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Dreamers Ball

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Nella lotta per apparire, vince chi non prende parte alla battaglia.

Quando, in un ambiente infestato da primedonne lunatiche e vanitose, incontri chi non si atteggia e bada al contenuto, sorridi e smetti di pensare: «Tranquillo, andrà tutto come non desideri». Di mio, amo dare attenzione a chi non ne cerca il centro, forse per questo prendo le distanze: tanto non le vuole mai nessuno. In fondo, le sbandate sono per i principianti, i professionisti hanno le ossessioni.
È una domenica pomeriggio, c’è poco traffico in redazione e le guide rosse dei corridoi spengono il rumore dei passi.
Sulla parete c’è una vecchia foto che ritrae Grassi e Brecht a Milano, in galleria: sembrano due ragazzini. Dietro c’è una dedica, e dice: «La cultura è come l’infanzia, non puoi liberartene». Sono d’accordo. Ci penso ogni volta che intervisto qualcuno in ambito letterario. In quel mondo, tenersi fuori dalla disputa per un posto al sole è cosa rara. Anni fa la biografia era un elemento secondario rispetto alle idee; oggi i rapporti sono cambiati, e il valore delle storie spesso viene dopo la fama degli autori. L’intreccio di molti romanzi si adatta alle espressioni di una società a cui il mercato offre sempre nuovi pretesti, e nella vasta milizia di soldati senza divisa figurano autori di ogni età e categoria, che di volta in volta si adattano in base alla moda, al trend, alla richiesta. Oggi, per i discepoli del mainstream, anche la fiaba dei bimbi infelici non regge. Gli psicologi impongono i loro schemi plagiando la realtà, e chi ha avuto un’infanzia triste – spiegano levandosi l’occhialino da intellettuali – tende a voler comandare o a fare montagne di quattrini. Paperon de’ Paperoni avrebbe avuto, insomma, poco affetto: niente giocattoli o carezze ma solo un gelido cent, e lui, umiliato, per rifarsi ne ha accumulati a montagne, e a chi gli diceva: «L’oro non è tutto» ribatteva: «Certo, ci sono anche i diamanti». Le vicende dei Morgan, dei Ludwig, dei Rockfeller e degli Hughes iniziano tutte nell’indigenza e finiscono in un bagno di milioni. Il successo, per Chaplin, e pure per alcuni letterati rende simpatici, ma anche le rendite non scherzano. E poi la vita dei tycoons è cambiata fra droghe, stravaganze, mondanità, corna ed eccessi che neppure il Grande Gatsby. Il vademecum del successo è una mescolanza di talento e ipocrisia, che non può liberarsi della maschera così come l’uomo non può fare a meno dei sogni. Sogna fin dai primi mesi di vita e il processo è provocato da incontri, sentimenti, intuizioni, le stesse che hanno portato alle conquiste della civiltà: se l’Ariosto esclude l’Ippogrifo, la NASA spedisce gli astronauti sulla Luna, ed ogni “Terra piatta” ha il suo Galileo. L’impeto dei sogni non è l’insidia che rende bugiarde le virtù, al contrario, suggerisce, gli concede una speranza. Però Chiara Porcelluzzi, a dispetto della quantità di storie che celebrano il potere dei sogni, alla protagonista della sua novella ne dà un timore fisico e spirituale. 

Azzurra, la protagonista del tuo romanzo, vive i sogni più come aspettative, che come il miscuglio emotivo di paure e desideri nel territorio senza età del nostro inconscio. E tu? 

Io non so più cosa pensare dei sogni. Mi viene da sorridere se ci rifletto, ma è come se non sognassi più come prima. O meglio, sogno... ma in maniera diversa. Quasi cinque anni fa, quando ho scritto il romanzo, vivevo sulle nuvole, persa nel mio mondo: la scrittura in particolare era il mio rifugio, era la mia evasione, era un mio bisogno primario, come mangiare o dormire. E lo è ancora adesso, l’unica differenza che ho constatato è che prima sognavo con più speranza. Sognavo con più intensità, senza limiti. Poi sono cresciuta e qualcosa inevitabilmente è cambiato: oggi non sono affatto sfiduciata ma ho maggiore consapevolezza di quella che è la realtà e soprattutto ho capito come si muove la nostra società. Ho senza dubbio più esperienza rispetto ai miei sedici anni, ho vissuto situazioni che mai avrei potuto immaginare, che mai avrei potuto ipotizzare, sia terribili, sia meravigliose. Ed è un po’ questo il bello della vita: camminare giorno per giorno, con una mappa in mente ma senza sapere esattamente dove andrai a finire, con persone che ti accompagneranno, ma senza sapere per quanto tempo; a volte fino alla fine. Ora i miei sogni sono aspettative, aspettative che nutro principalmente su di me. Non possiamo controllare le azioni degli altri, non possiamo manipolare e cambiare nulla tranne noi stessi. Sono scesa dalle nuvole.  

