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Il Patto D'Amore Dell'Ecomuseo

Scritto da Antonella Mecenero.

La cultura non è qualcosa che fossilizza nei libri, come un fiore lasciato seccare tra i fogli.

Non è un oggetto, un’entità prigioniera nelle teche o appesa ai muri impersonali di un museo. No, la cultura cresce umile dal terreno e prende l’altezza e il profumo dall’aria. Ne gode il poeta laureato, come il vecchio che canticchia tra sé falciando il fieno.
È cultura il romanzo che cambia il modo di vedere il mondo. È cultura il Sapere che va svanendo, lo scibile che la tecnologia e il progresso rendono obsoleto con presunzione, come trarre musica da un pezzo di legno o coltivare un terreno impervio, scartato da tutti.
C’è la cultura della statua, scolpita con sensibilità e maestria nel marmo o nel granito; c’è cultura nell’abilità del cavatore, che appeso al rischio dello strapiombo ruba quel minerale alla montagna.
C’è la cultura scritta sui diplomi e i certificati appesi alle pareti, e quella più discreta, sussurrata a mezza voce da migranti che si sono inventati una lingua nuova per proteggere l’unico tesoro che avevano: i segreti del proprio mestiere.

Ma come si protegge una cultura che impregna il mondo, che si mescola con la storia e si diluisce nel paesaggio? È più fragile di quella dei libri e delle opere d’arte. Si consuma insieme all’habitat, muore un poco ogni volta che scompare un brandello di memoria.
Per salvarla è necessario stringere un patto tra una comunità e il suo territorio, perché l’una si prenda cura dell’altro e possa coltivare il ricordo come una rosa nel deserto.

È con queste premesse che nel 1997, in un frammento di valli e d’acque incastonato fra la provincia di Novara e quella del Verbano Cusio Ossola, nasce l’Ecomuseo del Lago d’Orta e del Mottarone.
Inserito nella Rete dei musei diffusi del Piemonte, non è racchiuso tra pareti di cemento, e i suoi tesori sono alla portata di tutti per sguardo e per contatto. Non propone una serie di bacheche, espositori e percorsi tradizionali, piuttosto promuove paesaggi, architetture locali, percorsi della tradizione e attività didattico-occupazionali della zona in cui sorge.
Il concetto di ecomuseo risale a quarant’anni fa, e precisamente in un discorso del Ministro delle Politiche Ambientali francese Poujade, che riprendendo un’idea di Hugues De Varine definì così il mezzo per tutelare istituzionalmente un patrimonio rurale che andava scomparendo, soffocato dalla società urbana del cemento.
In Italia si diffonde solo in tempi recenti: dalle Rocche Del Roero ai Colli Del Tezio, dal Casentino alla Tuscia, passando per la Valle D’Itria alle Piastre del Pistoiese, e viene definito da Maurizio Maggi un patto con il quale la comunità si prende cura di un territorio.

Nella penisola abbiamo un centro di documentazione e una ventina di ecomusei diversi.
Tranne una sola eccezione, essi racchiudono storie più che opere d’arte, sono nati spontaneamente per preservare le attività che hanno reso peculiare questo lembo di terra, definendone gli abitanti. Raccolgono tesori più immateriali che concreti: il gergo segreto con cui gli ombrellai ambulanti delle pendici del Mottarone trasmettevano i trucchi del mestiere da maestro ad allievo, la fatica degli scalpellini al lavoro sulla rupe di granito di Madonna del Sasso “da stella a stella”, l’orgoglio degli Alberghieri di Armeno, che hanno attraversato il mondo per cucinare al cospetto dei grandi della terra, l’abilità artigiana dei costruttori di sassofoni di Quarna Sotto.
Un Ecomuseo, dunque, è un libro di storia sempre aperto, accessibile, e un atto d’amore verso il territorio.
Prevede lo studio dei sentieri, delle antiche vie di comunicazione, allo scopo di restituirle all’antica vitalità, a vantaggio di un turismo che non sia usa e getta, ma sia incontro e conoscenza.
E poi l’attenzione verso i monumenti, le tradizioni, il dialetto, e l’attività di educazione ambientale nelle scuole.



È complesso definire la struttura nata fra il novarese e il VCO (www.lagodorta.net).
La si può visitare, entrando in uno dei musei che la compongono. La si può vivere, passeggiando per i sentieri che sono stati rimessi in uso. Si può assaporarne lo spirito nel sorriso di un bambino che spiega quali leggende stanno dietro a un masso scolpito, o quale rapporto lega l’uomo al bosco. Il suo bosco, che è un legame di radici e di Storia, un contratto con la memoria e la salvaguardia del mondo.