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Antropologia di una Penisola in Maschera

Scritto da Giulio Re.

Tra i primati dell’arte di cui l’Italia un tempo godeva, e che scellerati ministri provano di tanto in tanto a far evaporare, ce n’è uno che per fortuna il folklore tende a salvare.

È un tesoro di gaiezza, buonumore e spirito, indubbio merito delle maschere, creature di fantasia e di realtà, sgorgate nel corso dei secoli ora dalle contrade e dai paesi di un popolo arguto e faceto, ora dalla borghesia di vizi e di pretese, più di rado dalle contaminazioni a cui la penisola ha dovuto spesso sottostare. Tant’è, scomparse dalle scene le eleganze della commedia greca e latina, per volontà di imperatori o di pontefici, la più rozza e rustica farsa ha preso posto nei costumi locali. Tutta smorfie e grottesco, ha schivato l’inquisizione, l’eresia e mille censure di un tempo nel quale pareva smarrito il ruolo della parodia nella vita sociale. Nel medioevo ogni cosa era piegata verso un alto dei cieli così basso da essere a misura d’uomo (la sola creatura capace di fare a pezzi la Terra, cioè la meno titolata a parlare di cieli, divinità e salvezze di sorta), e la genìa di buffoni e bizzarri giullari non era ben vista. Nelle corti dove invece il lusso era un’offesa alla povertà e alla cortesia degli usi, il giullare regnava come un pària camuffato in sete sgargianti, arguto, temibile, e colpiva i nobili e i loro modi dorati a colpi di lingua, l’unica sua arma. Nelle piazze, faceva il verso ai regimi oppressivi e ai signori arroccati nei feudi. Ma se quel torbido evo è finito, non sono finiti i nemici delle arti. E oggi hanno un approccio diverso: si fanno chiamare sovrintendenti, sono a capo di unità con il compito di tutelare il patrimonio culturale del Bel Paese. Però, a ben vedere, hanno ancora le stesse caratteristiche dei padroni e dei censori dei secoli bui: titoli alti e vesti fini, larghezza di mezzi e di rendite, e la gente non può parlarci, né ha un canale diretto per fargli giungere istanze e messaggi. Si palesano poco e solo in occasioni ufficiali, purché vi siano palchi e telecamere, e il flash dei fotografi pronto a portare sui giornali e in tivù le loro facce. Cianciano di lettere e di scienze, di ricerca e tradizione, salvo scroccare viaggi e cene ai cittadini, dopo avere invitato gli artisti a produrre gratis qualcosa su cui lo Stato che rappresentano e che li ingrassa – i cittadini stessi – intende lucrare. Il teatro ha sempre avuto, così come certa letteratura, un’indole un po’ moralizzatrice. Ma era ed è rimasto uno dei primi diletti del popolo, che grazie anche alle maschere ha salvato una sua fiera ragione di essere, insieme alla vena creativa e giocosa. Tutta la penisola infatti è percorsa da tribù di comici e commedianti, audaci e generosi fornitori di brio, che sostano in parchi o piazzole, in tende od incroci, baracche di fiere, e parecchi in quella zona ambigua fra cinema e fiction. Saltando a piè pari gli ultimi, che rappresentano l’ultima e più assurda malformazione congenita del nepotismo, i restanti offrono sketch a tutto andare, danno vita a una forma libera di critica sociale, creano o conservano il ricordo di spassosi tipi umani capaci di commuovere le platee, o di trasportarle nel regno della risata.