Un altro tema dominante nel tuo romanzo è il viaggio. Nessuno meglio di un adolescente capisce che i viaggi più belli li facciamo dentro di noi, ma oltre che introspezione, il viaggio è anche fascino del contatto, e a detta di Antonioni viaggiare è vincere la solitudine dell’uomo contemporaneo.
Cos’è che ci isola e ci rende tanto disattenti? 

Se potessi viaggerei per sempre, per non annoiarmi mai. Poi però immagino una vita trascorsa tra treni ed aerei e penso che mi sentirei vuota, nomade, sola e senza radici. Il viaggio ti apre la mente, ti fa dimenticare la vita scandita da tempi sempre uguali e ti fa ritrovare proiettato in un posto nuovo, in una situazione nuova e questo nuovo destabilizza; alla fine ci si attiva per conoscerlo, per comprenderlo e per imparare a viverlo. È proprio questa azione che ti permette di uscire da quel guscio di paure o timidezze che rende immobile e legato a ciò che conosci e che, anche se potrebbe non piacerti, magari ti rassicura, sai bene cosa è e quindi lo preferisci all’ignoto.
Viaggiare vuole dire avere coraggio, vuole dire distruggere la stabilità, e come sosteneva Antonioni significa soprattutto «vincere la solitudine dell’uomo contemporaneo». Ritornando alla tua domanda, credo che oggi ci isoli l’individualismo, il voler prevalere sugli altri, anche a costo di pestar loro la pelle, anche a costo di distruggere anime. E’ questo il problema: le persone sensibili non hanno un posto, non lo trovano, non possono collocarsi in questo mondo in cui conta vivere di successo, avere visibilità ed essere sempre in passerella. Ci innalziamo a livelli che crediamo di raggiungere ma che in realtà non siamo in grado nemmeno di sfiorare. Anni fa da qualche parte su internet lessi una frase che mi colpì molto: «Senza base, scordatevi le altezze». Mi piacerebbe poter dire questo, poter affermare che siamo circondati da “altezze” che non hanno base, che non hanno cuore. E se non hai cuore, sei cieco. E non vedi gli altri. 

Il mare è visto come compagnia ma anche come complice, come liquido amniotico di salvezza. Puoi parlare della sinergia e del richiamo che tu e la protagonista sentite per esso? 

Rispondo a questa domanda con le immagini: pensa al mare, ad una meravigliosa estensione azzurra, blu, celeste. Pensa alle sue sfumature e lasciati sorprendere da come tu non riesca a definirle: sono colori unici, irripetibili ed incomparabili. Ora, lasciati coinvolgere dagli altri sensi e respira a fondo: sentirai i tuoi polmoni gonfiarsi e colmarsi di freschezza, di leggerezza, di libertà. Gioca con le carezze del vento sul tuo viso.
Chiudi gli occhi e ascolta il suo canto soave e silenzioso, il suo rumore che sa quasi di preghiera. Che ci siano sabbia o scogli non ha importanza, tu concentrati sul mare. Assaggialo, nuotaci dentro, agitalo, rendilo vivo. Il mare si ricollega molto alla simbologia del viaggio: abbraccia e bagna tutti i continenti, è aperto, è infinito, è profondo, al contrario della montagna che chiude, ingabbia, circonda e blocca. Quando sei al mare non puoi mai sentirti solo, perché oltre ad esserci lui, puoi quasi vedere un nuovo mondo dall’altra parte dell’orizzonte. Il mare è il mio amico fedele, mi sembra quasi che stia sempre nello stesso posto per farsi trovare, per aspettarmi, per ascoltarmi sempre. Spesso quando sono al mare parlo a voce alta: non lo faccio quasi mai in altre circostanze ed è strano, lo ammetto, ma da lui mi sento ascoltata. So che può capirmi, so che può comprendermi.  

Quando e come nasce la tua vocazione alla scrittura? 

Spesso mi chiedono come e quando abbia iniziato a scrivere. Un giorno ci pensai, e parecchio. Poi frugai a lungo in una scatola enorme, a fiori rosa e neri. Dentro, ritrovai delle poesie buffe, da bambina, che avevo scritto alle elementari, su quaderni pasticciati, pieni di disegni. Erano rime che parlavano di cascate, di boschi, di cieli e di mari. Ritrovai tutta la magia in cui avevo creduto, il profumo di inchiostro secco, le pagine ruvide che mi facevano rabbrividire, la polvere dei pastelli che mi faceva impazzire. E credo che abbia iniziato così. Ondeggiando felice sulla mia amaca di tenerezza, con gli occhi fissi sulle nuvole mosse dal vento, a fantasticare, a rispondere a modo mio ai perché, inconsapevolmente.  

