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Speculazione sui Disvalori e sul Burattinaggio Tecnologico

Scritto da Walter Brusini.

Chissà se alle prossime olimpiadi sarà sport ufficiale il lancio dell’I-phone?

È un periodo, questo, in cui vedo tanti litigare con gli strumenti tecnologici. Non che prima il rapporto fosse idilliaco, ma la frequenza è nettamente aumentata. Sarà che la primavera porta sentori di rinnovamento, fatto sta che oggi è toccato a un compaesano col quale viaggio quotidianamente in pullman verso la città. Verso il lavoro. Dopo due tentativi falliti di effettuare una chiamata, sbatte l’apparecchio contro la valigia, innervosito. 
«Nel Mulino che vorresti c’è la TIM sotto la macina?» 
Lui ride ma non commenta. Si accanisce sul cellulare. Lo spegne, lo riaccende, poi se la prende a turno con la sorte, con la compagnia telefonica, con le coperture di segnale insufficienti, coi produttori, e tra sé borbotta «’sti cinesi...» incolpevoli, peraltro. Il suo arnese non è fatto in Cina, e la trovata commerciale dell’obsolescenza programmata non è un’invenzione orientale. Del resto anche a fare una analisi superficiale si intuisce che la signora Maggioranza è una creatura infelice, e proprio in quanto massa eterogenea di consumatori è sola, isolata nelle sue oasi immaginarie di successo, di gioia per un nuovo apparecchio, che sostituisce “finalmente!” quello vecchio, obsoleto, e superato. Se non fosse che il sorpasso vero è avvenuto il giorno in cui un elemento di mrs. Maggioranza ha deciso che quella filosofia faceva per lui, perché ispirata ai pochi valori e ai tanti disvalori promossi dai media, a loro volta soggetti del mercato.

Così, il figlioletto di mrs. Maggioranza, tutto impegnato a distinguersi, a cercare e rivendicare la sua identità nel mondo, rinuncia  alla facoltà di scelta autonoma (che comprende pure la libertà di farsi fregare da chi gli va) e diventa una figura qualunque della massa, la marionetta che la società dei consumi desidera. Una marionetta che si disputa i fili dai quali è manovrata.

Penso a quei concetti ovvi e non apro bocca, tengo tutto per me, o finirei a parlare dei tipi che in tv, il pomeriggio o nella fascia pre-serale, sfoggiano sorrisi rassicuranti, paterni, e grazie a quella loro straordinaria giocondità, a quel senso di fiducia e di calore che ispirano, sono tra i più grandi venditori del nostro tempo. C’è chi fa la fame o ci è prossimo, ma ha più tecnologia in tasca che la Nasa nei suoi uffici. Non è il caso del mio collega: lui nel mercato ci lavora, è pieno di soldi ed è libero di buttarli come gli pare, solo che dopo aver armeggiato per un bel quarto d’ora intorno al cellulare, averne tolto e rimesso la batteria, insultato tutti i santi che conosce, se la prende con il libro che leggo. A suo dire, a forza di tenergli dentro il naso non so più cosa mi sta intorno, e per una volta che lui ha bisogno sono lì, alienato, a ridere di una storia umoristica che nella realtà non esiste. Roba da idioti, il libro. Specie se leggere non piace. Eppure io ci trovo tutto ciò che manca, o meglio, che la tecnologia sottrae. 

