Stampa
PDF

Tsu Chu

Scritto da Nicholas Gineprini.

La storia che ci insegnano è quella occidentale, poco altro ci viene trasmesso sui banchi di scuola.

Ricordo che in seconda superiore la mia professoressa di italiano accennò qualcosa riguardo a Gengis Khan, e fece una panoramica sulle grandi conquiste dell’imperatore. Ad anni di distanza di quell’ora di lezione non mi è rimasto nulla; dal punto di vista storico e sociale l’Asia ha sempre rappresentato un grosso punto interrogativo per quanto concerne il suo passato. Non che le cose vadano meglio con il presente, dopotutto il programma degli studi arriva fino al termine della II Guerra mondiale (se ci arriva, dati gli ultimi sviluppi del sistema scolastico). 
Le lacune portano a farsi un’opinione spesso distorta da banali luoghi comuni, si tende a identificare un paese con un semplice stereotipo che non permette di coglierne le grandi sfumature che lo caratterizzano. Per quanto riguarda la Cina la maggior parte delle notizie riguardano le tradizioni remote, la politica maoista, i prodotti tossici, la coltre di smog che ricopre le città, le inchieste sui diritti umani e dei lavoratori – quando per certi aspetti sarebbe meglio guardare in casa nostra. La Cina è stata sovente usata come capro espiatorio, il che non ha fatto altro che alimentare una ingiustificata fobia nei confronti del paese asiatico, etichettato come oscurantista e dittatoriale a differenza di un mondo occidentale democratico e libero, non a caso concetti derivati dalla storia che ci hanno raccontato. 

Cina si traduce come Zhongguo, ovvero centro del mondo.

Quando nel 1271 Marco Polo percorse la via della seta e giunse nel Catai, scoprì una civiltà all’avanguardia decisamente avanzata dal punto di vista delle scienze e della cultura, rispetto a un’Europa che si accingeva ad uscire dal buio medioevo. La Cina è sempre stata il centro del mondo, palcoscenico che gli spetta e che è già tornata ad occupare dopo la decadenza cominciata negli ultimi anni dell’Ottocento. Lo sviluppo cinese riguarda tutti gli aspetti della società, ivi compreso quello sportivo, perché lo sport è un mezzo per alimentare l’economia del paese, ma soprattutto è politica. La nuova priorità della Cina è quella di diventare una potenza calcistica: la grande impennata degli investimenti (380 milioni di euro nella sessione invernale di calciomercato) ha destato l’attenzione dei media occidentali, che fino ad allora avevano trascurato il movimento della Chinese Super League, quando già da due anni erano evidenti i segnali di un cambiamento geopolitico nel settore. 
«Il sogno calcistico» ha dichiarato il presidente del Partito Comunista Xi Jinping «fa parte del sogno cinese.» Quel sogno rientra nel rinnovamento della Cina sotto tutti i punti di vista: culturale, economico, e quindi sportivo. Perché il calcio è un oppio per le masse, elemento fondamentale per la politica di soft power intrapresa dalla superpotenza orientale, ossia attrarre a sé i paesi occidentali con la forza della propria cultura e dell’entertainment.
Lo spostamento del baricentro dell’industria calcistica verso est, prima in medio oriente ed ora in Cina non è una bolla di sapone, ma un movimento naturale che segue l’economia globale e il corso della storia. La palla ha preso a rotolare verso la propria culla. 