Ciò che si apprende dalla vita finisce nei nostri racconti. L’industriale Italo Svevo e il bancario Eliot, il professor Joyce, l’impiegato Mattioni, fermavano il tempo sul foglio bianco per il bisogno e il piacere di esprimersi. È una vocazione che Chiara manifesta ogni giorno anche negli studi umanistici. 

Sei una studentessa di Lettere: in una realtà dominata dalla tecnologia, come vedi il ruolo delle scienze umane, e cosa può trasmettere ancora il mondo classico? 

Questa è davvero una domanda interessante. Quando studio mi capita di pensare: «Ma a cosa mi servirà mai nella vita conoscere il metodo Lachmann per la classificazione di codici e manoscritti?» o «Davvero mi interessa leggere le lettere di Petrarca che polemizza sui suoi contemporanei?». Dunque, quando attraverso questi momenti di inquietudine ho bisogno di ritornare per un po’ nel 2017, di respirare il mio tempo, il mio vento, e dimenticare storie, aneddoti, culture di secoli troppo lontani dal nostro. Poi succede sempre che prevale la curiosità, la voglia di scoprire cosa è successo prima di me, prima di noi e mi rituffo con passione sui libri.  È un mio ciclo, lo riconosco quando ricomincia ed ho accettato i piccoli momenti di sconforto. Sono consapevole del fatto che purtroppo la cultura classica non è tra i nostri interessi primari, forse perché non è funzionale, e apparentemente non serve a niente. Lo penso, ci credo, lo vedo. È sufficiente osservare i comportamenti dei bambini, anche dei più piccoli. A due anni già ricevono in regalo un baby tablet, a tre anni imparano ad usare le applicazioni di messaggistica, a quattro anni sanno fare tutto. Io alla loro età invece leggevo i libri cartonati. Comunque, il mondo classico è un pozzo da cui attingere vita. Ci insegna la sensibilità, l’attenzione, la percezione, ci fa pensare, ci rende critici ed elastici, ci rende abili naviganti tra passato e presente, tra una Odissea e un Canzoniere, tra le emozioni dei poeti, le bellezze dell’arte, la chiarezza della nostra lingua. Con la classicità riusciamo a sviluppare la nostra mente: è una vera e propria scienza. Dovremmo amarla un po’ di più: è difficile perché spesso con essa non si ha un colpo di fulmine, ma anzi dobbiamo sforzarci, imparare a frequentarla, a lasciarci intrigare da lei, ad aver voglia di scoprirla a poco a poco, annebbiata da quel suo alone di fascino, e infine ad apprezzarla, perché è dolce e fedele come nessun’altra disciplina. 

Parliamo delle tue passioni: anzitutto l’arte. 

L’arte è tutto ciò che riesce ad emozionarmi, non saprei definirla altrimenti. Mi è successo più volte di immaginare, per assurdo, di essere un’opera d’arte, incapace di sentire emozioni ma esperta nel suscitarle. Le emozioni per me sono una tortura, le sento muoversi dentro, farsi spazio tra i miei pensieri e mettere tutto a soqquadro. Sarebbe bello, a volte penso per frazioni di secondi, essere fredda, immobile, di marmo. Però questo pensiero mi spaventa perché mi sentirei morta, spenta, senza speranza, vinta dal pessimismo. Le emozioni invece mi fanno sentire viva, ed anche quando sono negative portano vento nuovo. Inizialmente gelido, tagliente, poi... il vento cambia e succede che arriva anche quello estivo, caldo e rasserenante. A me è successo, per cui lasciarsi trasportare dalle emozioni significa rincorrere e trovare l’amore. Studio l’arte da autodidatta: ho libri di mio nonno sulla storia dell’arte (lui adora l’antico, l’antiquariato, passa giornate intere a restaurare qualche piccola meraviglia rivenuta nelle botteghe), oppure faccio ricerche in rete. Devo molto ai miei genitori che fin da piccola mi hanno educata ad osservare quanto di bello ci fosse intorno a me: ricordo che a quattro anni rimasi estasiata di fronte alle tele di Caravaggio, uno dei miei pittori preferiti assieme a Mantegna, Botticelli, Michelangelo, Raffaello, Waterhouse, Van Gogh, Kandinskij, De Chirico, Dalì. In quest’ultimo anno ho girato molto, per l’Italia, per presentare il mio libro, e durante quei tour ho colto l’occasione per visitare città che non conoscevo. Quindi, mi dilettavo studiando l’architettura delle chiese e dei monumenti (per esempio: amo il gotico), cercando di indovinarne lo stile e le diverse epoche, soffermandomi sulla stratificazione delle pareti o prestando attenzione alle colonne, agli affreschi, a tutto ciò che potesse guidarmi in quel tipo di “indagini”. Tra i miei architetti preferiti ci sono Leon Battista Alberti e Andrea Palladio: come non venerarli? Anche il cinema è arte, anzi, è stato definito proprio “la settima arte” dal critico Ricciotto Canudo. Uno dei film del secolo scorso che mi ha emozionato maggiormente per la sua dolcezza è stato Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore con le musiche di Ennio Morricone, e la musica è l’arte più sublime che possa esistere. Qui farei un lungo elenco di artisti e compositori che adoro, ma preferisco non dilungarmi e citare solamente i pianisti Yann Tiersen e Ludovico Einaudi e lo storico cantautorato italiano (Tenco, De Andrè, De Gregori, Gaber, Dalla, Battiato) e poi Battisti e Mogol, il poeta dei tempi contemporanei, Vasco Rossi e ancora Marco Guazzone e gli Stag e Jacopo Ratini, giovani e promettenti compositori romani. Non una parola di più: sono loro spesso la mia ispirazione. 

