Stampa
PDF

Postcards From War

Scritto da A. Suardi/F.I. Pigola/D. Viviani/M. Rovati.

Andata e ritorno senza andata e ritorno, perché si rimane di spirito e nervi dove si semina la propria empatia.

Dove non è possibile restare, e devi scaricare le cose, gli aiuti, i bisogni di base da noi impensabili con la tensione del subito, battendo sul tempo un proiettile distratto, una mina spietata, un malanno privo di nome.
Ci hanno dati per dispersi, ma era quasi voluto. Raggiungere il bulbo pilifero del Darfur non è storia ordinaria, né ordinata. Mancano persino i punti cardinali. Rari mezzi passano nella strada deserta, che ha il colore del sole uguale alla sabbia, e non sai distinguerla finché non la vedi gettarsi in una macchia di verde improvvisa ed eccessiva.
.
La mattina presto l’orizzonte si dilata in pigri respiri, interrotti solo dal crepitio degli spari ottusi dalle dune e dalle distanze che ingannano: sono sempre maggiori di quanto corre sull’occhio e l’immaginazione. Pochi uccelli dal verso acuto svolazzano senza sbattere troppo le ali, si posano impettiti e sereni sui rami più accessibili ai frutti. Ogni cosa, in Africa, ha un ritmo d’ipnosi che dura dalla nascita del mondo, è il più stanco dei continenti.
Credo che la razza umana, qui, giochi un ruolo fondamentale, perché l’aria, al contrario, è giovane e densa di messaggi. Porta con sé la certezza del richiamo, del canto, del rovescio o della tempesta, quella d’acqua, di vento, di insetti, e qualche volta di proiettili ciechi.

.
È una terra vecchia che fa sentire giovani. Pochi giorni di abbracci e di intese, a sostegno di una ragione di vivere e l’agio di parlarsi, vedersi, trovarsi per un piacere spontaneo, non per esigenza. Anche il soccorritore ha le sue necessità. Altro che i social network, o il nostro prodotto spacciato in negozio, la faccia, la firma, il consenso, la voglia di affogare il normale grigiore della vita. Nessun riconoscimento paga più di un sorriso condiviso in silenzio, occhi negli occhi, annegando una lacrima o una speranza del pensiero.
Il mio nome andrà distrutto fra qualche anno, e la smania di comunicare perduta insieme alla sua drammatica inutilità.
La scia che resta è un’altra cosa, è roba che non si trasmette sui certificati o su un prodotto industriale, ma occupa un luogo timido e fresco della memoria.
Prima di cominciare il giro degli avamposti sperduti raccattavo i cocci di futuro come pietre rotte dalla violenza di una frana, lanciandole nelle oasi che interrompevano la vastità di quel mare di nulla. Talvolta incontravo, coi miei soci, fuggiaschi sbandati senza orientamento, con lo sguardo ancora sbarrato sulla barbarie. Ci seguivano come ombre per un po’, avidi di cibo e di una pausa dalla verità, poi riprendevano a correre, come inseguiti da fantasmi spietati, senza requie.

.
Qualcuno si stanzia in villaggi di fango fuori da ogni rotta, la maggior parte va nelle città, dove confondersi è più facile. Ma anche morire. A dodici, tredici anni, da noi, è un dramma; laggiù è linguaggio comune.
Le emozioni sono brevi e feroci, tanto svelte da invecchiare fra le mani. Forse per questo agli adolescenti cresce un viso già adulto, un corpo maturo: il tempo non deve essere avanzato. È una sorte concisa, riassuntiva, che impiega quattro parole anziché le nostre venti, e in poche sfumature arriva agli uomini e a Dio.
Eppure stanno nella vita come in esilio, col cuore scatenato.
Il mio ha tenuto il ritmo, cedendo solo qualche volta ma senza gravi danni. Spero non molli ancora per le stagioni che aspettano il mio ritorno oltre il confine del Mediterraneo, oltre l’obliquo bagliore della certezza.