibili, desideri e solitudini per spezzare il nemico, un nemico che è lo spauracchio delle paure inconfessate. La realtà contemporanea non aiuta: il sapere, la riflessione e l’amore per ciò che si legge, richiedono un tempo ed una concentrazione di cui è difficile appropriarsi, specie quando il messaggio con cui ci bombardano è che di tempo proprio non ce n’è. Gli imperativi sono il mordi e fuggi e quella cultura saccente, tutta teorie e poco entusiasmo: un labirinto caotico e spossante. Il desiderio di sapere non collima con la strategia. Mai. Non esiste una letteratura – così come non esiste una lettura – per pochi, e non si tratta di una discriminazione, semmai di una selezione, di una forma di fiducia che funziona per contagio. La pigrizia, anche mentale, insegna il vizio di credere ad una verità e un gusto qualunque, purché di facile assimilazione. Così non si ha più una letteratura vera e propria, se non quella che guarda ai fasti dei tempi antichi. Invece gli esempi buoni esistono anche oggi, anzi, resistono, e sono piacevoli da trovare.

L’emozione, come poche altre forze, è un’energia che muove il mondo e protegge dalla disillusione. 
Nel saggio Il Midollo del Leone, Calvino affermava: «La letteratura che vorremmo veder nascere dovrebbe esprimere la volontà limpida (...) che muove i cavalieri negli antichi cantari o gli esploratori nelle memorie di viaggio del Settecento. E vorremmo anche noi diventare uomini e di donne piene di intelligenza, di coraggio e di appetito, ma mai entusiasti, mai soddisfatti, mai furbi o superbi». Per questo è ancora possibile una letteratura che sonda il terreno umano e lo prepara, lo rende pronto a germogliare.