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Barriera per Conigli: il Dramma delle Buone Intenzioni

Scritto da Antonella Mecenero.

Leggere è l’unico modo sicuro per vivere altre vite, immergersi nei pensieri e nelle emozioni di persone lontane nel tempo e nello spazio.

Cambiare volume significa passare dalla Russia dell’ottocento al futuro spaziale, calandosi ogni volta in profondità in altri mondi. Eppure, anche nelle nostre più fornite librerie, è il pensiero occidentale a farla da padrone, ed a sottostare a quasi tutte le narrazioni. Predominano autori europei e nord americani. Qualche sudamericano, qualche cinese, qualche giapponese, per lo più intriso di cultura occidentale, e poco altro. Anche quando ci sforziamo di guardare al di fuori, lo facciamo – inevitabilmente – attraverso uno sguardo formatosi sulla cultura occidentale e su schemi di pensiero talmente interiorizzati che li consideriamo ovvi. 
Barriera per conigli di Doris Pilkington, nome ingannevolmente occidentale, non è un romanzo che streghi per lo stile o la prosa raffinata, ma costringe a uscire dagli schemi di pensiero che ci sono propri, e a guardare il mondo con gli occhi di chi di solito non ha la possibilità di raccontare la propria versione. Doris Pikington, infatti, ha anche un altro nome, Nugi Garimara, un nome aborigeno. È figlia di una mezzosangue che, come tale, fu strappata alla propria famiglia per essere “civilizzata”, una pratica che in Australia andò avanti fino pochi decenni fa. 

Il libro è la storia del viaggio, durato circa due mesi, che la madre di Doris compì insieme ad altre due bambine per tornare a casa, dopo essere fuggita dall’istituto in cui era stata rinchiusa. Ha il tono semplice e dolce che può avere il racconto di un’anziana che rievoca il periodo mitico della propria adolescenza, tra decisioni prese con l’incoscienza dei quattordici anni e forse la consapevolezza mai acquisita di quanta fortuna sia stata necessaria alle tre ragazzine per sopravvivere così a lungo nell’entroterra australiano. 
Letto con i nostri occhi è difficile non pensare a quante “lodevoli intenzioni” ci fossero nella decisione di allontanare le bambine dalla loro famiglia. Vedevano infatti una comunità marginale che il più delle volte non voleva integrarsi, che viveva in condizioni di estrema povertà. All’interno di essa, alcune ragazzine senza padre, analfabete, e per la loro pelle più chiara spesso isolate anche dai loro coetanei aborigeni.
Allontanarle da quelle condizioni, dare loro un’istruzione, insegnargli un lavoro doveva sembrare senza dubbio il modo migliore per assicurargli un futuro più roseo. Scrivo al passato, ma non è difficile immaginare oggi molti “benintenzionati assistenti sociali” in ogni parte del mondo prendere all’incirca le stesse decisioni. 

