Stampa
PDF

L'Immagine Addomesticata

Scritto da Federico Fiore.

Anche il sapere, senza la tenacia, può fare poco.

Devono averlo pensato generazioni di pionieri in ogni campo. Da chi ha scoperto il fuoco a chi ha costruito le piramidi, inventato la scrittura, gli apparecchi aerostatici, gli strumenti musicali: se non c’è costanza, non c’è progresso. E neppure la seduzione dell’impero delle immagini, se un certo J. Nicéphore Niepce non avesse impresso una tavola apparecchiata per uno, nel 1822, in quella che era, al tempo, una eliografia. Dal suo primo scatto a quelli di Clifford, di Nadar, Klein, Avedon, molti altri autori sono stati spesso bravissimi a cogliere il senso di una fotografia: non ciò che è, ma ciò che è stato. Nessuna profondità, nessuna caricatura di una scena o di una figura, bensì la sua esistenza. Se fossi Barthes, direi che la foto è un «medium bizzarro, una forma di allucinazione velata di reale, falsa a livello di percezione eppure vera nel tempo» e la mia sarebbe una banalità. Una di quelle che son buoni tutti a notare, con la differenza che la foto porta con sé l’istante che non muore, a differenza degli oggetti o degli uomini che a quell’istante hanno dato vita. La pittura o il cinema lo fanno in modo diverso. Parlano al presente. Una foto parla al presente, ma è di fatto passato dal momento in cui viene scattata, perché del passato ferma un tratto. O una mossa, anche minuscola, che a tanti era sfuggita.

Ebbene ha un potere, quella mossa, un potere grande e fascinoso: alla mente e ai sensi di chi la guarda dà un brivido, una lacrima, un sorriso, una malinconia. Dà il ricordo di chi l’ha fatta, compiuta una o cento volte, e la foto ce ne ha portata la grazia, la durezza o la pietà. Insomma, la foto genera un sentimento. Anzi, un certo tipo di foto genera un sentimento: la foto artistica. O un certo tipo di foto scattata per avere memoria d’un evento, senza che questo abbia personalismi o scopi di réclame.
La vacuità d’un selfie non potrebbe far altrettanto, esso celebra solo la frivolezza di chi se ne pone al centro, si elegge a protagonista di un ricordo che non è un ricordo, ma un birignao, una posa, una dichiarazione di identità fragile nella sua sconsolante futilità. È un monumento alla vanità dell’ego, al bisogno di essere visto in primo luogo da chi ha il culto di sé, e quindi cerca una reazione negli altri. In numerosi casi la reazione che egli cerca non è per forza di assenso, perché la soddisfazione di essere riuscito bene è un compenso parziale: è la dichiarazione di uno status che più lo interessa. È dire: «Sono io, e sono qui», dove il
qui può essere, in alternativa, un luogo mitico, nel quale tanti vorrebbero stare ma non ne hanno modo; un luogo meno mitico ma ameno, a cui il soggetto accede quando gli altri – ossia i veri destinatari del selfie – sono al lavoro, costretti in uffici o in posti più tristi; un luogo né mitico né ameno ma importante per chi si ritrae, perciò simbolo di conquista, di riscatto sociale, da mostrare alla platea, che potrà dividersi in fazioni: chi ammira e si comporta da fan, o da follower, per dirla con un termine aggiornato, e chi mastica amaro. In entrambi i casi, il selfie raggiunge il suo scopo, che è l’ostentazione. L’immagine addomesticata.

Il valore di quello spot aumenta nel circuito malato dell’autore se il
qui va oltre al concetto di luogo e diventa «sono qui, e con chi!». È il caso degli scatti con personaggi famosi, i quali proclamano una forma di successo, un toccare con mano chi tanti non possono sfiorare se non con la fantasia. Ma anche un abbraccio tra amici, nella sua spontanea innocenza, rivendica gli stessi principi di cui sopra: «Guardate la mia gioia, la mia serenità. Se siete con me evviva, con un like tocco il cielo. Se siete contro di me la cosa mi è indifferente, anzi, il selfie ve l’ho dato in pasto apposta».
La società si adopera per esasperare quel tipo di crisi interiore: crea moda, quindi soldi. «Se hai comprato – voce del solo verbo che conta: comprare – un gioiello, un libro, una moto, il biglietto per un concerto e vuoi mostrare a tutti la tua gioia, ti basta un click. Condividila». È più facile vendere nuovi aggeggi per far sentire tutti al centro del mondo, e il grosso dei profitti si fa sulla massa. Penserà la massa, infatti, a giustificare i profitti realizzati istupidendola, e grazie al contributo di chi vedrà nel gesto una conquista più che una perdita dello spirito artistico. D’altronde la fotografia è un fiore effimero nel prato dei sensi, se è strumentale, e riproduce all’infinito ciò ch’è accaduto una volta soltanto. Se invece è artistica ha la nobiltà di un linguaggio perché si fa segno, simbolo. Scrive da sé una cultura che è tripartita nel guardare, nel subire e nel sentire. Ordine fisico, nervoso, spirituale.

In una foto artistica non vi è traccia, come in un selfie, di quella impostura che rende il soggetto un oggetto al suo grado massimo e toglie il peso dell’immagine nel suo habitat storico e sociale con una dissociazione di coscienza, come durante la vendita di una merce. Una foto artistica non ha bisogno di chiedersi in quale modo agire, dentro la propria pelle, per suscitare negli occhi di chi osserva una data emozione. La dona già di suo. La sua consistenza è data dalla natura delle cose e degli attori in gioco, in uno spazio aperto di forze. È la magia di qualcosa che è più vivo al di fuori, ossia impresso su un negativo, una pellicola, che all’interno di sé, dal momento in cui accende la fantasia, la vivifica, dandole il compito di vestire di voci, di suoni, di movimenti e di una storia ciò che storia lo è stato davvero, e che continuerà ad esserlo.


Photo: property of George Eastman Museum