Qual è il peccato che nell’arte merita più comprensione? E nella vita quotidiana? 

Nell’arte credo che si possa assolvere l’ermetismo, l’impenetrabilità come canone espressivo: in fondo con l’arte parliamo e comunichiamo qualcosa aspettando che lo spettatore scopra, estrapoli e faccia proprio il messaggio o il significato che vogliamo trasmettere. Possiamo vederlo come un gioco, come una sfida: più è difficile raggiungere la fine del labirinto, più è eccitante cercarla. Nel mio ambito, per esempio, adoro quella poesia dal carattere chiuso, complesso, carico di analogie: Ungaretti e Montale. Eterni e senza tempo. Oppure Vittorini: antifascista, nasconde la sua esperienza interiore nelle parole, nelle sue opere. Nella vita quotidiana perdono l’incapacità di portare avanti il peso della propria vita, di reagire, di dare una svolta alle giornate, quando il mondo sembra cadere e sbriciolarsi senza alcuna speranza di rinascita. Credo sia il peccato più devastante e sconvolgente: se non si prende in mano la propria vita, si è in balia di tutto, degli altri, della depressione, dei problemi. Per superare questa condizione di stallo è sufficiente un piccolo atto di coraggio, scegliere cosa fare, dove andare ed agire in quella direzione. I miei genitori me lo dicono sempre e da sempre: «Scegli ogni giorno, ogni secondo. Scegli chi essere e chi non essere, cosa cambiare e cosa conservare. Scegli i tuoi tempi, la tua vita». Lui dice che è un rischio. E che se la vita non fosse un rischio nessuno mai sarebbe felice. Io credo sia una questione di cuore. Di vero al mondo ci sono solo le emozioni, e solamente loro possono suggerirci la strada giusta. Il peccato che merita meno comprensione invece, credo sia l’ambiguità. La mancanza di chiarezza genera problemi dalla risoluzione impossibile, perché mancano i dati reali. Vale soprattutto nei rapporti umani, in cui giocarsi nella chiarezza è indispensabile. Se sono rapporti per me preziosi, li vivo giocando a carte scoperte, altrimenti non avrebbe nessun senso sostenerli. È un rischio non sempre calcolabile ma porsi sfide è uno dei modi per dare sostanza alla propria esistenza, per fare in modo che le giornate si concludano con un po’ di senso compiuto. La sfida più grande, per me, è migliorarmi e non gettare la spugna anche quando la tentazione è fortissima. Ed ho raggiunto dei risultati enormi: con una piccola dose di coraggio si può superare la paura, ovvero l’alibi per star fermi. Il rischio più grande nei rapporti? Il coinvolgimento, ma è anche l’aspetto più bello. È un uragano che vorticando mescola emozioni, presente, passato e progetti futuri. Si perde il controllo, ma è allora che emerge la parte più vera e solo su quella, che non è ambigua, si può costruire. Nel coinvolgimento dell’altro ho scoperto la sua parte più bella, che emerge solo nella partecipazione.


Chiara Porcelluzzi dimostra che la pratica dell’arte innalza le difese immunitarie. Nelle sue parole giovani di esperienza, traspare una realtà genuina dove c’è un posto per il dubbio che fa coscienza, per la sorpresa, per la ricerca della serenità. Nessuna filosofia: sa che sovente i filosofi dettano la guida per essere felici, ma loro non la seguono affatto.