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Le Regole che Regolano

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Per dirla con Robert Burton «nessuna regola è così generale da non ammettere alcune eccezioni.»

Con questa consapevolezza in tasca, perché siano efficaci, le regole devono essere attuabili e non troppe; e nel bambino devono tenere conto del temperamento¹, della sua natura intuitiva e istintiva, e – non ultimo – delle sue competenze. Le regole non limitano il raggio d’azione del bambino; i limiti lo limitano.
I limiti sono dei termini che circoscrivono uno spazio di movimento, sono specifici di un tempo e di un luogo, e servono a tutelare l’incolumità fisica del piccolo. Le regole, al contrario, sono gli elementi con cui egli riconosce e modula se stesso nel rapporto con gli adulti, e con la rete di relazioni sociali nella quale è inserito. 
Il bambino educato secondo delle regole, è messo nella condizione di costruirsi lo schema mentale che sta alla base del funzionamento della sua vita familiare e sociale, di approcciarsi agli altri in maniera efficace e soddisfacente per sé, di accogliere un rifiuto e gestire positivamente una frustrazione, di acquisire sicurezza. Mangiare seduto a tavola, viaggiare trasportato su un seggiolino, o indossare le cinture, lavare le mani prima dei pasti e i denti a seguito, riordinare, dormire nel letto e non ovunque purché dorma e così via, sono regole funzionali che gli consentono di approcciarsi al mondo e di gestire il tempo. La prevedibilità delle azioni, in un mondo infantile scandito dal fare e non dall’orologio, garantisce una sicurezza a dir poco irrinunciabile. Quando avrà esaurito l’interesse per un gioco e gli sarà chiesto di riordinare, egli avrà la possibilità di concludere l’attività anche a livello mentale, immagazzinando i processi occorsi alla realizzazione del suo lavorare

Spogliatevi per un momento di tutte le competenze consolidate nel tempo: immaginate di essere un bambino, di abitare in una casa che state imparando a conoscere, con un caregiver² che vi impone cosa fare senza però motivarvelo, per poi contraddirsi cedendo alla vostra resistenza; e immaginate che, nella vostra più totale confusione, non avendo risposto adeguatamente alle sue iniziali richieste, vi punisca ed umilii etichettandovi come cattivo. Capirete così che le regole non possono essere imposte e non devono essere insegnate. Le regole si apprendono in maniera naturale, per imitazione, per osservazione e deduzione. Un adulto ineducato, avrà un figlio ineducato. Un adulto che pretenderà di sentire le famose paroline magiche (“per favore”  e “grazie”) senza che, per primo, le usi, otterrà un risultato nullo. Il bambino digiuno di regole che non ha la possibilità di essere accompagnato nella sua crescita da adulti autorevoli e non autoritari, empatici³, aperti al dialogo, sensibili e rispettosi della peculiarità dell’essere umano nel senso più esteso del termine; diventerà un adulto con poche capacità pratiche, difficoltà di problem solving⁴, di gestione dell’ansia, delle frustrazioni, e vivrà nella totale incapacità di autogestirsi e autoregolarsi. 

Ora: nessuno può negare che essere genitori/educatori sia una faccenda complicata, che non esista una ricetta infallibile per essere sufficientemente buoni, soprattutto in quest’epoca avara di tempo dedicato e traboccante di stress, ma non è al bambino che va presentato il conto. Il bambino deve essere bambino, deve poter mostrare incertezza, paura, frustrazione e dubbio, gioia ed eccitazione; è l’adulto a doversi quindi fare contenitore delle emozioni e delle competenze del piccolo, canalizzandole affinché diventino una risorsa. Il bambino che oppone resistenza non è una persona poco ragionevole. Potrebbe farlo per rafforzare la sua identità oppure per identificarsi con l’adulto. Quando interagiamo con un bambino ne tracciamo quasi sempre un giudizio, filtrato dal nostro punto di vista, dal nostro vissuto di bambino, dall’educazione che abbiamo ricevuto, dal momento storico in cui si manifesta la resistenza alla regola. A meno che non serva a evitare una situazione di pericolo, evitiamo di iniziare la frase con il «no!» e di proporlo come unico monosillabo concesso. Piuttosto, chiamiamo il bambino per nome, abbassiamoci così da poter agganciare il suo sguardo e parliamo adagio, senza avere fretta di concludere, dando le nostre ragioni, sanzionando in modo pacato un suo comportamento che proprio non piace. Ogni volta che ci rapportiamo a un bambino, dobbiamo tenere presente che le nostre reazioni alle sue azioni sono degli atti comunicativi.
Ma come si fa a far passare le regole con efficacia e senza imporle? Anzitutto, l’adulto deve essere convinto e consapevole di ciò che sta affermando, concedendo o negando. Se siete insicuri sul da farsi, ansiosi, tentennate, affermate verbalmente per poi smentire con il comportamento, se non avete idea del perché abbiate voluto adottare quella regola, il bambino riceverà un messaggio confuso e si impegnerà in un tira-e-molla dal quale ne uscirete entrambi sfiniti e frustrati. 

