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Biglietto Di Sola Andata

Scritto da Maurizio Sussi.

Breve sosta a Roma. Due ore al Palazzo dei Congressi: lo slogan è Più Libri, Più Liberi.

Centinaia di espositori, gran parte della piccola e media editoria d’Italia, una fervida e laboriosa impresa globale che con zelo e passione cerca di resistere agli assalti della crisi. Perché la vecchissima novità è che siamo in recessione, fanno sapere dalle aule parlamentari: si è imboccata la via peggiore. Succede da cinquant’anni.
Pressappoco il lasso di tempo che racchiude la caduta libera delle Ferrovie. Una volta erano di uno Stato che è andato chiamandosi sempre più fuori, fino a non sentire neanche la sua voce. Un po’ di cronaca non guasta: convogli dimezzati in frequenza e numero di carrozze. Inquinamento acustico aumentato, fra televisori che proiettano ipnoticamente le stesse pubblicità giorno e notte, piazzati dovunque, e malumori dei passeggeri. Sconforto, sbuffi, urla, ingiurie, qualcuno ulula dinanzi alla biglietteria e qualcun altro promette battaglia, anche legale. C’è sempre chi ci guadagna.

La storia cammina in fretta, ma le fiabe hanno la memoria lunga.
C’era una volta il milleporte. Legno e ferro pesante, aveva resistito a tutto, dagli stivali alle bombe a grappolo della Wermacht, e poi gli anni della rinascita, delle rivolte operaie e gli sconquassi, le nevi micidiali senza riscaldamento a bordo. Solo una manopola, che i primi audaci vandali tentavano di smontare con gli arnesi più improbabili. Ogni volta invano.
Ci voleva lo spauracchio velenoso dell’amianto per vincerli. Sono stati condannati alla solitudine dei depositi (a cielo aperto!) finché piastra dopo piastra li hanno demoliti. Scoibentare era un verbo utile solo ai redattori dei dizionari. Meglio farla finita, come nei telefilm americani. Un taglio e via, si risparmia sulla manutenzione. La dirigenza ha immolato centinaia di stipendi a una negligenza. forse erano tra quelli che a scuola non accettavano i suggerimenti.

I convogli a lunga percorrenza avevano in media dodici vagoni, tutti disponibili. Le coincidenze si studiavano a tavolino, incastrate l’una con l’altra perfettamente. Certo, un ritardo inceppava il meccanismo, ma nessuno rischiava di restare prigioniero delle distanze o della notte, senza potersi almeno avvicinare a casa.
È bastata una svista di pochi minuti, oggi, Anno Domini Duemilaundici, Era Digitale, per lasciare sul piazzale della stazione di Pisa una decina di reduci dall’evento nella capitale. Facce sgomente, una coppia di anziani allibiti, una ragazza spalanca gli occhi grandi, verdi e lucidi, gonfi di lacrime. Non c’è un solo operatore sulle pensiline, nessuno a cui chiedere. Due poliziotti gentili si prodigano a individuare il primo Intercity utile per Genova: ore 3 e 28. E sono le dieci. Si azzardano i rimedi, con rassegnata ironia.

Taxi, albergo, sonnellino sulle panche gelide che i marmi della vicina Carrara hanno sparso in vari punti dell’edificio, e che resistono stoiche alla plastica delle sedie usurpatrici. Sono sparite, insieme al manipolo di viaggiatori imbufaliti o rassegnati, anche le sale d’aspetto. E i caloriferi caldi.
La biglietteria automatica dà l’amaro responso: non si sale nemmeno sul 3:28, perché la seconda classe è al colmo e pensionati, studenti e precari non possono permettersi il lusso della prima, di alzare le mani davanti ai tagliaborse.
I giovani si rifugiano in un bar sul piazzale aperto tutta la notte, affogano la nevrosi in una brioche alla crema, una spremuta di arancia, una pinta di birra, una fetta di panettone. Aspettano, e all’alba si ritrovano più o meno tutti a ciondolare in corridoio, perché la brevità del convoglio ha costretto i più coraggiosi a sedersi pure sulla latrina.
Per gli amanti del brivido lo spazio è dovunque.

A pochi metri c’è una donna con una rivista aperta. Impossibile leggere il contenuto dell’articolo, si vede bene però la foto di una 990, una supposta a motore robusta e pittoresca, di colore marrone, che molti hanno chiamato littorina fino agli anni Novanta. Niente nostalgie fasciste, era un nome quasi affettuoso, una radice che non si voleva tagliare.
Sembrava tutto così facile con le comodità del progresso, invece è stata una parabola discendente.
Dal benzinaio l’insegna che recita “serviti da solo, paga alla cassa”, a un occhio ingenuo o straniero fa l’effetto di un “arrangiati e dammi la grana”. Il latte fresco non è quello appena munto, ma quello pastorizzato alla svelta; ci sfamiamo con cibi liofilizzati, precotti, surgelati, sottovuoto. Non si fa più la fila per l’acqua o la farina ma per il fast-food, la discoteca, o il treno più scalcagnato. È facile per molti sbuffare senza reagire e poi sperare, sicuri, che essendo tutti un po’ colpevoli il verdetto finale sarà: tutti innocenti. Fino al prossimo disservizio.