La commedia delle arti è nata quasi per forza spontanea.
Buffonesca e istrionica in prima fase, si è via via spostata dal
soggetto al prodotto locale o regionale, nel quale si sono cimentati attori ed autori provvisti di larga esperienza. Costoro hanno dato corpo e voce a trame e canovacci, scenari, che il mestiere ha saputo rendere vividi e piacevoli con le caricature.
Così, la commedia ha generato il più passionale dei suoi figli: la maschera. Carnevalesca o più legata ad altre ricorrenze, diventa un simbolo per molte località. La Giudecca, a Venezia, è una delle fucine di quelle figure. Da lì escono gli Zanni – scesi dalle valli bergamasche a vendere carbone o legna ai signori veneti – a conquistare il palco ed il cuore della gente coi loro Arlecchini e Brighella (che pertanto non sono, come tanti credono, veneti, ma orobici). Il padrone viene stilizzato in Pantalon de’ Bisognosi, e la crescente fortuna delle sagome ne forgia ovunque di nuove: l’antico Pedante, a Bologna, si trasforma nel dottor Balanzone, mentre il vecchio capitano del secolo XV viene ribattezzato in ogni provincia coi nomi più strampalati. 

Poco a ridosso dei guappi bolognesi, veneti e lombardi, spuntano quelli meridionali, assetati di indipendenza e di tutto il coraggio che sogna di avere chi le muove. Sono buffoni veementi, scaltri, sfrontati, e che creano con la loro irresistibile vena ironica la più celebre delle maschere del sud: Pulcinella.
Nel primo Settecento la commedia dell’arte tocca il suo apogeo. Le maschere vivono, mediante le opere di Carlo Goldoni, un’epica smagliante, e acquistano nuova gentilezza ed umanità. Gli attori dell’Ottocento vedono poi la commedia stessa emanciparsi dalle arcane forme buffonesche, ed il fiorire delle compagnie dialettali affianca una nuova sensibilità alla consolidata tradizione della terra, dello slang e della burla nella quale si sono cementate le figure: la moda. La moda che viene da fuori, da oltre i confini, dalla sua rilettura con gli occhi astuti e disincantati dei popolani, venati di quella mezza ingenuità che non è ignoranza e neppure arguzia, ma che galleggia in una aiuola densamente letteraria.
Nasce la satira politica, specie nei periodi di oppressione e di catenaccio alla stampa. Si rinnova il Meneghino milanese, si dà vita a Gianduja in Piemonte e in Liguria, al gozzuto Gioppino di Bergamo, al Sandron di Modena; a Verona impazza la bonaria maschera di Facanapa, dal viso lustro e tondo di comico, figlio della plebe come già lo era Stenterello; Roma mette in bocca a Meo Patacca e a Rugantino la satira più pungente. Ogni figura ha le sue smorfie e le sue casacche. La più famosa è di certo Arlecchino. Dapprima è un servo zotico, fifone, ghiotto a sbafo, che si modifica però nel tempo in un miscuglio di ignoranza e scaltrezza, grazia e lepidezza, fino a diventare il domestico fedele e paziente, a volte credulone, quasi sempre in imbarazzo per il padrone, ma che alla fine se la cava con una battuta o un gesto spiritoso.
Facile al dramma ed alla consolazione, in origine veste una giacca a toppe aperta sul davanti, unita da nastrini di vario colore e calzoni aderenti alla gamba; ha una barba nera ed irsuta, e in testa un berrettone scuro e frastagliato. Appese alla cintura ha borsa e spada di legno, ai piedi porta scarpe aguzze e ghette a gambaletto.

Con Goldoni, la sagoma di Arlecchino è quanto mai stilizzata e graziosa; giusto il contrario del suo amicone, il balzano Brighella. Costui è il classico tipo intrigante, tutto miele e raggiri, rappresenta in carne ed ossa l’intrigo e il pettegolezzo a cui gli italiani sono antropologicamente inclini. È ciarliero e intraprendente con le donne, smargiasso coi deboli e vile coi forti, si butta dove tira il vento e dove intuisce esserci del buono per lui. Sa ballare, cantare, suonare, si rompe l’anima per trovare quattrini e vive di espedienti pure se col suo ingegno potrebbe ambire a ben altro. Pigro, indolente, si mette in moto se il mestiere gli “rende” qualcosa di tangibile, sia esso una conquista amorosa che un pugno di monete sonanti, e spende ogni risorsa in un arco di tempo assai breve. Incapace di pensare a lungo termine, è davvero la maschera che più chiude in sé la maggior parte dei nostri conterranei. Lesto di mano e di lingua, persino nel vestito è un miscuglio di stili pronti ad ogni evenienza. Mode antiche e nuove: la giacca corta si fa in un attimo soprabito di lana bianca a tre colletti, e rivela un corpetto che cade su calzoni bianchi listati di verde; il volto è adorno di una barba bruna con basette, baffetti, ed il mento raso. Non a caso, il suo antagonista naturale è il dottor Balanzone. 