Per Molly, Gracie e Daisy, però, la percezione è ben diversa. 
Innanzitutto un padre ce l’avevano (nel caso di Molly anche presente e affettuoso), ma in un’epoca in cui il matrimonio misto era inconcepibile, questi uomini frequentavano la famiglia aborigena di nascosto, come se l’affetto per persone di una diversa etnia fosse un peccato inconfessabile. Erano anche perfettamente inserite nel clan famigliare; prese in giro per la loro pelle chiara, certo, ma quale ragazzo non viene – almeno qualche volta – deriso dai coetanei? La percezione della povertà, inoltre, era totalmente inesistente, al pari della supposta ignoranza. Molly, Gracie e Daisy conoscevano perfettamente ciò che ritenevano di dover conoscere, come sopravvivere nell’entroterra australiano, cacciando conigli e catturando piccoli uccelli. Tutta la cultura aborigena, però, non aveva alcun valore agli occhi degli europei che per prima cosa, all’arrivo nel collegio, impongono loro abiti occidentali e l’uso esclusivo dell’inglese. 
Tutto il romanzo, a ben vedere, è un tragico affresco degli esiti drammatici delle buone intenzioni.
Così come vengono narrati, i rapporti tra i coloni inglesi e gli aborigeni sono segnati dall’incomprensione, più che da una volontà di sopraffazione. Gli europei portano malattie sconosciute e animali che in poco tempo distruggono l’ecosistema australiano. La stessa
Barriera per conigli è il simbolo più evidente dell’incapacità di comprendere un territorio e di porre rimedio ai problemi causati. I conigli, infatti, privi di nemici naturali, in poco tempo si diffusero a dismisura in tutta l’Australia, causando la distruzione della flora locale, con il conseguente avanzare del deserto. Gli stessi coloni si resero presto conto che i conigli erano diventati il principale ostacolo all’agricoltura. Tutti i tentativi per limitarne la diffusione, però, si rivelarono peggiori del male e andarono dall’introduzione delle volpi (che sterminarono alcune specie di piccoli marsupiali, più lenti e dal tasso di riproduzione più basso di quello dei conigli) al tentativo di infettare i roditori con delle malattie mortali (che finirono poi per causare danni agli allevamenti e anche all’uomo). Per arginare la diffusione, fu costruita anche la barriera, una lunghissima linea di filo spinato, eretta però quando ormai i conigli avevano invaso tutta l’Australia, e che non teneva comunque conto della capacità dei roditori di scavare. Per assurdo, la Barriera divenne un punto di riferimento per gli ultimi aborigeni nomadi e permise alle bambina di ritornare a casa, camminandole al fianco per centinaia di chilometri. 

In questo desolante quadro di mostri generati dalle buone intenzioni, l’ingenuità delle bimbe e la loro incredibile fuga ha quasi il sapore della favola. C’è, infatti, una naturalezza estrema nel modo in cui il loro viaggio è raccontato, come se due mesi passati ai margini del deserto non fossero poi un’impresa eccezionale. Anche per la più piccola, che allora aveva solo nove anni, era normale saper cacciare i conigli e cucinarli al fuoco, capire come trovare acqua potabile e sapersi orientare. Un’abitudine alla sopravvivenza che emerge negli incontri con altri aborigeni, i quali si limitano a dividere con loro la cacciagione e indicar loro la strada senza pensarle in reale pericolo. L’eccezionalità è tutta nei nostri occhi occidentali e traspare dalla ricca documentazione che correda il racconto, come i telegrammi che gli sceriffi, alla ricerca delle fuggitive si scambiavano, fino quasi a convincersi della morte delle piccole. Una corrispondenza concitata che fa da contraltare al tono tranquillo con cui il viaggio è narrato. 
A ricordarci che non si tratta di una favola, ma di un racconto vero, arriva però il capitolo finale. Scopriamo quindi che delle tre bambine una fu identificata dalle autorità e di nuovo allontanata dalla famiglia, che non ebbe più notizie di lei; mentre a Molly, la madre dell’autrice, fu tolta una delle figlie, data in adozione e mai più rivista. Solo una delle tre sembra aver avuto un’esistenza serena. 
Molly, Gracie e Daisy, infatti, sono di certo eccezionali per la fuga compiuta, ma l’allontanamento forzato dalle famiglie aborigene è stato infatti praticato in Australia fino agli anni ’80 del secolo scorso, e il risultato è una popolazione ancora oggi allo sbando, vittima dell’alcolismo, dal sapere in gran parte distrutto. La stessa autrice ne è un esempio: racconta la cultura della sua gente ma che, è palese in molti passaggi, ha studiato e ricostruito più che vissuto. Doris Pilkington, giornalista e scrittrice, potrebbe essere l’orgoglio di chi ha scelto un giorno di separare sua madre dalla propria famiglia per «darle un’istruzione», ma non saprebbe mai sopravvivere due mesi nella boscaglia, e in ogni riga traspare il rimpianto di non aver potuto appartenere fino in fondo alla cultura dei propri avi.