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I Provinciali

Scritto da Lorenzo Campanella.

Ci sono racconti che puoi spiegare in una frase o poco più.

È un talento di lettori o di critici molto acuti, e io non lo sono. Ci ho provato spesso, fallendo tranne in un caso: quando l’opera era mediocre. Ebbene, per descrivere I Provinciali dovrei riportare almeno un quarto del testo, che è percorso da un’armonia in equilibrio sulla contraddizione, con scene di normalità quasi banale e piene di una sottile ironia che non lascia scampo a vizi e virtù di ogni uomo. Il libro è impregnato di una calma senza tempo che in realtà nasconde tumulti, segreti inconfessabili e costumi che niente potrà mai cambiare. L’autore sembra parlare di nulla e invece parla di tutti noi, perché non serve una serie di eventi eclatanti per narrare l’epica minuta di uomini presi dai loro affari quotidiani, dai guai, dalle occasioni, dagli scherzi e dalle piccole tragedie che fanno grandi i sentimenti.
Il ritmo limpido e tranquillo del narrato si riflette nei suoi protagonisti: un vecchio giardiniere e sagrestano rotto a tutte le esperienze, che spegne ogni incendio con un motto, una battuta in rima ora ingenua, ora più sagace, proprio come nella realtà colloquiale; un ragazzo sui vent’anni e la giovane figlia di una donna benestante, che torna da studi lontani per essere presa di mira da una figura nell’ombra. È l’indagine delle ragioni – intuibili ben prima del finale – che l’autore usa come pretesto per delineare la biografia di milioni di uomini, per dare luce a ciò che è ovvio, e autentico, ma proprio per questo trascurato, anzi, evitato, in quanto privo di attrattive e duro da accettare.

Con toni leggeri e svagati solo in apparenza l’autore, trentenne genovese fresco di esordio, dà alla storia la potenza delle Fiabe Italiane di Calvino. Là c’erano maghi, orchi, ladri, e un campionario di orrori che ai bimbi esorcizzava la paura del mondo di fuori, poiché situato nel regno privo di offesa della vita fantastica, e nella vita fantastica anche i fatti più atroci danno un brivido felice. Chi sopprime lo spavento, sopprime anche la felicità. Qui, nell’opera prima di David Manzoni, in modo analogo alle fiabe di Calvino, il timore e l’angoscia non sono urlati, non fanno parte di un progetto educativo: sono esposti senza una sola parola leziosa, e narrano di cose tremende come gli stereotipi, feroci quanto la società di cui sono figli, e lo fanno con uno stile umile, rapido e reale, spoglio di ogni eccesso.
Come le opere di letteratura classica, I Provinciali non è incasellabile, non ha un genere: se lo crea. I personaggi sono caratterizzati in due righe, saltano agli occhi con il minor consumo di particolari; l’umorismo fa capolino un po’ ovunque e in maniera sempre efficace, ora maliziosa ora pungente: «Siamo umani, non è abbastanza come problema?»

In questo gioiellino di verismo nessuno dei protagonisti si pente di ciò che fa, perciò non rinuncia, fino alla fine, al suo deficit umano. È la metafora dei due ladroni crocifissi con Gesù: quello che lo irride, che non si redime e gli chiede come mai, se è l’eletto, non salva se stesso, è il più umano, perché accetta il proprio limite e lo abita completamente. E in quel momento mostra agli uomini un volto privo di maschere, fa letteratura.
L’opera di Manzoni compie il medesimo viaggio, percorre l’identico sentiero di errori e di ambiguità di noi tutti, e se non presenta scoppi di lacrime o di estasi, di bontà o di dolore, di miseria o di smanceria tali da costruirci sopra un capitolo patetico e seducente, il motivo è proprio l’esorcismo del reale. «La sera scende morbida sulla pianura, non prima che gli ultimi passanti abbiano fatto muovere tutte le tendine delle finestre» è un esempio tra i tanti, perché disegna non solo un paese nella dolcezza del tramonto, ma tutti i luoghi e le città, di ogni grandezza, dove esiste una comunità eterogenea di uomini che vivono, si muovono, si osservano e spiano. La frase ha una lirica tutta sua, che non scomoda metafore alte per spiegare il contrasto fra la forza grandiosa della natura e la meschinità degli uomini.

«Il paese ha misteri per cui l’oggi è sempre ieri» è un altro esempio, ancora più indicativo, di quella poetica del disincanto che spiega la gente tramite le sue abitudini, e sui difetti allunga l’occhio benevolo della satira. Per ogni cosa che accade adesso c’è chi già ieri ne parlava, sapeva, e la caricava di fantasie, di illazioni, in una saga del pettegolezzo a cui pochi sanno sfuggire. Sullo sfondo del quadro ci sono il Po, il basso cremonese, terra di azzurri e di grigi, di nebbie, di alberi e forme morbide fuori da ogni geografia, dove la geografia è scritta da luci rare e miti, e le estati che esplodono improvvise e terribili nell’afa che mozza il fiato; ci sono bar e cortili in cui le sintonie si formano tra silenzi e sussurri, angoli protetti dalla natura che nasconde agli occhi gli spigoli e le brutture, rimedio alla noia e all’ovvietà del mondo; e ancora un prete burino e trafficone, un duca senza nobiltà e tutte le inibizioni e gli eccessi che sono il pane e il sale dello spirito, perché «il guaio della coscienza di ognuno è fare i conti con quella degli altri».