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La Suggestione Epica Nei Secoli

Scritto da Daniela Scimeca.

Ulisse è certamente una delle figure più affascinanti di tutta la letteratura, e anche una delle più usate.

Nasce dalla fantasia di Omero, che gli affida il ruolo di protagonista nell’Odissea, una delle opere più importanti dell’età classica. Dai greci ai latini, lo si ritrova in Virgilio, che nel secondo libro dell’Eneide lo chiama scelerum inventor, l’astuto per antonomasia, o meglio colui che possiede l’arte del raggiro ed è capace di giuramenti blasfemi. A lui Virgilio contrappone la forza generosa e impulsiva di Achille.
Ben altro aspetto sottolinea invece Cicerone nel De Finibus, in cui mette in evidenza l’ardore di conoscenza e lo indica come exemplar. Seneca e Orazio, nelle loro epistole, sembrano essere d’accordo con quest’ultima visione.
Nella cultura latina, dunque, le peregrinazioni di Ulisse non paiono dovute all’ostilità degli dei, ma causate dalla sua indole e dall’irresistibile vocazione all’avventura. La medesima influenzerà molto Dante, che nella Divina Commedia gli affida un ruolo d’onore; nel XXVI canto dell’Inferno infatti lo colloca tra i più scellerati fraudolenti, condannato a bruciare con Diomede nelle vampe di una doppia fiamma.
Il poeta gli conferisce il compito di mettere in guardia gli uomini e ne fa un esempio universale. Dante infatti non critica la sua curiositas, di per sé ammirevole, ma l’audacia nel voler forzare i limiti della conoscenza umana fissati da Dio. Ulisse è sconfitto non perché ha sete di sapere, ma perché pretende di farlo da semplice uomo senza l’aiuto della fede, e per il peccato di superbia è punito con la morte. Un’ottica buia, cupa, tipicamente medievale.

Il canto di Ulisse è uno dei più celebri della Commedia, ed è interessante la trasposizione originale che ne fa Primo Levi nel suo libro Se Questo È Un Uomo. Nel capitolo quattordici egli cerca di spiegare il canto XXVI al compagno di prigionia Pikolo, tentando di ricordare e tradurne le parole in francese: "Considerate la vostra semenza/fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza".
Qui la terzina assume un valore nuovo: rappresenta la speranza di tornare ad essere uomini, perché nel lager si vive appunto come "bruti", senza dignità, e la "semenza" umana è umiliata, la virtù e la conoscenza non sono permesse. E come Ulisse è punito da Dio, anche gli ebrei lo sono dai nazisti per la loro acutezza intellettuale.
Nei primi dell’Ottocento Foscolo piange il suo destino paragonandolo quello di Ulisse: “ed il diverso esiglio/ per cui bello di fama e di sventura/baciò la sua petrosa Itaca Ulisse”.
Sul finir dello stesso secolo, Tennyson, nel suo Ulysses, ne loda tenacia e determinazione, la costanza nel lottare, cercare, investigare, l’ostinata caparbietà.

Ma più di ogni altra epoca è il Novecento a rivalutarne la figura, consacrandolo all’eternità dei miti.
Nel secolo intero Ulisse è citato, rivisto, interpretato, contestualizzato, analizzato, perfino psicanalizzato; assume nuovi ruoli, nuove maschere; insomma, continua ad essere, oltre che Nessuno (come si definisce con astuzia nell’Odissea), soprattutto centomila.
Oltre a Levi lo riprendono svariati autori tra cui Joyce, che ne fa un personaggio moderno, un vagabondo frenetico nei quartieri di Dublino, fuori dal proprio tempo, alla ricerca di un’identità perduta.

Pascoli, ne L'ultimo Viaggio (Poemi Conviviali) lo dipinge vecchio, dubbioso sulla veridicità del viaggio compiuto, un uomo disperso pieno di inquietudine e smarrimento, tormentato dalle domande sul senso della vita. D’Annunzio, ne L’incontro Di Ulisse lo propone invece come uomo d’eccezione, superiore, amante della solitudine e sprezzante della mediocrità. Di lui esalta il desiderio di conoscenza e di affermazione, lo elegge eroe solitario e suo maestro.
Au contraire Gozzano gli dà una veste ironica, quasi ridicola: lo spoglia del suo eroismo e della sua sacralità. Per Ungaretti è il Girovago, per Quasimodo il Naufrago, Saba lo prende come esempio e parte per un viaggio per mare che è viaggio di vita; da Ulisse apprende e condivide la volontà di vivere e conoscere trovando se stesso nella sua Itaca.
Pavese ne evidenzia l’impulsività, destinata però a trasformarsi con la vecchiaia, con l’accumulo dei pensieri e l’impossibilità di un sonno ristoratore. Nella canzone Itaca di Lucio Dalla, il suo viaggio è metafora di un approccio avventuroso alla vita, contrapposto alla vita sedentaria di quelli legati alla propria casa-isola. Infine, ma senz’altro non ultimo, Luciano De Crescenzo descrive Ulisse come un fico, utilizzando il gergo dei giovani per sdoganare le sue imprese ai giovani. E sembra, tutt’ora, un’operazione riuscita. Quante odissee porta a spasso la nostra epoca?