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I Pianti della Liberazione

Scritto da Fiorella Pesino.

Il libro è la più valida macchina del tempo mai inventata.

Proietta in uno e in mille mondi, a ritroso nel passato o nel futuro, e non ha bisogno di ingegnosi progettisti né di test di idoneità per i passeggeri; ha un costo contenuto e un aspetto gradevole; sta, a volte, in una tasca, e non ci sono bottoni da premere per azionarsi. Dentro alla sua anima di carta vi sono pagine che portano sentori di gioia, di riscatto, di tedio, di tutte le emozioni che gli uomini provano, e quindi narrano di sé. Alcuni libri portano i sentori di un rimpianto amaro e inconsolabile che tuttavia risolleva gli animi quanto basta per scivolare in un accordo stretto in silenzio: si chiede il bene prezioso della riflessione unito al fascino di una storia che può essere frutto di un evento visto e vissuto, di una fantasia, o di un bisogno da ammonticchiare in un’inquadratura marginale di una vicenda, un’idea, un sentimento. Si cammina con l’autore fin nei recessi più remoti di un senso che spesso non si osa pronunciare a voce alta. L’intimità di una visione è del tutto soggettiva, pure quando questa viene data in pasto alle teorie del torto e della ragione che si coltivano e raccolgono nell’andare – trasognato e partecipe – proprio di chi legge. Si contrappone l’immaginazione all’evidenza asciutta dei fatti con le case, i volti, le amicizie di convenienza, il bisogno che toglie gusto alla fame stessa e la riduce all’esercizio brutale della costrizione.

Anche nei libri si mangia per restare coi piedi per terra e le ossa salde, col corpo in forza per rispondere ad una tenerezza che resiste temeraria, lì dove esistono il disagio, la povertà di mezzi e di risorse, l’umanità in declino eppure così ricca, in fondo, nei recessi dell’animo più che nelle finanze. Bruno Fonzi sa come si fa a rendere credibile il sentore di esserci, di esistere ed errare: errare per sbagliare e vagare in un cammino senza sosta che è di strada arcigna, di speranza perduta chissà dove. Ne I pianti della Liberazione è capace di guardare in faccia la realtà di un tempo scorso e mai dimenticato e renderla non solo viva, comprensibile ma anche intensa, presente. Cambia il periodo storico, che nel libro affranca Roma dalla presenza ormai vetusta e sgretolata della monarchia clericofascista; ciò che resta intatto è il ritratto di un uomo che dinanzi all’incertezza di un futuro si trova alle prese con atti più o meno illeciti e immorali, pur di garantire un minimo di sopravvivenza a quel nucleo intoccabile che dovrebbe essere la famiglia.
Il condizionale è d’obbligo poiché il commendator Mastroluongo, nei fatti narrati, si presenta come uomo che tenta di essere tutto d’un pezzo, mentre una serie di compromessi gli si snocciolano davanti un po’ pietosi, paradossali, mettendo a dura prova quella sua caparbietà stropicciata e involontariamente comica, tutta sporta nell’atto di mantenere incorrotto il proprio valore di uomo, la propria integrità. 

Il Mastroluongo ha una moglie e una figlia troppo presenti, ed infinitamente distanti da sé: viziate, languide, lamentose, scialbe. Non sanno cosa farsene di quella vita troppo faticosa per le loro poche energie; non sanno neppure come si fa a mantenere da essa il distacco che si dovrebbe a un’attività priva di ogni interesse; e questo per colpa dell’altro fratello e figlio, l’indolente, ribelle, vivace Toruccio, che sembra voler pensare con la sua testa non solo per disegno divino. Usa la testa per ragionare, il piccolo; la usa per protestare, provocare, e risulta presto allarmante quel suo modo di essere in totale contrasto con la volontà di chi gli sta accanto. Il suo prossimo, infatti, desidera solo apparire rispettoso e rispettabile, e restare in perfetta linea con l’andazzo politico del momento: Toruccio no, lui è un sovversivo. Il commendatore del resto non fa molto per ammansire il figlio: lo guarda con fare amorevole, di sottecchi, segretamente coinvolto dall’affetto che prova per lui, nonostante la condotta. E allora eccolo pronto ora al rimbrotto, ora più che mai alla accondiscendenza, allo spirito di sacrificio, all’arrovellarsi di chi tenta una soluzione anche nei momenti meno agevoli da districare. È un padre tutt’altro che padrone, che a seconda dei ruoli si fa sfibrato e ombroso, entità che si trascina appesa a un corpo mai sazio da troppo, troppo tempo. 

Porta con sé un fagotto, il commendatore, e vaga col fagotto sotto braccio lungo le vie di una città in pieno fermento. Si guarda intorno ed è costantemente estraneo alla sua vita, ai suoi clamori, a una soddisfazione pigra e rarefatta, in salsa d’utopia: non ci crede più a quella cosa del vivere secondo inclinazione. Dimentica il ruolo presente e passato, si fa uomo esposto alle necessità di una vita a mollo nel disincanto. Tiene accucciata tra le righe una dignità che reputa il più alto dei valori, e tuttavia deve andare contro quel rifugio sicuro, deve esporsi, tentare di vendere uno scampolo di stoffa vecchia, di cui tutto vede fuorché il palesarsi di un’età che cade pure sulle cose e le svaluta. Così, scarta il pacco e l’idea stessa di un portamento decoroso quando si rende conto della realtà di quella stoffa, di quella sua postura indifesa: non si era accorto del tempo e del difetto, della trascuratezza. Eppure si vede ancora avvolto da quel tessuto, non possiede altro. Le grandi occasioni che potevano ancora capitargli erano tutte lì, come una ipotesi sgualcita, rifiutata. Allora l’abito non serve più. Va incontro al suo piccolo mondo di cenci e di polvere, ad un anziano che con la scusa di essere agguantato, agguanta, a raggiri di poca cosa, anche simpatici, che svelano un calore nuovo e insospettabile.
Poche parole, un ritrovo modesto di gente sconosciuta, l’occasione di un pranzo sbrigativo ma efficace, la contentezza di sapori ormai dimenticati, e poi l’incontro decisivo con una donna. Con la morbida, invitante Speranza, e il languore che un uomo deve per forza apprendere da lei, perché il suo nome è già una promessa. Speranza non è bella, è qualcosa di meno e molto di più. Tanto che bisogna toccarla con mano: bisogna appartenerle, fosse anche per un solo istante. 

L’ingenuità appartiene a chi può dirsi vivo. Non ha sesso, non ha età: è la condizione più fragile ed esposta che ci sia. Va, torna, si spezza, si piega sotto la spinta di mille ragionamenti: diventa un cruccio. Così Mastroluongo si trova cambiato, rafforzato e indebolito al contempo, stretto nella morsa di un pentimento che ha vita breve. Impara ancora l’amore, e lo trova così buono, ruvido per la fretta di venirsi addosso, di incontrarsi in silenzio, e insieme dare un nome a una parte dell’essere ormai rimossa. L’impeto c’è, pure nell’imbarazzo iniziale. Basta poco e diviene quasi una consolazione: carezze languide, umide e vinte. Fino a quando fluire e lasciarsi fluire, restare in vita in qualche modo, torna ad essere spinta primaria, imperativo indiscusso. Con un segreto in più, e un sapore anche qui un po’ sovversivo: il dubbio di voler essere altrove, al lato opposto di una via intrapresa. E la voglia di tornare indietro, darsi per sconfitto pur di sentire tutto, ancora una volta. Senza condizioni.