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Vito d'Ancona e la Sorprendente Grandezza delle Piccole Cose

Scritto da Renato Erpili.

Ogni volta che la critica fa un passo avanti, l’arte ne fa uno indietro.

Osservo alcuni dipinti di Vito d’Ancona, autore che la critica ha largamente ignorato, e vi resto a lungo a fissarne ogni piega, ogni sbuffo. L’osservazione minuziosa rivela verità che hanno un fascino magnetico. Si possono costruire storie sopra una sola ombra a carezzare un volto di donna, sopra uno sguardo che non lascia indovinare il destinatario ma solo il mittente e ciò che forse prova in una data situazione. Come in un carteggio: si sa il pensiero trascritto, mai la distanza che intercorre tra una risposta e l’altra. L’arte è comunicazione, e ciò che racconta ha un preciso sviluppo. Sono i finali, che si lasciano desiderare: c’è sempre qualcosa da aggiungere all’ultimo appunto dei critici, degli esperti o dei semplici appassionati. Se fosse davvero tutto già visto e vissuto, non ci si potrebbe scoprire così inermi, esposti, di fronte a ciò che si ritiene un prodigio. E poche sono le note su Vito D’Ancona, perché poco si è usi dire degli uomini troppo colti per non essere umili. 
Nasce a Pesaro e va a studiare all’Accademia, a Firenze, con il Bezzuoli. Per un certo periodo condivide la bottega-studio con Telemaco Signorini, assieme al quale si reca a Venezia. E mentre Signorini riproduce il paesaggio locale, d’Ancona, innamorato dei colori veneti, ricopia i quadri dei musei. Dal 1869 si emancipa dalla corrente macchiaiola e soggiorna a lungo tra Francia e Gran Bretagna, dove sono dispersi i suoi quadri più belli del periodo. Rientra in Italia solo nel 1877, per stabilirsi a Firenze. Pittore magistrale di figure e d’interni, è stato il più “europeo” del movimento della macchia. 

Guardare i suoi dipinti, dà nell’immediato una sensazione di grandezza, pure se le tele su cui operava hanno le dimensioni di un foglio A4. I soggetti ritratti sono accattivanti, con le pieghe degli abiti e le forme di donna morbide, stese a riposare su un letto. Le loro pose non sono mai statiche, anzi, suggeriscono un movimento ampio, accolto nei minimi dettagli.
Sembra quasi di trovarsi in un giardino bonsai, in cui sorprendersi a vagare come tra alberi secolari. O al cospetto di miniature di pregevole fattura e di una precisione da lasciare increduli: come vascelli in bottiglia senza l’involucro di vetro, col loro carico di sogni e utopie, a offrire un passaggio a chi vorrà raggiungere nuove terre e rivelazioni. 
Da ogni dipinto trapela un’ispirazione possente. Ciascuno di essi racconta una storia che non sa finire, poiché semina il dettaglio ovunque, carica i gesti di una lentezza enorme e dà loro il compito di accennare appena un contenuto, sia esso il riposo, il risveglio che segue notti sconosciute, la luce che si addensa in una stanza e racconta il giorno. Tutto è colto sul nascere, e lascia intatto il potenziale di una scena o un sentimento, anticipa un balzo che è lì per compiersi. 

È una pioggia d’oro, di bronzo e rosso di fiori a stendere un tappeto ai piedi dell’intera scena. Solo una bava di chiari è posta al centro del dipinto, ed è il bianco vaporoso di un vestito d’altri tempi, un intimo di dama. Dietro, vi è il riflesso modesto di uno specchio, un mobile tutto ghirigori e un cofanetto blu, forse un portagioie per capricci dorati, capaci di esaltare l’incarnato. Poi una foto protetta dal vetro e candele color porpora a dare un senso di festa, a illuminare enormi sale e serate danzanti. È una sfumatura che pare quasi di velluto, e crea uno stacco netto su tutto il resto. La pelle della donna è di un candore immacolato, e i capelli sono raccolti, come si conviene: la forma delle ciocche sul capo le dona un aspetto ordinato e seducente, e in certi tempi e luoghi era un azzardo sfoggiarli con disinvoltura. Le scarpe azzurre sono calzate con naturale eleganza, e la stessa naturalezza è nello sguardo rivolto in basso, ad osservare il cane impaziente, e lo strascico della veste che non si sa bene dove finisca. Tutto lascia supporre un appuntamento da onorare senza troppe difficoltà. 

È una poesia silenziosa che sovente emerge nei dipinti dell’artista: un rumore piccolo, un brusio, un parlottare confinato sul fondo, qualcosa che non si afferra in pieno poiché è astratto ma vivo, e palese, importante. La sapienza dei pennelli fa il resto: come i versi di un’ode, di una canzone, c’è una sorta di melodia dolce eppure vigorosa, che viene a galla con tutto il suo pathos nei nudi femminili. Il talento è cosa impossibile da spiegare per chi non si mette a tu per tu con l’opera in maniera inerme, entusiasta e consapevole del suo limite, felice di essere un passo indietro a ciò che l’attende. Non c’è logica che tenga: a un certo punto l’arte continua e noi restiamo fermi, estasiati. Molti sono gli autori che hanno reso bene il corpo femminile senza mai cadere nel volgare, ed è interessante notare come – da Tiziano a Hayez, da Goya a Courbet – il nudo assume di epoca in epoca un significato differente, di rottura col passato. Il Settecento, ad esempio, è il secolo dei libertini, in cui trionfa la sperimentazione, la posa conturbante, il biancore latteo delle opere del Canova. In età medievale si pensava al corpo come a un tempio, e c’era da averne cura in modo adeguato: che poi, alla faccia dei timori reverenziali per l’anima in esso contenuta lo si imbrattasse con ogni sorta di tortura, è un guasto del reale tipico degli uomini. Nel Rinascimento il nudo rispolvera il mood antico, si diletta a raffigurare gli dei, le divinità, rifacendosi anche ai modelli greci. Nell’Ottocento, le atmosfere si fanno più allettanti. Il corpo è dono di cui avere cura, è confidenza e carezza nascosta senza troppa convinzione a sguardi importuni: rimane solo qualche velo adagiato sul corpo prima del sonno, che nulla toglie all’espressione della corporeità stessa; anzi, la esalta. 

La produzione di Vito d’Ancona riserva qui meravigliose sorprese. 
Osservare i suoi nudi di donna è avere la concezione esatta di cosa significhi il termine abbandono. I soggetti ritratti non sono mai titubanti, non nutrono alcun senso del pudore, e ancora meno del volgare. Essi sono un fermo-immagine dei momenti che precedono il risveglio, o catturano il sonno più profondo, l’assenza di incubi. Una donna è ritratta distesa su lenzuola bianche, stropicciate. Ha una chioma ondulata, fluente, un braccio in alto su un panno color oro e l’altro piegato sulla testa: il corpo intero è consegnato al languore. Un verismo che non lascia trapelare attriti. C’è solo la luce del giorno a dar luce a un incarnato diafano. Egli narra così una scena che non intende colpire, ma che proprio per questo riesce a farlo: si tocca la materia con gli occhi. La bellezza è vestita di nulla, ben lontana dall’essere misurata, dileggiata, svilita; è un invito a quel genere di stupore che non urla e mai si impone, e chiede solo di tornare più volte a dare un seguito al primo incanto.