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Riforma della Solitudine: la Via della Riflessione

Scritto da Loris Manelli.

La solitudine è l’ansia e il sogno di molti poeti ed artisti.

Stare bene con se stessi è difficile, a dispetto di quanto dichiarato; si è tormentati dalle inquietudini dello spirito, dalle incertezze, e persino dalla felicità. Non è semplice infatti scegliere di perseguirla e mantenerla con solida costanza, perché in alcuni è forte il bisogno di problematiche, di ostacoli, di un punto d’appoggio sul quale puntellare le ragioni del proprio lottare. 
Si cerca un impiccio per averne giovamento, insomma. Non per niente Paul Sabatier era sicuro che il genio, perfino lui, avesse le sue gelosie: come l’amore, l’artista, l’intellettuale, il santo, hanno bisogno di essere soli quando lo spirito viene ad agitarli. 
L’uomo, per conquistare il centro ha bisogno dei margini. 
E dai margini delle vie maestre partono i sentieri che serpeggiano tra il verde, noti tutt’al più ai pochi intimi con i quali hanno stretto amicizia. È seducente la tentazione di seguirli, perché porta in quella terra dove si è soli a parlare al nostro intimo, e si può ridipingere il vissuto, ripensarlo con l'utilissimo senno di poi. Si può ragionare senza l’urgenza di risposte che pretende la realtà. 

Isolarsi dalla folla dà la possibilità d’un respiro più ampio; allora si può godere il contatto fisico con le cose del mondo, i suoni e i particolari che nella velocità banale di tutti i giorni, nella foga delle logiche evidenze passano inosservati. È un benevolo riconciliarsi con quanto abbiamo attorno e ci chiede una partecipazione che spesso non riusciamo a concedere. 
L’aria, lo spazio, non ci vengono rubati, non li dividiamo con nessuno.  
Il pensiero spesso sì, quando subiamo il condizionamento della moltitudine, della ressa o degli ordini in maniera passiva. Azzardando un minimo schema dell’inconscio e del suo dinamismo, potremmo definirlo innanzitutto un territorio su cui è tracciato il misterioso confine tra organismo fisico e psiche, altrimenti non sapremmo spiegare l’influenza del contenuto psichico sulle funzioni organiche. 

In concreto: se un sentimento rimosso può causare un disturbo fisico – un dispiacere amoroso càpita che si risolva in un foruncolo – è necessario calcolare l’inconscio come il ponte fra i due stati. 
Inoltre, l’inconscio è l’area esclusiva dell’ego. E l’ego non sempre accetta di ponderare nell’immediato, è ruminante, ha bisogno di analizzare, di lasciar raffreddare il bulino emotivo. Deve prendere quel distacco che fa naturali le vicende solo dopo averle interiorizzate. 
L’inconscio non si preoccupa delle leggi temporali e spaziali: si può sognare di parlare con Dante, di marciare accanto a Giulio Cesare, di camminare sull’acqua oppure volare, poiché l’immaginazione non ha confini legati al tangibile, ma soltanto al desiderio. E l’inconscio tende proprio a questo: assecondare il desiderio. Cerca per istinto la distensione, la soddisfazione anche velata, il trionfo, o, se si preferisce, il piacere. 

Mettendo su un piatto della bilancia le necessità della vita riflesse nella coscienza, e dall’altra parte le ovvie esigenze di soddisfazione personali, si avrà la chiave per interpretare il dinamismo psichico dell’uomo, dov’è ruolo primario la lotta e il compromesso fra i principi del piacere e quelli della realtà. 
Un dualismo presente in ogni persona. 
Succede che quest’ultimo entri prima in competizione, e in seguito in aperto contrasto, quando il desiderio si oppone alle condizioni vitali dell’individuo. Quella tra fantasia e soddisfazione è un’equazione alquanto particolare, dove la fantasia ha la funzione – dai più sottovalutata, o nemmeno considerata – di proteggere l’equilibrio interiore. 
Offrendo all’individuo con una generosità che solo egli può controllare piaceri e ricompense, ecco ridursi la tensione e le frustrazioni, o quantomeno le si ridimensiona. 

A chi non è capitato di smarrirsi nel folto dei vicoli, o nel mare d’erbe di una valle avara di sole e dei riferimenti abituali, tra rovi spinosi e pozzanghere invisibili da lontano? Qualche volta scende presto la sera, e con essa si fa largo un’ombra melanconica che fa sentire abbandonati a sé proprio in mezzo agli altri, quegli altri che hanno tutti una meta, un percorso tracciato nel linguaggio razionale del daffare. 
La solitudine, allora, alza la voce; prova a spiegarci che stiamo ignorando le sue risposte, e che non è affatto la condizione di abbandono descritta dalle favole sbagliate. Si sta bene in sua compagnia, purché si eviti il pericolo dell’isolamento, che ha tutt’altra natura. 
L’isolamento proietta i ricordi nel passato, e non concede alcuna speranza al futuro: riduce la consapevolezza di vivere a un’opportunità irripetibile, perché siamo troppo deboli da soli. Siamo troppo piccoli. E si può inciampare in errori fatali, come appoggiarsi al primo bastone che viene donato, la prima guida che si presenta. 
E non tutti i bastoni reggono saldamente. E non tutte le guide sanno bene la via.