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Scopriminiera: Il Valore Del Ricordo

Scritto da Antonella Mecenero.

Parliamo di crisi, spesso a bocca piena. La maggior parte di noi si prepara ai sacrifici, ma in case calde e illuminate.

E in molti casi abbiamo dimenticato la fatica che ha permesso di arrivare fin qui.
Non abbiamo mai conosciuto il sudore degli antenati contadini, e forse non vogliamo davvero pensare a cosa volesse dire partire su un piroscafo con una valigia di cartone, vesti lacere e la forza fragile dell’illusione. Non abbiamo puntato l’ago della bussola verso un luogo intessuto di sogni e di leggende, dalla lingua oscura, lasciando gli affetti affidati a  lettere che forse, solo forse, sarebbero arrivate.
Il nostro presente è stato costruito da chi è andato in Africa a costruire dighe, a estrarre il seme dai deserti; da chi è partito per la Germania e il Nord di verde mistero per tirare su case, da chi doveva condividere un letto nel poco tempo in cui non lavorava in fabbrica.
È stato estratto brano a brano dal cuore delle montagne, in luoghi oscuri e disperati. Vite passate in gallerie di scavi e puntelli, ascoltando lo scricchiolio del legno di un cunicolo che cede, misurate con la lunghezza di una miccia, condannate da una tosse che non ha mai commosso i poeti.

Non sono rimasti molti i luoghi in cui poter toccare con mano una memoria sempre più sbiadita, e respirare una fatica così lunga da sembrare oggi disumana.
In alta Val Germanasco delle miniere di talco in disuso sono state messe in sicurezza e attrezzate per le visite. È nato così Scopriminiera, un sito unico in Italia.
Si penetra per più di un chilometro dentro la montagna, utilizzando i vecchi carrelli. È abbastanza per sentire l’odore della roccia e percepire il peso della montagna che grava sulle intelaiature di rovere o di abete. Si sente l’eco delle generazioni, il ronzio dei respiri e delle preghiere, il fragore delle pareti quando viene riprodotta l’esplosione di una mina, e il loro lamento di schegge sotto la fame dei picconi.
Pare quasi che il talco trattenga i gemiti e il sudore di tutti quelli che hanno tentato di strapparlo all’oscurità.
Più di trentamila persone, tra singoli e scolaresche, visitano ogni anno Scopriminiera, per sentire il cuore fermarsi alla deflagrazione, e scoprire cosa si prova a scoprirsi ciechi sotto il sole indifferente, all’uscita.



Nonostante ciò, Scopriminiera rischia di chiudere.
La cultura, dicono, non si mangia, non rende. Cosa ben più grave. I biglietti di trentamila visitatori l’anno sono insufficienti a coprire i tagli che le istituzioni hanno deciso negli ultimi anni. C’è chi confessa: “ho fatto tutto ciò che ho potuto”. Non abbastanza, perché un proverbio della sua terra dice che solo la morte può raddrizzare la gobba. E nessuno gli ha mai chiesto di immolarsi.
L’ostacolo è stato – ed è tutt’ora – la burocrazia. Il burocrate sa tutto ciò che serve per non sapere nulla, riesce così a schiantare qualunque slancio, dal fervore del singolo alla protesta di massa. Chi lo affronta ha la fede ingenua del Quijote: fa la storia, ma come tutti i rivoluzionari, non sa che storia fa.
Forse nessuno ricorda i milioni di euro investiti in un passato che rimarrebbe chiuso nel cuore della montagna.
Se è vero che la cultura non si mangia, come si può dare un prezzo al valore di un ricordo?