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La Coscienza & L'Abisso Della Storia

Scritto da Luca Riboni.

Da Temistocle a Sir Walter Raleigh, un motto si ripete: “chi domina il mare, domina il mondo”.

Il possesso delle cose è uno dei limiti dell’uomo. Ne rende ridicolo l’affannarsi nella battaglia, nella ricerca di ciò che non sa di aver già con sé, e la libidine è superarsi. Anche sull’acqua, quando è d’ampia misura e simbolo di conquista.
Dev’essere stata la memoria dell’infanzia e delle copertine della Domenica Del Corriere, con le tavole di Beltrame sul primo conflitto mondiale, la beffa di Buccari, la livrea lussuosa dei transatlantici a scatenarmi il ricordo, la curiosità. Oppure è l’emotività degli anni.
Sarà forse colpa loro, ma con il tempo è aumentata la passione per la Storia. E non è da un tema in classe che si capisce il futuro di un cronista o di un reporter.
Chi ha scritto il pezzo letto stamane su uno stralcio di rivista trovata sul treno appartiene senz’altro a questa pattuglia. Parla della situazione economica attuale, del disagio globale, del commercio che passa fra terra, cielo e mare, e sul mare si sofferma. Perché è sulle onde che si guadagna il futuro, e si costruisce l’avventura di una civiltà.
Alla fine del Sedicesimo secolo tutti sapevano che le ricchezze dell’Oriente, dalle spezie alle pietre preziose, passando per le sete pregiate, superavano in valore quelle della Spagna. Portoghesi e olandesi erano arrivati per primi in India attraverso l’Oceano Indiano, sfruttando le isole del Sud. Gli inglesi avevano perso troppe stagioni a cercare un passaggio attraverso i ghiacci del nord, ma i loro piloti erano su molte navi nel mondo, e rientrati in patria riferivano rotte e meraviglie.

Quando nel 1587 Francis Drake catturò la caracca San Felipe, carica di spezie e carte nautiche dei mari orientali, i paesi europei cominciarono l’invasione del Sol Levante, desiderosi di accaparrarsi ciascuno una fetta di ricchezze. Crearono così delle società legalmente costituite per sfruttarle il più possibile. Danimarca, Olanda, Scozia, Svezia, Austria, Spagna, Inghilterra e Francia diedero origine alle note Compagnie delle Indie, di cui due soltanto fiorirono a lungo.
La Honourable East India Company, soprannominata familiarmente John Company, iniziò la propria attività con un decreto della regina Elisabetta I nel 1600, stabilendo subito ottimi rapporti con il Giappone e costruendo due centri commerciali a Pettapoli e Masulipatnam. Le sue navi erano armate per non incorrere nei rischi della pirateria cronica dell’epoca, e per contendere il diritto alle concorrenti.
Su tutte, quelle della flotta costituita nel 1602 dagli Stati Generali, la Vereenigde Oostindische Compagnie (Compagnia Olandese Delle Indie Orientali), a cui vennero concessi un monopolio totale sul mercato, la possibilità di appropriarsi di terre, esercitare la propria giurisdizione civile e penale, battere moneta, e non da ultima un’esenzione dalle tasse di importazione del materiale. Qualsiasi natura avesse.

Nessuna traccia della crisi che attanaglia la nostra attualità, anzi, una continua rincorsa verso la facilitazione, l’agevolazione degli scambi. A caro prezzo, perché ogni volta che le flotte venivano a contatto scoppiava una battaglia all’ultimo sangue.
Nel 1619 le due compagnie firmarono un accordo che sanciva la fine delle contese, e dopo meno di un’ora ripresero a combattere. Fra le cannonate che salutavano la firma dell’accordo ne partirono alcune dirette alla fiancata delle navi, e le schermaglie ripresero. La guerra non è un semplice vizio, ma parte del cromosoma degli umani.
Che non perdono un attimo nell’esibire il peggio: nel 1623 i mercanti inglesi di Amboina vengono sorpresi e massacrati, per ordine del governatore olandese, benché si trovino sotto la protezione di una bandiera di tregua.
I tulipani hanno una posizione di predominio da Batavia a Ceylon, nella Malacca e a Giava, da Capo di Buona Speranza alla Malesia, con 150 mercantili armati, 40 navi da guerra e oltre diecimila soldati. L’enorme spesa militare porta però al collasso la Compagnia, che viene liquidata nel 1798, dopo una sconfitta militare a Ceylon e l’invasione degli eserciti rivoluzionari francesi. Anch’essi destinati a durare il tempo di spegnere la fiamma della rabbia, fino alla battaglia di Plassey, culmine della Guerra dei Sette Anni contro i britannici.

E rifletto. Tragedie, eccidi, sopraffazioni: la storia che mi appassiona non è altro che un contenitore di orrori, un gigantesco repertorio dello splatter. L’articolo non dice che anche la Honourable East India Company chiuse i battenti nel 1858 dopo rivolte e ammutinamenti vari, ma ho la presunzione di credere sia scontato, facilmente intuibile.
Il paradigma dei giorni nostri è prossimo, neanche troppo sottinteso. Si combatte con le armi dove non c’è moneta che prevale; il resto del lavoro, nel cosiddetti paesi industrializzati, lo fanno le agenzie di rating e gli speculatori internazionali. È cambiata la dimensione.
Anche l’aforisma di Temistocle non può nulla contro certe maree. Probabilmente Baldwin, più realista, avrebbe dominato le acque cavalcandole come il protagonista del suo Ritorno Di Coniglio: “gli uomini sono lenti, e per rizzarli ci vuole l’ira di Dio, ma poi stanno dentro all’infinito”. Oggi si fatica anche a sgomitare.
Se l’obiettività è un’aspirazione perché esistono molti condizionamenti, conformismi, sudditanze e regole non scritte, qualcuno sceglie il proprio dittatore preferito. Perché nessuno è santo, ma non è vero che la storia è fatta da tanti, troppi individui modellati sul cinico opportunismo che un altro grande della letteratura, Maupassant, descrive in Bel-Ami. È umano sbagliare, ma anche prendere coscienza non è poi così male.