Come ben sappiamo, gli inglesi hanno inventato il calcio moderno, e lo hanno poi diffuso in tutti quei paesi con i quali intrattenevano rapporti commerciali nel XVIII secolo. Ma se in Cina si inizia a giocare a calcio a Hong Kong in seguito alla Guerra dell’Oppio (1839 – 1860), le origini del gioco sono più antiche. Nel corso delle varie epoche i popoli si sono sempre cimentati in sport che si praticavano con l’ausilio di un pallone da calciare, dai Maya ai Greci, fino ai Romani. I reperti più antichi ci dicono che tale disciplina in realtà nasce in Cina, nella città di Zibo, situata ad est, nella provincia dello Shandong, patria di Confucio. Per gli standard cinesi si tratta di una piccola città da quattro milioni e mezzo di abitanti, famosa per essere stata la capitale dello stato di Qi per un lungo periodo (dall’8 d.C. al 600 d.C.). 
La pratica nota come Tsu Chu nacque durante l’Impero Giallo di Huangdi. Lo scopo del gioco era quello di calciare un pallone di cuoio, riempito di capelli di donna, in un buco sostenuto da due canne di bambù. Il Tsu Chu era una pratica riservata ai militari, le leggende di quel periodo narrano di come gli sconfitti fossero obbligati a camminare per molti chilometri nel deserto, e chi perdeva la palla era destinato alla morte. Huangdi fu il primo grande imperatore cinese, il primo che riuscì a riunire i popoli dell’est permettendo un’omogenea identificazione culturale e sociale. 

Lo Tsu Chu si è preservato per oltre due millenni. 
Un reperto del 50 d.C. conservato a Monaco, attesta l’introduzione della pratica sportiva anche in Giappone, e la disputa dei primi incontri internazionali. Siamo nel pieno della dinastia Han (206 a.c. – 195 d.c.), il cui fondatore Liu Bang era un grande sostenitore del Tsu Chu, tanto che furono fatti costruire campi attorno la sua residenza, dove alloggiavano i migliori giocatori del paese. Prima con Liu, e successivamente con l’imperatore Wudi, lo Tsu Chu divenne parte integrante della vita sociale, le regole furono canonizzate in dei manuali per rendere le partite e le dimensioni dei campi uguali in tutto il paese. La Cina, sotto l’impero di Wudi, si comportò come gli inglesi con il calcio moderno, ed è grazie alle grandi conquiste verso l’area continentale, e i territori giapponesi e coreani, che lo Tsu Chu divenne una pratica abituale nella maggior parte dell’Asia orientale. 

Potremmo azzardarci a riscrivere ulteriormente la storia e parlare del Qin Yun She, come il trofeo più antico al mondo a discapito dell’FA Cup inglese. Durante la dinastia Song (960 – 1279 d.C.) lo Tsu Chu divenne una pratica professionale: da una parte vi erano gli atleti che si esibivano a corte, dall’altra i cittadini che si guadagnavano da vivere con la pratica sportiva nei propri villaggi o nelle città. 

Anche il pallone subì una radicale trasformazione diventando per certi aspetti più simile a quelli utilizzati nei primi anni del secolo scorso; vennero abbandonate le piume e i capelli, ed al loro posto due strati di pelle conciata gonfiati da aria compressa. 
La Cina e lo Tsu Chu conobbero il grande declino durante gli anni della dinastia Ming, a seguito di un periodo di aspre guerre su più fronti. Il potere imperiale fu sovvertito da un colpo di stato e dall’instaurarsi della dinasti Qing nel 1644. La popolarità dello Tsu Chu diminuì gradualmente fino a scomparire dalla vita sociale del paese. Tutt’ora è celebrata in un museo nella città di Zibo. 
La dinastia Qing è stata l’ultima della Cina imperiale: sotto il suo dominio termina l’era calcistica antica e inizia quella moderna, con la fondazione dei primi club a Hong Kong, di cui il più famoso è il South China, sorto nel 1904. 
Il dominio dei Qing termina nel 1911 con la rivolta guidata da Sun Yat Sen, fondatore del partito nazionalista noto come Kuomitang. Negli anni successivi si formano le varie federazioni: quella di Hong Kong nel 1914 e quella cinese nel 1924, un anno dopo la formazione del primo fronte unito fra il Kuomitang e il Partito Comunista. Una storia, insomma, scritta in un tempo imprevedibile, e che da noi risulta tutta da riscrivere.



* Nicholas Gineprini è autore de Il Sogno Cinese 中国梦 Storia ed economia del calcio in Cina (Urbone pubilishing, 2016)