Tuttologo di alto lignaggio
, è sedicente medico, giurista, notaio e filosofo, maestro di scuola, astronomo, cabalista, e nonostante i suoi studi ha una presunzione e un generalismo imbarazzanti. Anche lui ha la velleità di piacere alle donne, sebbene sia d’età più che matura, il che ne aumenta il potenziale ridicolo. È vestito da capo a piedi di una specie di ampia toga o zimarra, ma dal 1653, quando lo impersona Agostino Lolli, va sdottoreggiando con i pantaloni corti e il collare alla spagnola, un giustacuore alla Luigi XIV e un feltro a larga tesa sulla zucca. Non mancano la maschera nera sulla fronte e soprattutto un bel paio di guance rosse da bevitore e buona forchetta. Ai bei tomi spesso si aggiunge Colombina, vezzosa e furbetta, di cui la commedia non sa mai fare a meno. A lei si addice ogni parte: cameriera vispa e nobile civetta, comare ciarliera o figlia e nipote di improbabili dottori di cui tutti si innamorano di fisso. Lei sorride a tutti e non la sgancia a nessuno, ed ha sempre un desiderio in più di quelli che esprime. A qualsiasi distanza, l’Italia è unita.
Il caldo e simpatico Pulcinella, che fuori dalla baia di Napoli è pesce fuor d’acqua, è impressionante per attinenze con la combriccola del nord. Ampia blusa stretta in vita con uno spago, metà volto nero e un grande naso adunco, occhi grifagni, cappello a pan di zucchero, voce stridula e mazzarello in mano, è sentimentale, vanitoso, svogliato, pusillanime, eppure pieno di slanci di generosità e di estro.
Suo unico scopo è far ridere la gente con tutti i mezzi. È naturalmente ingordo – di bei maccheroni fumanti – e siccome gli capita di essere povero e senza il becco di un quattrino, per un piatto di pasta odorosa farebbe comunella con il diavolo.
Quasi sempre scapolo, vagabondo, innamorato di formose donnette, idolo delle folle campane sia alla corte del Re, sia sulle piazze, tra i lazzaroni e gli operosi. L’origine della sua maschera è curiosa: un certo Paolo Ginella, sarto di Acerra recatosi a Napoli incontro a miliziani di Carlo d’Angiò per celebrarne la vittoria, si dice abbia iniziato a prodigarsi in tante buffonate da essere subito battezzato alla francese
Pol (Paul) Chinel (Ginel), da cui il pulleceniello di Napoli.
Il sarto spassoso era deforme per una gobba, nasuto e malvestito, con lunghe mutande bianche e camicia a sbrendoli, e aveva il volto pasticciato di nero-fumo. Il racconto, per quanto fuso ormai tra mito e storia del folklore, pare essere vero, o comunque ben trovato. Come le dozzine di altre maschere di cui pullula l’Italia del sud, fertile di capitani e di smargiassi vanitosi e tardi di comprendonio, caricature gustose di certi soldatacci piovuti in zona a saccheggiare e spadroneggiare, è testimone di un’identità che nessuna invasione ha saputo sradicare, coi suoi pregi e i suoi difetti.
* Image of Balanzone taken from michaelfloris.altervista.org
* Image of Pulcinella taken from venipedia.it