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De Panno Januensi

Scritto da Dario Panizza.

Ho visitato, con gli occhi e con lo spirito, un luogo sulla via della seta.

Calma, non si tratta di quell’affascinante percorso attraverso il quale l’impero cinese commerciava con quello romano, le cui vie carovaniere sono note alla storia ma oggi ardue da percorrere. Non è la via su cui correvano merci preziose da uno all’altro capo del mondo conosciuto, insieme a quella seta che al tempo neppure si sapeva se fosse un prodotto di origine vegetale o animale. No, la mia visita è un tour ben più umile in quanto a chilometri ma istruttiva, stimolante e fastosa nei luoghi. Anzi, nel luogo, dato che si è svolta a Genova. Nel capoluogo ligure, infatti, il commercio dei tessuti di seta e degli strumenti per la loro produzione, è stato uno dei cardini dell’economia fin dal medioevo. La si importava e quindi, nella miglior tradizione locale, veniva lavorata con abilità e diffusa come prodotto di lusso in tutta Europa, specie in forme di damaschi e velluti, al punto che i seateri del ’500 definivano il loro mestiere «el spirito e anima de la nostra Republica», ed «ochio dextro» della città.
In realtà Genova aveva iniziato la sua avventura con la seta come centro di smistamento dei manufatti tessili: grazie alla sua potenza navale e alla posizione strategica, importava dall’oriente, dalla Sicilia e dalla Spagna, insieme alle droghe e alle spezie, una quantità di quel materiale e lo inviava, per terra o di nuovo per mare, verso la Lombardia, la Francia, la Svizzera o le Fiandre. Le prime notizie di una produzione locale importante – per qualità e quantità – si hanno a partire dalla metà del Duecento. È nel 1255 che fiorentini, lucchesi e genovesi formano una lega per il miglioramento dell’arte della tessitura dei panni lamati in oro ed argento.

Nell’inventario della chiesa di San Paolo di Londra, redatto alla fine del Duecento, si citano in un intero paramento il «de panno januensi», e una «capa januensis cum circulis et avibus crocei set leopardis» le cui decorazioni, purtroppo, sono andate perdute. Stoffe preziose, di cui si ha però una descrizione, che richiama il motivo di animali (uccelli e leopardi), di croci inserite in cerchi, e che potrebbero avere una certa somiglianza con le stoffe bizantine di cui, proprio a Genova, è custodito un frammento di valore inestimabile in S. Bartolomeo degli Armeni. È inserito a mo’ di fasciatura nel reliquiario del santo volto, e se si trattava di un tessuto serico e di produzione ligure va detto che imitava i default ornamentali che si erano fino allora importati già fatti e finiti. Nel Trecento, poi, la città, al pari di Firenze e Venezia, accoglie – dandogli molti privilegi – tutti i tessitori lucchesi fuoriusciti dal territorio natio che hanno la volontà di insegnare la loro arte ai locali. Quelle forze fresche ma colme di esperienza tecnica e sensibilità, da tempo autonome sul piano decorativo, danno la spinta definitiva all’incremento di un mercato avviato ma ancora in larga parte disorganico. Il tutto, mentre i rapporti con l’oriente non sono più rosei, anzi, si vanno incrinando, e in Europa aumenta la domanda di beni di lusso.

