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Alle Origini Delle Avanguardie

Scritto da Danilo Braschi.

Siamo tutti poeti a diciott'anni, dice un adagio popolare, ma solo chi lo è davvero esprime quel talento anche da adulto. È impensabile parlare della poesia del Novecento Italiano senza menzionare un allievo di Carlo Porta, forse il più illustre e trascurato perché anarchico, realista e diametralmente opposto all’eclettismo di Barrella, alla decadenza di Medici. Un eroe minore, insomma, antagonista dell’autocelebrazione, divenuto il massimo rappresentante dell’espressionismo made in Italy. Il suo nome è Delio Tessa (1886-1939), ed è il più fine poeta dialettale del Ventesimo Secolo.
Ha partorito liriche di consistente profondità, servendosi del dialetto come un pittore si serve della tavolozza per dare corpo alle immagini, al significato delle parole. A differenza del maestro, però, nulla lo spinge al sorriso forzato: la sua visione del mondo è senza veli, priva di ombre e ipocrisie; denuda le miserie, i malanni, le brutture e i peccati di ognuno.
La sua malinconia e il suo rassegnato pessimismo si tramutano in canto, in un modulare ora tragico ora idillico, ora accorato ora svagato, che trova la più valida realizzazione nello strumento dialettale.

Studente a Pavia, quindi avvocato e pretore, sempre di malavoglia, si appassionò invece di musica e di fotografia, di arte e storia moderna, al passo con le avanguardie europee (Valéry, Kafka, etc) restando su posizioni libertarie.
Le sue trame seguono i moti dell’anima, alterne, non senza fratture: pensieri lucidi ed emozioni incombenti. Ogni poesia ricerca, al proprio interno, stravaganti leggi armonico-ritmiche. Nascono così composizioni ermetiche e articolate, come L’è el dì di mort. Alégher!, dove la strofa è data da più quartine di ottonari con ricercata sequenza melodica. E quel modo di far rima ha fatto scuola presso tutti i poeti che si sono affacciati alla ribalta dopo di lui.
Non si può parlare di Tessa senza accennare al capolavoro di cui sopra, edito da Mondadori nel 1932. Ambientato a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, una vittoria di Pirro per le condizioni alle quali fu ottenuta, è un lavoro suddiviso in tre tempi.
Il primo evidenzia due temi contrastanti: il brio popolare della festa dei morti da un lato, e la cappa funerea che incombe sull’Italia di Caporetto dall’altro.
Il secondo, si immerge nelle budella cittadine con la disastrosa realtà dell’affanno e l'abbandono dinanzi all’invasione.
L’ultimo, con lo spettro dei caduti che imputridiscono la terra, e la visione crassa delle ricchezze accumulate col sangue degli altri, una plebe stordita.


*

Torni da vial Certosa,
torni di Cimiteri
in mezz a on someneri
de cioccatee che vosa,
de baracchee che canta
e che giubbiana in santa
pas con de brasc la tosa.

L’è el dì di Mòrt, alégher
Sòtta ai topiett se balla,
se rid e se boccalla;
passen i tramm ch’hin negher
de quij che torna a cà
per magnà e boccallà
scisger e tempia: alegher!

Suu fioeuj, che semm fottuu
I nòster patatocch
a furia de traij ciocch,
de ciappaij per el cuu,
de mandaij a cà busca
m’àn buttaa via la rusca,
scalcen a salt de cuu.

Scappen, sti sacradio,
mòllen el mazz, me disen,
mòllen i arma, slisen
de tutt’i part, e inscì el Zio
me l’à pettaa in del gnàbel
longh quatter spann e stàbel,
ma l’è el dì di Mòrt, alegher con Dio.

E adree con ’sti misc-masc
de ciocch che se baldanza
Te vedet, no me vanza
pù che i nòst quatter strasc,
l’eredità l’è andada,
semm in bolletta, e in strada
tornémm a fà ej pajasc!