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Canto Notturno Di Un Giovane Precario

Scritto da Elena Calafato.

Ci sono passaggi o frammenti di vita che la luce del giorno può abbagliare.

Nella notte riflessi anche lontani, esperienze diverse, paiono d'un tratto vicinissime e simili: cadono le barriere del pensiero, la realtà si fa fluida, il tempo si amalgama, e tutto si presenta, quasi per paradosso, più chiaro. Nella notte, ciascuno è solo con i propri pensieri e le preoccupazioni, che spesso si fanno più grandi con il silenzio che avvolge. Nella notte c’è spazio per le domande.
Quali esperienze possono diventare poesia? È una di quelle che viene spontaneo porsi quando si leggono, magari a tarda ora, i versi di qualche poeta, soprattutto se vissuto in epoca molto lontana.
La prima rilevazione è che attraverso la poesia viene filtrata in un'ottica di catarsi l’esperienza comune, che il genio innalza a livello di arte (ammesso e non concesso che la vita non sia già di per sé una forma d'arte). Quindi, anche le esperienze più banali possono essere oggetto di poesia: basti pensare alle liriche dei barocchi, capaci di trarre appassionanti elogi dagli aspetti più minuti dell'esistenza. Ogni occasione era per loro fonte di ispirazione.

In quest’ottica non è forse del tutto azzardato scomodare il Leopardi, manipolando il titolo di uno dei suoi capolavori più alti e sentiti, pur non volendo parlare di grandi interrogativi irrisolti, ma di vicende più spicciole, pratiche, cruccio attuale di tante persone.

In una notte di Dicembre, rischiarata da una luna di ghiaccio, paragonarsi al pastore che interroga se stesso e di cui Leopardi canta nei suoi versi, non sembra poi una bestemmia. Anche interrogarsi sull’incertezza del precariato (etichetta cucita addosso dall’abitudine) e sulle sensazioni connesse può diventare, in una certa misura, pensiero poetico.
In primo luogo, perché queste domande non sono proprie di un singolo, ma appartengono a una intera generazione – laddove una sola è perfino riduttivo – che può trovarsi, di schianto, senza impiego e certezze. In secondo luogo perché, appunto, ogni cosa può diventare oggetto di pensiero poetico.
A ben guardare, le paure che derivano da un futuro incerto non sono affatto banalità, e accostarle ai quesiti sul senso della vita e le sofferenze che esse inevitabilmente porta con sé non è un’operazione blasfema.

Sentirsi sempre in bilico è una sensazione che molti oggi sperimentano, come equilibristi su un filo nel vento. L'incertezza, oltre ad avere un impatto sullo stile di vita di singoli e di intere famiglie, ne ha uno emotivo non indifferente: lo smarrimento. L’essere umano infatti ha bisogno di punti fermi a cui aggrapparsi, per non abbandonare ogni cosa alla corrente degli eventi. A questa incertezza va aggiunta la frustrazione che deriva dal vedere messe in discussione le proprie competenze, nonché il senso di impotenza generato da un sistema che spesso non tutela chi si trova a dipendere da un padrone, un principale (che è risaputo non essere un ruolo di forza).
È qui che nascono le analogie con il pastore errante di Leopardi.
Il senso di impotenza, l’insicurezza, la delusione che molti sperimentano, trovano corrispondenza nelle domande angosciose che il pastore rivolge a una luna immobile e muta, che non sa, o forse non vuole rispondergli. La differenza sostanziale fra le due parti sta, tuttavia, nella possibilità di conoscere le cause, e quindi i possibili rimedi a ciò che provoca un travaglio interiore.
La generazione dei sogni proibiti non chiede agli astri risposte impossibili, poiché le conosce, e ha tutti gli strumenti per porre fine alle ansie e ai dubbi. È uno stato insito nelle cose (il pastore leopardiano invece è impotente di fronte al mistero della sofferenza umana), ed è il frutto di scelte che, pur non essendo state fatte in prima persona, possono sempre essere cambiate.



Ai giovani del futuro spetta il compito di impegnarsi attivamente per ridurre al minimo quelle incertezze, e poter guardare all’orizzonte con positività.
Non possiamo permetterci di interrogare passivamente la luna.
Con ciò, nulla ci impedisce di levare, nella notte, il nostro canto di pastori erranti, di concederci il lusso della poesia.

“Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia...”