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Per Un Morso Di Eternità

Scritto da Antonella Mecenero.

È facile capire quali sono i cinema che proiettano l’ultimo (per il momento) capitolo della saga di  Twilight.

Ci sono file di ragazzine ansiose, che si raccontano l’un l’altra una trama che già conoscono a memoria, sospirando languide all’idea di immergersi nel loro mondo di vampiri e lupi mannari innamorati.
Le recensioni sono tra le più divertenti degli ultimi anni, i critici sembra abbiano fatto a gara a vivisezionare la pellicola fotogramma per fotogramma, anche se metterne in ridicolo le continue contraddizioni è un esercizio troppo facile. Una pioggia di caustiche parole che scende sulle adolescenti in fila, e non riesce a farne desistere neanche una.
Nelle scuole, gli insegnanti si interrogano su un fenomeno che non riescono a comprendere o ad arginare. Qualcuno commenta che se adesso servono i vampiri vegetariani per invogliare i ragazzi alla lettura, ben vengano. I più scuotono la testa. Ai loro tempi i gusti erano migliori, si leggevano i classici e, se si andava al cinema, era solo per film che avrebbero fatto la storia.
Nei corridoi, intanto, le studentesse si scambiano le foto degli attori a torso nudo e si scrivono l’un l’altra sul diario le frasi preferite.

Sono le figlie della precarietà.
La vivono ogni giorno nei sentimenti. Vedono la loro famiglia o quelle degli amici infrangersi, poi ricomporsi secondo nuove regole, e poi dividersi di nuovo. Sono cresciute sapendo che la miglior scusa per un compito non fatto non è più “me l’ha mangiato il cane”, ma “l’ho lasciato a casa di mio padre, che voleva riportarmelo, però ha litigato di nuovo con mia madre”.
E poi c’è quella economica, di precarietà. Vedono i genitori in cassa integrazione, i fratelli e le sorelle maggiori passare da un lavoro temporaneo all’altro.
Spesso lo dimentichiamo, ma tra l’inconsapevolezza dell’infanzia e i facili compromessi della maturità, c’è un periodo della vita alla ricerca di un’etica, quasi sempre in netto contrasto con quella proposta dalla società, che si chiama adolescenza.
Gli adolescenti vivono con lacerante dolore i dilemmi morali, per quanto in età adulta sembrino futili. Del resto non ricordiamo tutti lo strazio per il tradimento di un amore ancora acerbo, o per la fine di quell’amicizia che sembrava incrollabile? I ragazzi ricercano da sempre storie e trame alla cui base stiano conflitti morali che sentano affini al loro vissuto.
Quello della saga è semplice e di folgorante attualità: cosa sei disposto a perdere per avere qualcosa di eterno?

Edward, il bel vampiro innamorato, è l’amante che non può tradire.
Cristallizzato in una perenne adolescenza, gli è precluso ogni sviluppo fisico o intellettivo: rimarrà per sempre tale e quale è nel presente. Il tradimento, o il ripensamento, la fuga verso un nuovo amore, cose che presuppongono un cambiamento, gli sono proibite dalla sua natura.
Edward, per quanto vampiro, non è trasgressione, ma stabilità. E i giovani di questi anni incerti sono concordi nella scelta; sarebbero disposti, come Bella, ad abbandonare una vita normale, a troncare ogni legame con la famiglia d’origine, perfino a trasformarsi in mostri, pur di acquisire un punto fisso sul quale costruire la propria identità. Anche se ciò volesse dire rinunciare ad ogni aspirazione, fino a disumanizzarsi.
Non c’è nessun sogno di realizzazione professionale per Bella, nessuna voglia di cambiare il mondo, solo il desiderio di trovare qualcuno che non cambi e che non la rifiuti.



Parlo con i ragazzi e scopro con quanta tristezza siano consapevoli che quello di Twilight è un mondo immaginario: non esistono vampiri, qui, che possano sottrarli alla precarietà. Ma di chi è la colpa, se sognano di essere salvati da un mostro e non più di salvare il mondo?