Le maestranze del settore, quindi, che fanno capo ai seateri, veri e propri imprenditori, nel 1432 ottengono degli statuti autonomi, e dopo la costituzione ufficiale della corporazione, l’arte serica locale conosce una continua espansione.
Mentre Venezia limita la sua produzione a causa del protezionismo, e Lucca patisce le conseguenze della crisi politica del Trecento, a Genova prosperano i setaioli tra le famiglie più ricche: gli Spinola, i Di Negro, i Doria e i Grimaldi, nel 1576 fanno perfino codificare la loro attività come lecita ai nobili perché «non interviene l’artifizio delle mani» al contrario di Milano, dove quel tipo di commercio è proibito agli aristocratici. Il setaiolo, in effetti, almeno a Genova, si comporta da capitalista: compra la seta grezza, che viene dalle colonie di Chio e del Levante, da Messina dalla Calabria o della piana del Po, e quindi la cede per le varie operazioni di filatura, tintura e tessitura alle figure specializzate che portano avanti aziende di tipo familiare, spesso sulle due riviere o nell’entroterra.
L’elenco è lungo e ben distante dalla città: Albenga, Bargagli, Molassana, Levanto, Andora, Varese Ligure. Al tessitore è fatto divieto, da statuto, di avere una attività autonoma (potrebbe fare concorrenza al padrone!), e lo statuto stesso mira a proteggere la qualità delle produzioni con rigidi controlli contro frodi e falsificazioni. Quale distanza con l’oggi, dove si importa tutto purché a basso costo, e si esporta deprezzando ciò che ancora è di alta qualità, e non è stato spolpato dai predoni del fisco. Nel medioevo, arretrato per molti aspetti ma avanti anni-luce su altri, la bontà dei lavori era tutelata con leggi severe, e il commercio della seta imponeva la propria autorità pure nella risoluzione di litigi interni. I consoli e il Consiglio dell’Arte della seta – mi dice una cortese signora che pare saper tutto in ambito – sono, nell’ordinamento della Repubblica, una vera e propria magistratura accanto ai Padri del comune, all’Officio della Moneta, a quello della Sanità, Poveri ed Abbondanza. La corporazione ha anche una sua cappella in S. Agostino, e nella processione del Corpus Domini occupa un significativo quarto posto.

La potenza economica della seta a Genova e di riflesso in tutto il vecchio mondo, ha fruttato a Genova gloria per secoli. Il velluto nero qui prodotto, senza pari per morbidezza e lucentezza, vestiva la nobiltà europea; il damasco cremisino, di un delicato tono di rosa, e invano imitato, era il prediletto dalle dame di gran casa, come testimoniano anche i quadri di Van Dyck. Gli statuti dell’Arte della seta, sempre aggiornati nel corso dei secoli, sono un manifesto alla cura, e dall’alto della loro minuta oculatezza spernacchiano le attuali gestioni di risorse artigianali, gestionali, amministrative e perciò umane. L’uomo è ridotto a una macchina da spesa, un cliente da supermercato, che deve provare piacere nel passare il weekend all’outlet, in cui può trovare tutto il deperibile ma scintillante universo da comprare, da sostituire alla svelta, e poi chi si ricorda più dei damaschi, dei lampassi, dei tessuti da parati o del velluto policromo detto a giardinetto? Non sta neppure sui libri di storia, serve una visita ai luoghi dove è stato idealmente concepito, e che vi siano una guida o un manuale di curiosità artistiche pronto a spiegarlo. Nel XXI secolo, tutto ciò, è pazzia. Il processo di obsolescenza è rapido, e subisce continue accelerazioni. Si tende a conservare l’uomo – anche contro la sua ferma volontà – e a perdere la sua espressione artistica di valore, che è fonte non solo di soddisfazione ma di pura ricchezza, interiore ed esteriore. La manodopera dei piccoli artigiani che alle esposizioni di Milano (1881), Torino (1884) e Roma (1887) dava ai tessitori liguri il grosso dei premi e dei riconoscimenti, è stata polverizzata dalla filosofia del supermarket, che propone lampassi e broccati di dubbia origine, ma a prezzo più basso e privi di qualunque slancio artistico. In fondo, dicono gli strateghi, l’occhio “vuole la sua parte” ed è bello cambiare spesso. Una benedizione diabolica, e carente in cultura. Del resto, il valore educativo e morale dell’artigianato creativo è andato salvandosi dove la cultura ha avuto più attenzione per sé, dunque in Paesi distanti da noi. È innegabile che la sopravvivenza di poche aziende a conduzione familiare a ridosso degli anni ’90, capaci ancora di produrre tessuti richiesti da tutto il mondo, sia stata spenta dalla barbarie industriale.

Gli aspetti economici, professionali e sociali di questa e molte attività simili, che affondano le radici in una storia di glorie e di fatiche, e di cui si percepisce la futura e totale scomparsa, sono l’ultimo ostacolo che si oppone alla volontà politica (e attitudinale) necessaria alla dequalificazione di massa. 



* Originally taken from L’Arte della Seta, un primato dei liguri, by Elena Parma Armani
* CISST (Centro Italiano per lo Studio della Storia dei Tessuti)
* Photo (in the social post) arch. Gaggioli
* La Casana, n. 2 Aprile/Giugno 1980, pp. 13-19