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Underwater Youth. Il Senso di un Passaggio

Scritto da Enrico Fontana.

La vita è un viaggio verticale. Anche quella delle cose inanimate.

L’ho sentito dire spesso senza mai capire del tutto il significato. Mi dava più l’idea di una suggestione letteraria, una frase ad effetto, uno dei vari tranelli della lingua perfetti per catturare l’attenzione, senza però dire granché, un po’ come quei conversatori abili a parlare per ore di niente, eppure piacevoli.
Perché la vita dovrebbe essere verticale? Me la sono sempre spiegata orizzontale, tutt’al più con qualche dosso, cunetta, burrone o asperità. Modi di dire come essere sull’orlo del baratro o da lì in avanti è tutta discesa hanno contribuito a rafforzare nella mia fantasia il percorso piano: da un punto a un altro, per alcuni più avanti per altri meno. Pure l’agguato della sorte, secondo lo slang di ogni giorno, sta nelle acque chete, la sorpresa è dietro la curva, e i rischi sono le sabbie mobili – che hanno un aspetto liscio e invitante – o la palude della stasi. Tutti elementi a doppio fondo, a doppia faccia ma sostanzialmente piani.

Su un sentiero di mezza montagna, davanti a uno di quei torrenti che danno i nomi alle valli, un compagno di cordata ha citato la vita in verticale. Ce l’aveva con il corso d’acqua, ma in parallelo tirava dentro numerose altre forme e organismi che dalle acque hanno origine. Noi compresi. Il fiume, in quel caso il torrente, aveva un andamento bizzarro: spariva e tornava a fare capolino tra lunghi speroni di roccia e alcune macchie di faggi e conifere. Il suo corso, che visto su una carta geografica avrebbe avuto un andamento piano, dato da una linea blu tortuosa e priva di numeri, indicazioni di ponti e raccordi, era in effetti l’essenza della verticalità. L’attività di un corso d’acqua infatti, è legata anzitutto a due fattori. Per prime le piogge, i rovesci, i loro carichi stagionali; in seconda fase la natura del terreno su cui le piogge cadono e corrono verso il mare, scavando nel tempo il greto di un fosso, un ruscello, un fiume.
Un suolo molto poroso e pieno di alberi assorbe gran parte delle acque, ritardandone il movimento a valle, e la topografia del terreno regola la velocità con la quale le acque corrono verso il basso. Ebbene, il compagno di cordata mi ha spiegato che i corsi d’acqua hanno tre fasi, assai simili alle nostre gioventù, maturità e senescenza. E se la scalata per arrivare alla meta basterebbe a contrastare tutte le metafore orizzontali, le leggi della Fisica e della Geologia danno un supporto ulteriore.

Per esempio: un corso d’acqua giovane ha una pendenza forte, tale da far sì che esso porti un grande carico di liquidi e materiali a cavallo o dentro ai liquidi senza perdere energia per approfondire il suo letto. È tipico dei torrenti che corrono tra gole di montagna, rive molto strette e non formano pozze o pianure alluvionali, che sono prodotte invece da una calma raggiunta col flusso di secoli, o millenni, di depositi.

Nei fiumi giovani l’erosione mette in luce i gruppi di rocce più resistenti dai quali prendono forma le cascate, che variano in base alla struttura geologica. In alcune valli ad esempio, l’erosione provoca le “marmitte dei giganti”, che sono grandi cavità scavate nel letto dei corsi d’acqua da ghiaia o ciottoli rimasti imprigionati da qualche ostacolo.
La forza della corrente ha fatto sì che le cavità diventassero delle sacche più o meno profonde grazie al moto vorticoso al loro interno. È un fenomeno che si osserva facilmente nella zona delle sorgenti d’alta quota, ma che al di là dell’ovvia giovinezza di un luogo di rinnovamento per antonomasia, si esprime bene in ogni pendenza delle terre emerse.

Un corso d’acqua o parte d’esso (per uscire dall’area delle sorgenti), può dirsi in fase di maturità quando la sua pendenza si è ridotta al punto che la corrente ha energia per portare il suo carico verso la foce o gli sbocchi naturali come laghi o fiumi più grandi, ma l’erosione sul fondo è cessata. Il corso d’acqua adulto, spiega il compagno di cordata guardando un prato lambito da un torrente a cui eravamo diretti, raggiunge una sorta di equilibrio senza scossoni, e neppure le “piene” stagionali ne alterano il fondo. Quelle piene possono certo dare profili diversi alle rive, mangiarle o strapparvi gli alberi cresciuti in costa, depositarli più a valle o nelle anse dove già c’è un cumulo di detriti, sui pilastri che reggono i ponti e le strutture erette dagli uomini, ma senza variare di un metro il letto.

La vecchiaia di un fiume, infine, non ha più alcuna irregolarità: i fianchi vallivi sono molto ampi, allargati e ridotti a un dolce declivio. Il fiume in senescenza ha un andamento – lui sì – orizzontale, e l’acqua forma frequenti e larghi meandri. La corrente non ha più la forza per rimuovere i depositi e quindi, aggirandoli, allarga sempre più le rive, appiattendo il fondo e dando un’idea di remissione, di requie e di placido adattamento, di maestà sfinita che va serena all’appuntamento col mare, e come ogni essere vivente ha vissuto tutti i tumulti a cui ora sa di poter rinunciare.