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Caramelle Dagli Sconosciuti

Scritto da Martina Benini.

Notizie, costume, abitudini; la coscienza costituisce il tessuto di una società insieme ai suoi valori etici.

Per una sua critica possono aiutare esempi globali o la cronaca di ogni giorno, il minutaggio dei comportamenti spiccioli della gente. Dagli albori del pettegolezzo alla riflessione intellettuale, di cui non vi è pretesa nell’analisi della quotidianità.
La scorsa settimana, di ritorno dalla parrucchiera, mia madre mi ha riferito di avervi incontrato la commessa del negozio di calzature in cui ero stata qualche giorno prima – quella antipatica, per amor di precisione. 
La premessa è la seguente: una signora sui cinquanta, capello grigio, sulle sue, e per nulla disponibile con la clientela; tanto che, se non fosse intervenuta la titolare del negozio, sarei uscita direttamente e senza nemmeno considerare le scarpe, che dopotutto erano il motivo della mia visita. E la parrucchiera, guru del gossip, conferma ciò che a pelle avevamo percepito: una persona rigida e seriosa, poco socievole. Con tre figli a carico, la più grande dei quali è la classica ragazza pelle e piercing. Giudizi evitabili, ma di essi è intrisa la società.
La stessa società che rifiuta la caramella ai bimbi con tanto di fervorino e paternale. Tutto, per una collosa caramella; quella dei proverbi, degli adagi popolari.

Qualcosa non torna.
È il diktat, l’imposizione, la frustrazione di una campana di vetro che pretende di discernere fra le scelte, gli oggetti, i vestiti, le scarpe, fino alle persone. Controllare con chi deve uscire e come deve tagliarsi i capelli. Ordine perentorio.
Controllare che tutto quadri, tutto torni, tutto sia ponderato, misurato, esatto. Obbedienza, nitore, senza discussioni. La risultante è la ribellione automatica, un subbuglio interiore ed esteriore, che si concretizza nel disagio. Nella confusione.  
Magari nemmeno piacciono i piercing, alla ragazza. Eppure l’hai indotta a comportarsi così con il continuo soffocamento.
La cronaca dell’ouverture si presenta puntuale al redde rationem: lo sgomento di una sedicenne incinta.
Qual è la prima reazione? Lo vorrei chiedere ai lettori, a chiunque, a te. Il lettore è uno specchio della civiltà, un frammento del puzzle dell’esperienza. Un singolare che parla al plurale.
Immaginatevi davanti a un giornale - o sul divano di fronte alla tv- ascoltando l’anchor man, che con tono immutabile annuncia: “Trento, sedicenne incinta, trascinata in tribunale dai genitori che vogliono costringerla ad abortire”.

Non vi chiedo di conoscere i fatti. Ma qual è la vostra reazione?
Le variabili da analizzare sono non una, ma mille. E giudicare, al di fuori della vicenda, è sempre troppo facile.
Da chi scrive non sarà fatto.
Vi fornisco però i seguenti dettagli: la ragazza era già rimasta incinta meno di un anno prima, e anche allora era stato difficile convincerla a prendere la pillola del giorno dopo; il ragazzo – eventuale padre del bambino – ha diciotto anni, è senza dimora, vive in comunità e ha una lunga lista di piccoli precedenti penali. Lei porta sulle braccia lividi inequivocabili, il certificato di maltrattamenti, violenze, scenate pubbliche e private.
Sulla branca dei fatti, si innesta la scelta dei genitori – un tentativo in realtà, perché come ha risolto il PM Fabio Biasi, non è possibile ordinare un aborto, che è un diritto ma di certo non un dovere. Il solo intervento plausibile è quello dei servizi sociali. I genitori insistono per ottenere almeno che la ragazza, e colui che si definisce il compagno, non possano vedersi, e che il bambino non prenda il nome del padre.
Così, all’interno di una famiglia a modo suo già divisa – i genitori hanno divorziato – si crea una nuova barriera, un nuovo ostacolo.

Contestualizziamo. Come è possibile che a una ragazza scolarizzata, senza problemi economici né di confronto sociale, accada ciò? Anziché preoccuparci per le conseguenze, sarebbe produttivo fare uno sforzo analizzando le ragioni del fenomeno.
Perché è così difficile scegliere il rimedio, l’anticoncezionale del giorno prima? Questione di mera informazione. Conoscenza. E di una parola calda, impellente, rischiosa per molti animi, in prima istanza adulti: responsabilità.
La conoscenza è un lusso accessibile a tutti. Rinunciarvi è una scelta consapevole e scellerata. Non è la sentenza di un tribunale a formare o a correggere la sensibilità di un individuo.
Dobbiamo supporre che siano i genitori a raccontare ai propri figli come nascono i bambini? Certo, dovremmo. Se questo è il risultato, facciamo un passo indietro. Aggiungiamo strumenti. Aumentiamo le ore di educazione sessuale nelle scuole, spieghiamo cosa significa avere un rapporto, uno profondo. E cosa significa avere un figlio.
Perché è importante saper fare un passo indietro, avere l’umiltà di riconoscere quando non si è in grado di decidere.