«Capirai! Parli con gli altri, leggendo?» 
«Li sento, è diverso.» 
Ci riflette un attimo e mi guarda, sospettoso. Capisco che vorrebbe dirmi li senti a un altro livello ma vi rinuncia, perché «col cellulare navighi, sei connesso col mondo.» 
«Pure con un libro. Il viaggio è la prima cosa che trovo nei romanzi. Viaggio mentale, intendo, e lì non ti serve né il tour operator né perdere delle ore su un sito perché la connessione è lenta, e due su tre le immagini che vedi sono di un altro luogo. Hai presente le scatole di alimentari, dove c’è la foto di un piatto spettacolare, ma quando apri la confezione trovi uno scaracchietto?» 
«Cioè?» 
«Cioè la fregatura, qui,» – e sollevo il libro appoggiato sulle gambe – «non c’è. I viaggi che fai, e le portate che cucina lo chef, lo scrittore, non sono metafore. Oddio, lo sono, a seconda di come usa le frasi, il linguaggio, ma ci siamo capiti. È la mia testa che attiva le scene, che vola, o viaggia ventimila leghe sotto i mari, che si siede in un bistrot di Parigi o in un ristorante del Marocco e se fuori il panorama fa schifo (punto il dito sui casoni industriali che hanno sfrattato il fascino della natura, di una zona un tempo fitta di boschi e di fiori, di angoli ameni) il libro aiuta la mia fantasia a dargli forme diverse, e quindi a pensare, a ragionare, a capire cos’hanno fatto gli uomini alla Terra, all’unico paradiso che abbiamo.» 
«A quello ci arrivi anche da solo, basta vedere delle foto vecchie. E poi i libri inventano...» 
«Oddio, inventano fino a un certo punto: la natura non la inventa nessuno, a meno che sia una novella di fantascienza, e comunque anche lì si fa lavorare la fantasia e si impara il suo potere.» 
«Sì, ma non c’è concretezza.» 
«Come no? Ti ricordo che non leggo soltanto romanzi, in cui ci sono spesso ricostruzioni più fedeli di un sacco di foto ritoccate; leggo anche saggi, libri di informazione.» 
«Belle menate!» 
«Può darsi. Però dicono il vero, ti danno più nozioni di internet e molto più attendibili.» 
«Ne ho letti abbastanza a scuola.» 
«Ma scusa, non hai fatto l’artistico, tu?» 
Fa un cenno di assenso. Poi scuote la mani come a mimare la noia, la pesantezza.

«Tutte le opere e le biografie che ci facevano imparare a memoria... sì, belle, le prime, ma a cosa mi sono servite?» 
«A formarti un gusto, una coscienza critica.» 
«Per lavorare nel marketing?» 
«Anche. Hai capito che quel tipo di arte non era la tua strada. E anche nel marketing c’è arte. Se ti si chiede di associare uno sfondo, un’opera a una locandina, a una copertina, a una brochure, e dai in mano la cosa a un inesperto, magari ci azzecca ma una volta su dieci; tu puoi sbagliare forse, e non è detto che sbagli, una volta su cento. Ed è solo un esempio, potrei continuare in altri campi.» 
«Su questo siamo d’accordo.» 
«E se andiamo avanti, anche sul resto...» 
«Non credo. Quanto hai speso per quel pacco di carta?» 
«Il pacco di carta, come lo chiami tu, l’ho pagato dodici euro. Quanto ti è costato il coso che hai in mano?» 
«Che c’entra?» 
«Quattrocento? Cinquecento euro? Bravo, e quanto ti è durato?» 
Sbuffa, solleva le spalle e finge di fare un rapido calcolo mentale. Sa bene di averlo preso nel mese di settembre dell’anno scorso: neppure un anno di vita e già funziona a singhiozzo, lo scontenta. 

«Ci leggo due anni, con la spesa del tuo coso. Il libro non emana radiazioni: se passo dieci ore con un romanzo sono più ricco e rilassato, se le passo al cellulare torno a casa con quattro tic nervosi in più e con la testa che pesa come il monte Rosa.» 
«Fermo lì! Chi l’ha detto che fanno male?» 
«La scienza. Se tu leggessi, saresti più informato.» 
«La scienza è pagata anche per dire che la Coca Cola o il caffè sono bibite sane.» 
«Però se leggi sai anche motivare la cosa, non resti nel vago. Inoltre la scienza va discriminata, e in base a chi ne parla. Hai provato ad avvicinarti agli animali domestici mentre parli nel coso? Il meno che fanno è allontanarsi.» 
«Comunque, il discorso sulla spesa è una stupidaggine. Potevo averlo anche pagato poco.» 
«Oh, si sarebbe comunque corrotto con l’uso. Il libro non si corrompe mai, non si logora e non passa di moda. Quelli che dicono che passa di moda sono tipi che badano al fatturato a breve termine, e di cultura – che è anzitutto consapevolezza di non perdere per strada il passato – non sanno niente.» 
«Ma piantala, sta’ a vedere che il libro salva il mondo!» 
«Potrebbe, se la gente lo usasse come arma di sviluppo civile e non come ripiego per il tempo libero.» 
Alché mi manda a quel paese con un gesto della mano, come se fosse inutile discutere, e mi convinco che quando impari a dondolarti da solo, vai molto più in alto di quando ti spinge qualcuno.