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Testimoni Di Un Tempo Perduto

Scritto da Flavio Rossini.

Soffitte, cantine: in quel silenzio raccolto la polvere era ossigeno, faceva il respiro più denso.

Ci ho trovato tesori, là dentro. Scatole di scarpe e bauli, pacchi avvolti in cartoni sbrecciati e rosi dai topi, aggeggi dall’uso dimenticato, cartoline, cocci, carabattole di varia fattura. Niente come il passato sa accumulare.
Nelle mie esplorazioni, da bambino, era sempre un libro a farmi felice. Il colore della copertina, la curiosità per il contenuto e la stampa, i caratteri, il profumo di antico, il segno di mani che avevano guardato, sfogliato, piegato un lembo di pagina per distrazione o per farne memoria. Giocattoli non ne avevo, i miei dicevano che per comprarli avrebbero dovuto lavorare anche la domenica, e io la domenica volevo stessero con me. Magari per giocare: doppio egoista.
E allora rovistavo i contenitori, le cassepanche sigillate dal peso degli arnesi assiepati sopra. Spesso portavo in camera fotografie logore, manifesti; una volta riesumai una locandina del PCI di fine anni Cinquanta, senza sapere cosa rappresentasse. L’ho imparato più tardi, certe cose si pagano a rate.
Ora è un simbolo fuor di governo.
Ora abbiamo un governo fuori dai simboli.
Le parti sono indefinite, si è completato quel processo di mescolanza iniziato negli anni della mia adolescenza. Ne ho letto un capitolo d’autore in uno di quei libri, finito in solaio per errore o per imperdonabile avventatezza. È la testimonianza del più acuto giornalista del nostro tempo: Enzo Biagi.

Sull’Unità del 1° Giugno, dice, campeggia il titolo: “Il PDS deve cambiare le regole”. Neppure loro avevano le mani pulite, e il sistema-tangenti li aveva toccati. E continua, senza più virgolette, tra ironia e coscienza.
Soffio via un ricciolo di polvere e riporto: Occhetto voleva andare a confessarlo ai vecchi militanti della Bolognina. Quel nome mi ricorda altri tempi, e un’altra Bologna. Quella di Giuseppe Dozza, il sindaco comunista, una leggenda; quella del cardinale Lercaro, che i comunisti stessi andavano a festeggiare al ritorno dal concilio.
Altra gente, mi pare. Dozza andò in processione dietro la reliquia di San Domenico, e siccome non aveva un vestito scuro, se ne era messo uno blu, arrangiato, che apparteneva a un cognato defunto.
Raccontava dei giorni di Mosca, di quando Ercole Ercoli (Togliatti) fu chiamato a guidare il Comintern e volevano fargli festa, ma non avevano un rublo. In Svizzera finirono poi insieme sul banco degli imputati, con Grieco e Secchia, denunciati dall’Ovra: Togliatti aveva in tasca tre passaporti falsi. L’avvocato difensore sostenne che se i sovrani possono viaggiare in incognito, anche i comunisti, che chiamò re dello spirito potevano regolarsi nella stessa maniera. Li fece assolvere.
Per vent’anni il suo faccione emiliano, portato al sorriso, è stato simbolo di un PCI umano, tollerante, pronto a ragionare con tutti: Guareschi lo chiamava Peppone. Aveva la battuta svelta, non voleva ferire, piuttosto ridurre le controversie a proporzioni ragionevoli. L’avversario che stimava di più era Dossetti, che una volta gli gridò “non dimenticate che siamo tutti battezzati”. La cosa non gli fece molta impressione, ma lo rispettava perché era uno che credeva.
Questi esempi sono lontani, e ci mancano. Erano tipi generosi, forse crudeli, però capaci di forti passioni. Anche ingenui.

Penso alle migliaia di volontari che la domenica battevano le case di campagna per diffondere l’Unità, o si giocavano le vacanze per lavare piatti o friggere crescentine ai festival dell’organo di partito. E alle paghe dei funzionari che garantivano appena la sopravvivenza. Che scarse analogie con l’attualità.
Sopportavano tutto, perfino la settimana del cinema sovietico, loro che deliravano per Gary Cooper e dovevano applaudire gli Inti Illimani.
Giorgio Amendola raccontava che suo padre, ministro per le Colonie, aveva fatto una scenata ai figli perché si erano permessi di andare a fare un giro a Villa Borghese su un’automobile del governo. Oggi la casta va agli eventi sportivi con l’elicottero di Stato.
È il disinteresse la fiaccola onorevole ora spenta. Pajetta diceva “in casa mia non ho mai sentito pronunciare parole come corna o amanti”. Figuriamoci ladro, o corrotto.
Che prezzo ha pagato la democrazia. Montanelli scriveva che Pertini odorava di pulizia, ma un giorno Pertini confessò: “molte speranze sono state spente. Non ci siamo battuti per questo, per arrivare fin qui”.

Neppure io, e ho la presunzione di credere di essere in folta compagnia.
Debosciati, forse, non abbiamo potuto fare nulla. Scavando fra altre polveri e soffiando via riccioli di muffe e lanugini vien fuori un testamento che s’ha da apprendere, riproporre, ma senza il piglio del maestro. Perché conta l’uomo, il suo substrato interiore, la sua cultura dei valori. Le lezioni non servono più.