In sostanza: fondamentale è chiarire la natura del bambino che si ha di fronte (proprio quello e non il fratello, la sorella o il figlio dell’amica che pare tanto “bravo”); scegliere poche regole e che siano coerenti con la propria natura e con la linea educativa scelta per lui; non tradirle mai, neanche nei giorni in cui non vuole saperne di ascoltare, usando voce ferma ma non severa, avvalendosi della relazione e della empatia instaurata, negoziando se necessario; evitare di spazientirsi e di urlare, di minacciare punizioni o avanzare ricatti.
Piuttosto, è meglio allontanarsi un momento, ritrovare il giusto equilibrio e poi, armati di sorriso, tornare da lui.
Se proprio capita di perdere le staffe, è molto importante chiedere scusa. Così facendo, il bambino vi potrà considerare una persona con il totale diritto di possedere dei limiti, capace di individuarli e di rivalutare i propri gesti, di assumerne le responsabilità, di ammettere un errore e voler riparare ad esso. La collera, così come tutti i sentimenti, non dovrebbe mai essere repressa, camuffata, nascosta. Il bambino e l’adulto devono potersi dire contrariati, arrabbiati, esausti; i conflitti non sono mai da guardare come fenomeni negativi, purché vengano sanati. 

Al contrario, reprimere la rabbia, riversarla sul bambino, avanzare punizioni o evitare di fornire delle regole illudendosi così di amarli di più, sono gli errori tipici di ogni tempo. Credere che il bambino a cui si concede tutto sia un individuo soddisfatto, è una grande menzogna che coccola solo l’adulto. Il genitore – o l’insegnante – che si sostituisce al bambino, che lo anticipa nelle richieste, che soddisfa ogni capriccio, ne indebolisce le risorse, non offre momenti di crescita, non favorisce l’autostima e l’autorealizzazione. Di contro, la frustrazione stimola il bambino a fare uso delle proprie capacità; aspettare il proprio turno al parco per fare lo scivolo, a scuola per usare uno spazio di gioco, eccetera, lo aiuterà a cercare alternative altrettanto piacevoli, ad acquisire le regole sociali, a organizzarsi in un altro gioco.
Come sostiene M. Harris: «Il bambino non può imparare a controllare l’aggressività e le emozioni negative se non ha avuto la possibilità di provarle, di conoscerle in prima persona. Solo così può valutarne la forza e trovare in sé le risorse per imbrigliarle e, se possibile, utilizzarle per scopi vantaggiosi». Tuttavia, dovendo tenere conto delle competenze del bambino al di sotto dei tre anni, periodo in cui le regole sono concetti piuttosto astratti che richiedono processi mentali non ancora maturi, è bene abbozzarne alcune spacciandole per un gioco. Collaborare, ad esempio, al riordino dei giochi canticchiando gli svariati passaggi; sparecchiare fantasticando di essere due personaggi tanto amati dal bambino che ripuliscono la città da un attacco alieno, e così via. Per il bambino giocare è un lavoro e tutto ciò che fa a livello ludico viene còlto, elaborato e interiorizzato. Anche le regole travestite da divertimento. E non ci si arrabbi quando, per quanto ormai apprese, il bambino cerchi di trasgredire le regole. Egli potrà sempre affermare che non le sta infrangendo, ma – come sostiene il Veeck – sta «testando la loro elasticità.» 



¹ Temperamento: letteralmente significa “umore”; gli antichi (da Ippocrate a Galeno) facevano dipendere l’indole dell’individuo da aspetti del tutto fisiologici. Nella storia della psicologia tale termine è stato sostituito da carattere prima, e personalità poi, passando da una concezione prettamente fisiologica a una più psicologica in cui vengono considerati tutti gli aspetti dell’individuo,e non più la sola dipendenza da fattori somatico-costituzionali. 
² Caregiver: letteralmente è “colui che presta le cure”; è il termine che viene usato per indicare la persona che si occupa in modo più intimo e significativo del bambino, in particolare nei primi mesi e anni di vita. 
³ Empatia: è la capacità di comprendere e di condividere l’esperienza di un’altra persona in una determinata situazione. Richiede una predisposizione recettiva, una valutazione del significato emotivo della situazione, un’esperienza interna del vissuto dell’altro e una ricostruzione immaginaria del significato della situazione per l’altro (V. Guidetti). 
⁴ Problem solving: Il complesso delle tecniche e delle metodologie necessarie all’analisi di una situazione problematica allo scopo di individuare, e mettere in atto, la soluzione migliore.